La legge di Tancredi

     A quanto pare, i maggiori partiti sarebbero finalmente d’accordo sulla riforma costituzionale. Stop al bicameralismo perfetto: saranno separati i compiti di Camera e Senato. Stop all’impotenza del premier: sarà lui a nominare e mandare a casa i ministri. Ma anche stop al corpo elettorale: con l’istituto della sfiducia costruttiva il parlamento potrà fare e disfare le maggioranze, e chi se ne frega se i cittadini avevano votato diversamente. Eccetera eccetera.

    Bene. Comunque sia, erano decenni che si invocavano riforme e non si combinava niente. Adesso, tutt’a un tratto, eccole qua. C’è da crederci?

    Secondo i punti di vista, ci sarebbe da pensare, da un lato all’uovo di Colombo, dall’altro alla resa di una classe politica usurata. Ma non è tutto oro quel che luccica e, conoscendo l’Italia, è meglio essere diffidenti. Questo è il paese del Gattopardo, dove il giovane e brillante Tancredi Falconeri enunciava con centocinquant’anni di anticipo la legge bronzea della politica italiana: bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come prima.

    Non mancano gli argomenti per sospettare che anche questa volta sarà così. Ci vuole una robusta riduzione nel numero dei parlamentari (e la riduzione, se pure ci sarà, sarà simbolica); è indispensabile rivedere i regolamenti parlamentari (e temo proprio che non se ne farà niente); è necessaria una legge sugli statuti, l’attività, le finanze dei partiti (e prepariamoci a essere presi in giro per l’ennesima volta).                                                

    Negli USA, con una popolazione di oltre trecento milioni, ci sono cento senatori e quattrocentotrenta deputati. In Italia, con una popolazione di sessanta milioni scarsi, abbiamo trecentoquindici senatori e seicentotrenta deputati. Dicono che li ridurranno a duecentocinquanta senatori e cinquecento deputati. Mi sembra una presa in giro. Cosa faranno i settecentocinquanta eletti, una volta convenuti dal monte e dal piano? Si dedicheranno a “sveltire le pratiche” dei loro protetti (esattamente come fanno i novecentoquarantacinque attuali), il che significa: si dedicheranno a danneggiare lo Stato pur di avere i voti che gli permettano di restare lì per altre legislature a danneggiare lo Stato.

    E non venitemi a dire che di deputati ce ne vogliono tanti perché altrimenti non si possono far funzionare le commissioni. Come fanno al senato americano con cento senatori? La verità è che i parlamentari sono tanti perché stanno a Roma sì e no tre giorni la settimana. Temono che, se non presidiano il paesello, qualcuno gli faccia le scarpe. E allora giù convegni, simposii, cene, festival del cinema nepalese (con sottotitoli in ugrofinnico), sagre dello gnocco fritto, eccetera eccetera, tutto finanziato con contributi statali, regionali, provinciali, comunali. E tu paghi. Con la benzina, con l’Iva, con tutto.

    Invece di dare finanziamenti pubblici ai partiti, perché non si mette un limite (basso) alle spese dei candidati?

    Sono sicuro che ben pochi saranno d’accordo con me, ma qualche notte, al momento di addormentarmi, quando cerco di pensare soltanto cose leggere come nuvole profumate di rosolio, mi capita di immergermi nel sogno di un’Italia con cento senatori e duecento deputati, tutti eletti in collegi uninominali all’inglese, costretti a spendere per la campagna elettorale non più di cinquantamila euro, con il controllo della Guardia di Finanza e della Corte dei Conti, e col rischio, se sgarrano, non soltanto di vedersi annullare l’elezione ma anche di finire al gabbio per cinque anni senza condizionale.

    Sogno un parlamento in cui non sono ammessi né il voto segreto né la disciplina di partito, ma se un deputato vuole passare da un gruppo parlamentare a un altro deve dare le dimissioni e ripresentarsi alle elezioni nel suo collegio.

    Sogno un parlamento di deputati e senatori che guadagnano duecentomila euro all’anno ma lavorano come amministratori delegati, dieci ore al giorno, cinque o sei giorni la settimana.

    Sogno un governo di non parlamentari, stretto fra le cose da fare e la necessità di guadagnare il voto convinto della maggioranza in parlamento.  

    Così dormo bene. Poi, però, mi sveglio.

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Tanto per cambiare, un racconto

                                            Samir      

 

    Lo conobbi quando avevo i canini aguzzi e giravo per il Medio Oriente. Samir era un agente marittimo con gli uffici in due stanzette buie in fondo a un vicolo: non aveva bisogno di impressionare i clienti, preferiva disorientarli. Gli proposi di concorrere insieme a un appalto ad Alessandria d’Egitto.

    Era un buon contratto, ma avrei dovuto sapere che la burocrazia egiziana è intricata come il delta del Nilo e le pratiche finiscono sempre per incagliarsi in qualche meandro limaccioso. Non me ne preoccupai: in un modo o nell’altro ero sicuro di cavarmela.

    Vincemmo la gara e aprii il cantiere. Ma i pagamenti non arrivarono. Ogni fine mese incontravo Samir ad Alessandria: tiravamo le somme del dare e dell’avere, e lui mi guardava da dietro le ciglia socchiuse, in silenzio. Io sorridevo e lo invitavo a cena. 

    Quando si era trattato di preparare l’offerta aveva tirato in lungo per due settimane: era sparito per tre giorni, aveva preteso referenze e affidavit, aveva sfoderato un’infinità di obiezioni, una più capziosa dell’altra. Non sapevo più cosa pensare. Sospettavo che si fosse inteso sottobanco con la concorrenza e stavo per mandarlo al diavolo. Invece, di punto in bianco, cominciammo a lavorare in pieno accordo.

    In realtà, tutti quegli indugi gli erano serviti per studiarmi. Samir, un omone dalla pelle scura e dai lineamenti negroidi, voleva sentirsi ispirare una fiducia che andasse oltre la stima e che si arrestasse solo sulla soglia dell’amicizia: valutava l’uomo che aveva di fronte e prendeva i suoi rischi. Chissà se esiste ancora gente come lui.

    Due anni prima c’era stata una guerra. Non era durata molto, ma aveva ridotto l’Egitto in pessime condizioni. E negli ultimi tempi Samir sembrava l’immagine dell’Egitto perché era ammalato e lo sapeva. Una mattina trovai un telex sulla scrivania, e fu così che lo seppi anch’io: a Samir restavano poche settimane.

                                                       ***

    Sbarcai al Cairo in una sera d’aprile, rossa ed estenuata come gli ultimi bagliori di un incendio. A Beirut, in quei giorni, si sparava nelle strade e Zurigo era piena di libanesi. Ma erano i miei anni corsari: avevo nella pelle un mal d’Africa che non era nostalgia di un luogo in particolare, era una frenetica attrazione per gli aeroporti, per le camere d’albergo, per tutto ciò che sapeva di provvisorio.

    Non feci caso al sudiciume, al fetore di urina fermentata, alle attese senza spiegazioni. Ormai ci avevo fatto l’abitudine. Come sempre, ai cancelli di imbarco per Jeddah, Riyad e Dharan, bivaccavano squadroni di manovali in ghellabeia, con la testa coperta da luride sciarpe arrotolate. L’Arab Contractors li strappava alle campagne e li sparpagliava nei campi petroliferi del deserto arabico. Qualcuno faceva bollire l’acqua per il the sui fornelli a spirito, altri dormivano rannicchiati su una fila di sedie, altri ancora guardavano nel vuoto, fissi e imbambolati, con l’espressione di chi ha messo il futuro nelle mani di Allah. E tutt’attorno c’era la sinfonia del vociare arabo, che ha la monotona uniformità e gli scoppi cacofonici di un’orchestra che accorda gli strumenti aspettando l’entrata del Maestro.

    Aid, l’autista, aveva poche novità. No, i pagamenti non erano arrivati. Sì, Samir stava per lasciarci: ormai non usciva più di casa. Dai finestrini aperti entrava aria tiepida, densa come brodo. Sfilammo lungo un viale fiancheggiato da ville liberty sepolte nella polvere e nella sporcizia. Quando arrivammo in vista della Cittadella il tramonto proiettava le ombre dei minareti fino alle cupole della Città dei Morti. E quando la collina fu alle spalle piombammo in mezzo al caos e al lerciume cairota. I bar rigurgitavano sulla strada una umanità in ciabatte e ghellabeia seduta a fumare sudici narghilè; le macellerie protendevano sulla strada ganci da cui pendevano pezzi di carne sommersa dalle mosche; e centinaia di storpi si trascinavano in mezzo al traffico urlando suoni gutturali contro gli ululati dei clacson; e le vie erano ingombre di gente, di autobus stracolmi, di camion che cadevano a pezzi, di carretti, asini e dromedari; e sui marciapiedi ragazzini armati di canne sottili spingevano avanti in fila indiana bufali magrissimi, con le ossa in rilievo sotto la pelle floscia.

    Poi la strada si avvitò in ampi tornanti su per un’erta bianca di calce. In cima, con un brusco passaggio, venne avanti il deserto, e con il deserto il silenzio. Aid guidava e taceva. Se fosse stato solo avrebbe preso la strada del delta, piena di villaggi dove ci si può fermare, bere un the, fumare in pace una sigaretta. Sapevo cosa gli passava per la testa. Gli arabi odiano il deserto, gli europei ne sono affascinati. Ma gli europei sono pazzi.

    Il sole era caduto dietro l’orizzonte, eppure il crepuscolo non finiva mai. A poco a poco, la luna in cielo aveva preso a splendere fino a incendiarsi come il faro di Alessandria. Il deserto cambiava continuamente, con infinite sfumature di grigio che affondavano dentro a voragini buie e risalivano lungo creste metalliche come lame di falci.

    Ore e ore di riflessi e fuochi fatui, sigarette, colpi di sonno. E in fondo all’ultimo risveglio Alessandria, il mare, l’aria umida e salata.

                                                       ***

    Davanti a me avevo due giorni di lavoro e non volevo pensare ad altro, ma non potevo lasciare l’Egitto senza rendere visita a Samir. A meno che nel frattempo le cose precipitassero.     

    Già, e i funerali? Tappeti rossi, caffè amaro, la fila delle sedie, i parenti seduti con gli occhi bassi a spiare chi si alza per primo. Sarebbe stato anche peggio.

    No, non potevo svignarmela: dovevo affrontare la situazione. Con quella spina nel cervello giravo per uffici, sbrigavo pratiche, battevo cassa. E tra un appuntamento e l’altro, nelle ore di anticamera, pensavo: che colore avrà la mia faccia quando andrò da Samir e gli dirò “Prima di partire ho disposto un bonifico, i tuoi soldi sono in viaggio, dovresti riceverli da un giorno all’altro”?

    Se mi vedessi in uno specchio morirei di vergogna. Lui leggerà le bugie sul mio volto, io vedrò la mia faccia nei suoi occhi. Meglio dirgli la verità. Gli chiederò di aver pazienza.

    Ma quale pazienza? Lui non ha più tempo. Mi griderà sul muso: voglio i miei soldi, voglio vederli qui con me come se fossero i miei figli, perché sono i MIEI.                                  

    No. Non si fa così. Andrò in casa sua, dirò le mie menzogne e lui sarà contento. Farà finta di credermi. Fingerà anche con se stesso, perché non ha altra scelta. E io sarò cinico, crudele e sorridente.    

                                                        ***

    Ogni tanto mi capita di svegliarmi al buio e mi pare di essere ancora là, fra le lenzuola umide, in una notte di odori e di suoni sconosciuti, in una Alessandria semplice e complicata dove la gente ti pianta addosso sguardi che forse non vogliono dire niente ma sembra che celino un segreto tragicomico, la spiegazione di tutti i paradossi della vita.

    Ricordo una notte agitata, un risveglio a bocca amara. Altri incontri d’affari, e poi il pranzo con lo staff. Farli mangiar bene. Pagare il conto. E via, lungo la strada del delta, nella pianura dove le vele bianche appaiono e scompaiono tra gli alberi, e le feluche scivolano nei canali seminascosti, tra chiuse e ponti, casupole fangose e bufali accovacciati nella mota. E di nuovo Il Cairo, la periferia sbrindellata e puzzolente, i milioni di abitanti, i vicoli senza nome. E il Nilo, gonfio, enorme, il padre dei fiumi.

                                                        ***

    La casa di Samir era un appartamento pulitissimo, con la cera ai pavimenti. Lui mi ricevette in camera, ma volle alzarsi dal letto. Con fatica, avvolto in una candida camicia da notte, venne a sedersi in poltrona. Sul tavolino era già apparecchiato il the, con un vassoio di dolci e pasticcini.

    Guardavo Samir e gli occhi non mi sembravano più i suoi. Aveva le guance cascanti. La voce si imbrogliava alla fine delle frasi come se gli mancasse il fiato in gola. Finse la più assoluta normalità, come se ci fossimo seduti al caffè per scambiarci notizie e pettegolezzi. Discutemmo di politica internazionale e del prezzo del petrolio. Assurdamente, sperai che si fosse messo il cuore in pace.

    Non era così. Finimmo il the, fu portato via il vassoio, e Samir, parlando come se non attendesse risposta, incominciò la sua perorazione: il mio debito era scaduto e il mancato incasso gli procurava un certo numero di inconvenienti. Li enumerò con il tono svogliato di chi adempie a un dovere. Non importava, concluse. Lui sapeva di avere a che fare con un galantuomo: era sicuro che presto avrei pagato.

    Tutto qui, un discorsetto pieno di decoro e signorilità. Appoggiò le mani sui braccioli e si affaccendò ad alzarsi per tornare a letto. Ma quando fu in piedi si voltò, come se avesse dimenticato qualcosa. Mi fissò, e per un attimo i suoi occhi tornarono a essere quelli che conoscevo.

    “Non è per mancanza di fiducia. Ma è una grossa cifra.”

    Giuro: disse queste precise parole. Una bugia nitida come un mattino di primavera, detta con semplicità, così come ci si volta, si tende il braccio e si preme il grilletto: era la vita che non voleva smettere di scorrergli nelle vene, era il gusto di viverla, l’accumulo di troppe esperienze pagate care e il desiderio di farne altre, tante altre, perché non sono mai abbastanza, e invece il nostro è un tempo limitato, il cui confine non si sa mai dov’è, e all’improvviso è qui, è già arrivato, e non puoi farci niente.  

                                                       ***     

    Lasciai l’Egitto il giorno dopo, in un mattino di cielo limpido e aria frizzante. Dal finestrino dell’aereo vedevo una distesa uniforme, terra bruciata fino in lontananza, dove cambiava tonalità e si sgranava in una nube confusa che a poco a poco diventava cielo. Laggiù, il Nilo era una striscia verde che tagliava il deserto e andava a conficcarsi dentro all’orizzonte. E si perdeva, semplice e complicata, nelle profondità dell’Africa.

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La legge è uguale per tutti

    Ultimamente, e quasi contemporaneamente, sono successi due fatti degni di nota. 1) La Camera ha approvato un emendamento che rende effettiva la responsabilità civile dei magistrati. 2) Una Corte d’Appello ha assolto “per non aver commesso il fatto” un imputato di infanticidio (!) che in primo grado era stato riconosciuto colpevole e condannato a 26 anni di carcere.

    Il fatto numero 1) probabilmente è solo una “spigolatura” di lotta politica e, immagino, non diventerà legge. Pensiamoci un attimo: un magistrato che sappia di dover rispondere civilmente per i suoi atti non può decidere con serenità. Se condanna Tizio (che è imputato di aver danneggiato Mevio) rischia di essere citato in giudizio da Caio (che è amico di Tizio); ma se lo assolve sarà citato da Sempronio (che è amico di Mevio). A questo punto il giudice non potrebbe fare a meno di soppesare se Caio è più potente di Sempronio o viceversa. E la legge non sarebbe più uguale per tutti. Per questo credo che la responsabilità civile dei magistrati non passerà: altrimenti la giustizia ce la possiamo scordare.

    Ma il fatto numero 2) significa che la Corte d’Appello ha detto alla Corte di primo grado e alla Procura: avete sbagliato tutto, avete preso una cantonata pazzesca. E quando la gente viene a sapere una cosa del genere, come si fa a pretendere che continui ad aver fiducia nella magistratura?

    Nel caso di infanticidio (orrendo reato) che ha dato origine alle opposte sentenze, chi ha ragione? La Corte d’Appello, la Corte di primo grado, o la Procura? L’unica cosa certa è che, dopo un fatto del genere, non si può dire all’opinione pubblica: giustizia è fatta e tutto è a posto. Non è a posto niente!  

    Non c’è alcuna certezza su chi è l’infanticida. Se l’imputato era colpevole, c’è un assassino in libertà. Se era innocente, non soltanto il vero assassino resta impunito, ma l’innocente ha subito una carcerazione ingiusta e un irreparabile danno di immagine (chi si fiderà mai più di lui? chi gli venderà qualcosa a credito? quale banca gli farà un mutuo? chi gli offrirà un lavoro? avrà ancora qualche amico? troverà ancora una donna che lo ami?).

    Dunque, ammesso (e non ancora concesso) che il giudizio della Corte d’Appello sia insindacabilmente quello giusto, che senso avrebbe chiedere un risarcimento ai funzionari della Procura che incriminò e del Tribunale che condannò? Se c’è un danno da risarcire deve pagarlo chi reclama per sé l’esclusiva dell’amministrazione della Giustizia, permette che accadano errori giudiziari di questa portata, e ci mette rimedio con grave ritardo. E cioè lo Stato.

    Ma una volta stabilito che gli errori giudiziari sono a carico dello Stato (che in caso di dolo o colpa grave si rivarrà sui suoi funzionari), resta il fatto che gli errori commessi da una Procura, da un Giudice monocratico o da una Corte giudicante non possono restare senza conseguenze. Devono pur esserci sanzioni disciplinari, avanzamenti e retrocessioni di carriera, ecc. ecc. E se una Corte d’Appello ribalta una sentenza di primo grado, o se un Tribunale assolve un imputato incarcerato per mesi in attesa di giudizio e per mesi massacrato dalla stampa, il pubblico non ha il diritto di sapere quali sanzioni sono state irrogate a chi ha commesso errori sulla pelle dei cittadini? 

    Probabilmente queste sanzioni esistono, ma la gente non le conosce. I media non ne parlano. Come mai? Per salvaguardare il prestigio della Magistratura? Se questo è l’intendimento, bisogna dire che ha sortito l’effetto contrario. Nell’opinione pubblica è diffusa la sensazione che il Consiglio Superiore della Magistratura sia un organo corporativo preoccupato, come il manzoniano conte zio, di troncare e sopire. Può darsi che questa sensazione sia sbagliata e che invece, statistiche alla mano, almeno da questo punto di vista la giustizia italiana rientri nella media europea. Ma la gente non lo sa.

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Coerenza e selvaggina

    La cultura si è allargata e livellata verso il basso? Sembra proprio di sì. E il livellamento ha prodotto anche una discreta confusione mentale.

    Mi limito a un esempio: quarant’anni fa la caccia era ancora considerata “lo sport dei re”, oggi è di moda l’animalismo e tutti seguono la moda. Però ci si guarda bene dall’applicarla con coerenza.

    Da più di quarant’anni sono un cultore di tauromachia. Sapendo che la moda è quella che è, di solito evito di parlarne; ma a cena da amici può capitare che qualcuno mi trascini sull’argomento. In questi casi, puntuale come una cambiale scaduta, salta su una gentile signora che mi guarda con orrore e mi rimprovera.

    “Ma non riesco a crederci! Se l’avessi saputo non sarei venuta qui, stasera! Per me, chi fa del male agli animali dovrebbe essere condannato a morte!”

    Il mio primo impulso è di dichiarare che non mi perdonerei mai se la signora dovesse rimpiangere di essere venuta, e togliere il disturbo. Ma la curiosità ha il sopravvento e, prima di salutare i padroni di casa, mi informo:

    “Scusa, ho capito bene? Vuoi dire che tu saresti capace di uccidere un essere umano, ma non un animale?”

    “Ma no… ma che discorso è? Non far finta di non capire…”

    “No, non ho capito davvero. Spiegami. Tu sei vegetariana, anzi vegana? Non mi pare: vedo che porti scarpe di cuoio.”

    “Ma cosa c’entra? Io non ho mai fatto male a nessun animale!”

    “Come no? Abbiamo appena mangiato prosciutto. Qualcuno deve pur avere ucciso e macellato il maiale perché noi potessimo mangiarlo. O no?”

    A questo punto, di solito, qualche anima generosa interviene a dirottare il discorso su altri temi. Ma la gentildonna ha oscuramente percepito di non essersi coperta di gloria e di lì a poco cerca la rivincita.

    “Scommetto che tu sei anche cacciatore, eh?”

    “A dir la verità, no. A caccia ci sono andato una sola volta nella mia vita e mi è sembrata una faccenda piuttosto noiosa. Però la selvaggina la mangio volentieri.”

    “Ah, be’, cosa vuol dire? La selvaggina piace anche a me!”

    “Cioè l’importante è che a uccidere la lepre sia qualcun altro, vero? Tanto poi lo condanniamo a morte.”

    Il seguito è una normale variazione sul tema: “Come rovinare una bella serata in casa di amici”.

                                                            ***

    Quando penso a questo genere di discorsi, che ascolto sempre più spesso e sui più svariati argomenti, sono letteralmente spaventato dall’incoerenza (starei per dire la schizofrenia) con cui certe tesi vengono avanzate e sostenute.

    Com’è possibile che un essere umano sui quarant’anni non conosca il significato delle parole che usa? Eppure ha frequentato la scuola dell’obbligo e magari nel suo lavoro ha fatto una discreta carriera. Com’è possibile che non sappia correlare l’enunciazione di un principio con la sua applicazione pratica?

    Far soffrire gli animali per il gusto di infliggere sofferenze non piace a nessuno (tranne ai bambini che strappano le ali alle mosche e le code alle lucertole) ma chi vuol mangiare un pollo, un pesce, o una fetta di salame, non può fingere di ignorare che il suo desiderio è causa di morte per un animale.

    Personalmente ho raggiunto un’età in cui gran parte della mia dieta è fatta di frutta e verdura, ma apprezzo ancora il pesce e la carne bianca, e più o meno una volta all’anno mi concedo una costata fiorentina o una lepre in salmì. Sono cosciente del fatto che se in trattoria ordino un piatto di carne un essere vivente muore, ma non mi sento responsabile di essere onnivoro più di quanto un felino sia responsabile di essere carnivoro. Del resto, anche i vegetali di un’insalata sono esseri viventi e dubito molto che sia possibile ricavare un’alimentazione umana completa da materiale inorganico. La vita si nutre della vita; tanto è vero che gli animali, verso i quali siamo tanto compassionevoli, non si fanno il minimo scrupolo a sbranarsi fra loro. Può essere spiacevole, ma è così.

    Invece le brave persone seguono le mode sicure di essere nel giusto; anzi, nel giustissimo; anzi, nell’unica convinzione moralmente ammissibile. E non si accorgono di avvolgersi nelle contraddizioni. La sicurezza di essere nell’assolutamente giusto li trascina nell’assolutamente cretino, ma non se ne accorgono. Non sono stupidi, non sono in malafede: semplicemente non se ne accorgono. Inseguono un ideale e non vedono che è un’utopia, una bella utopia che può indicare una direzione, ma che non è e non può diventare uno dei dieci comandamenti.

    Quando si parla di progresso civile, non bisognerebbe mai dimenticare che a opporsi al progresso non sono soltanto i conservatori e i reazionari (che, se non altro, combattono a viso aperto): sono soprattutto le incoerenze di chi dice di volere il meglio ma non sa metterlo in pratica.

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Il posto fisso, che monotonia!

    Il vecchio Kant diceva che due cose riempiono l’anima di ammirazione e reverenza: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me.

    Nel mio piccolo, minimo, anzi infimo, mi ritrovo con l’anima piena di stupore per due cose ben più banali: 1) la goffaggine con cui il porfirogenito presidente del consiglio tenta di fare il provocatorio e 2) la irata, irosa e tutto sommato spaventata reazione di tanta gente che, forse, non sa neanche di cosa sta parlando.

    1) Che gli economisti non siano brillanti parlatori, si sa: non a caso la loro scienza è chiamata “la scienza triste”. Anche il compianto prof. Padoa Schioppa si era già segnalato chiamando (giustamente ma impoliticamente) “bamboccioni” i giovani che, non trovando il lavoro fatto su misura per le loro aspettative, se ne stanno a casa a pettinare le bambole. Anche un altro ministro (o sottosegretario, non ricordo) dell’attuale governo ha sollevato un vespaio sostenendo che se uno a ventotto anni non si è laureato “è uno sfigato”.

    Ma un presidente del consiglio, per di più porfirogenito come l’attuale, dovrebbe essere più fine nelle sue provocazioni. Ne guadagneremmo tutti, e lui potrebbe atteggiarsi a bambino che grida: “Il re è nudo!”. A volte, anche i padreterni non si rendono conti del fatto che non è necessario un cannone per sparare ai passeri. E così il porfirogenito non si è accorto che dichiarare tout court: “il posto fisso è monotono” avrebbe fatto rizzare sulle zampe di dietro non soltanto i sindacati (effetto previsto e persino voluto), ma l’intera legione dei “buonisti”.

    2) D’altra parte, è ancor più inconcepibile il modo in cui si è espressa la reazione a queste parole. Chilometri di commenti su Facebook e su Twitter. Commenti sentenziosi di cittadini indignati. Ma come si permette? Lui, porfirogenito, ricco di famiglia, coronato da successi fin dalla culla, con che faccia irride i poveracci che arrancano da un impiego precario al sussidio di disoccupazione? Eccetera, eccetera.

    Ora, se un presidente del consiglio ritiene che sia il momento di fare una provocazione e, da economista, la fa male, sarebbe il caso che i sedicenti intellettuali che postano o twittano, prima di scrivere si assicurassero di aver capito. I poveracci che arrancano tra precarietà e disoccupazione sono tali perché le aziende non li assumono. E come mai non li assumono? Forse perché sono degli incapaci? No. Questo le aziende non possono saperlo. Prima dovrebbero provarli. Ma come possono fare? Una volta che assumono un nuovo dipendente hanno tre mesi di tempo per decidere se confermarlo o no; tre mesi durante i quali, se il neoassunto è un lavativo, si mostrerà sempre agile e scattante e pieno di iniziativa, salvo cambiare atteggiamento appena ricevuta la lettera di conferma (come certe mogli o certi mariti due mesi dopo il matrimonio). Perché c’è poco da fare: il rapporto di lavoro, così come è regolato a tutt’oggi, è né più né meno che un matrimonio (per di più, senza possibilità di divorzio!).

    Questa impostazione matrimonialista non deriva da spirito di classe o voglia di rivincita sull’odiato padrone. Più prosaicamente, è il prodotto di una mentalità provinciale e ottocentesca. Le aziende non nascono per svilupparsi all’infinito e durare in eterno. Forse era così ai tempi del “padrone delle ferriere”. Oggi le aziende nascono e muoiono. Non solo: fra la nascita e la morte vanno incontro a fasi di ingrasso e fasi di dimagrimento. Se un’azienda deve dimagrire, costringerla a tenere in organico i dipendenti in eccesso significa ucciderla quando potrebbe ancora riprendersi. Dal punto di vista dei dipendenti significa dilazionare di poco la disoccupazione per tutti; mentre, potendo licenziare, una parte dei dipendenti potrebbe conservare un impiego valido.

    Ciò che non è mai stato logico, ma ormai è diventato semplicemente impossibile, è che, una volta assunto, uno si consideri adottato dall’azienda e ritenga suo diritto che l’azienda gli assicuri il posto fino al momento di andare in pensione. Non soltanto è impossibile (nessuna azienda al mondo, neanche la Toyota, neanche la Siemens, può seriamente pensare di mantenere un simile impegno), ma soprattutto è mortificante. Dove sta scritto che l’operaio medio o l’impiegato medio siano personaggi così rinunciatari, così privi di iniziativa? Bisogna proprio che le circostanze aziendali siano idilliache o che siano catastrofiche quelle dell’economia mondiale se uno, dopo un paio d’anni in una azienda, non comincia a guardarsi intorno, anche senza l’intenzione di cambiare azienda, ma semplicemente per sapere in che mondo vive. Non si legge Quattroruote solo quando è ora di cambiare auto.

    Forse non aveva tutti i torti Padoa Schioppa quando parlava di bamboccioni. Non perché gli operai, gli impiegati, i precari e i disoccupati italiani siano bamboccioni per davvero, ma perché, a furia di sentirsi martellare in testa un certo modello di comportamento, hanno ritegno a comportarsi come vorrebbero, come sarebbe logico.

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Spending review

   

    Non sono mai stato un tifoso dell’Accademia della Crusca e non mi formalizzo quando ascolto termini inglesi usati per esprimere concetti che potrebbero benissimo essere espressi in italiano. Però, in tutta franchezza, mi sembra più efficace parlare di “revisione delle spese” piuttosto che di “spending review”. Che cosa capisce Ciccillo Esposito se gli parlate di una “spending review”? E qui sorge un dubbio amletico: non sarà che il porfirogenito presidente del consiglio ha usato l’espressione inglese, non per farsi capire, ma per restare il più possibile nel vago? Non sarà che di tagliare le spese dello Stato, in realtà, non ha la minima intenzione? Accidenti, la chiami come gli pare, ma questa benedetta revisione è necessaria e urgente: si decida a farla!

    Nel frattempo, per amor del cielo, non cadiamo nella trappola di pensare soltanto alle spese che ci scandalizzano e cioè a quelle di Camera e Senato (stipendi, auto blu, tutto pagato, ecc. ecc.). Ci sono anche quelle, beninteso, ma concentrarsi su Palazzo Madama e Monte Citorio serve solo a tre cose: 1) dimenticare che le spese enormi, improduttive, clientelari, stanno nei bilanci di ministeri e regioni, 2) far guadagnare la ditta Rizzo&Stella, che ha scoperto il filone della “casta” e ci campa sopra ormai da anni, 3) far dimenare come crotali gli indignazionisti professionali, sempre in caccia di visibilità.

    Il precedente governo è stato (giustamente) accusato di promettere tutto a tutti guardandosi bene dal mantenere. L’attuale governo ha promesso di spulciare una per una le spese dello Stato e di spolparle fino all’osso. Ma finora non sappiamo cosa ha spulciato (se pure ha spulciato qualcosa) e non ha spolpato altro che i cittadini. A tutt’oggi, il succo dell’attività governativa si può compendiare con: ha aumentato le tasse e ridotto le pensioni; in compenso ha litigato con tassisti e farmacisti, spostato la scadenza delle carte d’identità, e altre fanfaluche del genere. Si annuncia una defatigante trattativa con i sindacati per il famigerato art. 18, al termine della quale sospetto che non si caverà un ragno dal buco.

    E i tagli alle spese? Mah. Eppure ce ne sarebbe!

    Faccio un solo esempio: lo Stato spende fior di soldi per sovvenzionare i giornali di partito e così io e voi siamo costretti a pagare prezzi assurdi per la benzina allo scopo di finanziare giornali che non legge nessuno, spesso non si trovano neanche in edicola o non sono nemmeno distribuiti. Ma che senso ha? In Italia esistono centinaia di bocciofile che campano col tesseramento dei soci: perché l’editoria dei partiti non può fare altrettanto? Sempre in Italia esistono riviste di poesia, e di altre arti o discipline, che hanno scarsa diffusione ma escono regolarmente perché i redattori, invece di essere pagati, contribuiscono. Lo fanno per passione. E la politica non è, o non dovrebbe essere, una passione?

    Insomma: chi vuole leggere cose che interessano a pochissimi, ne sopporti il costo. E per amor del cielo non mettiamoci a sproloquiare di democrazia, di diritto di tribuna e di altre invenzioni verbali: se un giornale non vende abbastanza per coprire le spese, è proprio la democrazia a certificare che quel giornale, non avendo seguito, non ha rilevanza pubblica. E se è così, perché i cittadini dovrebbero pagare tasse per mantenerlo artificialmente in vita?

    È già arduo sostenere che sia equo travasare risorse dai molti ai pochi, ma nel caso dei giornali di partito non si tratta neanche di questo. Perché, in effetti, i pochi non sono neanche gli scarsi lettori beneficati dal piacere di leggere articoli che gli lisciano il pelo; beneficati sono soltanto i pochissimi che intascano uno stipendio (praticamente solo il direttore), il produttore della carta, e lo stampatore. Una volta fatto il conto di quanti ci rimettono e quanti ci guadagnano, la sconsolata conclusione è che si tratta puramente e semplicemente di soldi sottratti ai cittadini e gettati dalla finestra. 

    Ci possiamo permettere questi lussi? La prossima volta che fate il pieno, pensateci.

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Racconti

    Ho aggiunto ai romanzi e agli arretrati di Merlincocai anche quasi tutti i miei racconti. Ho tralasciato quelli che mi sembrano meno riusciti (e ne ho inclusi un paio che non piaceranno a nessuno, ma piacciono a me).

    Troverete prima quelli raccontati in prima persona, poi quelli in terza persona. Ogni tanto ci sono dei gruppi di racconti. Per esempio quelli che hanno per protagonista lo stesso Vittorio di “Modus in Rebus”. Oppure i quattro racconti storici intitolati 1815, 1849, 1914 e 1945 (chi avesse da suggerire titoli diversi e migliori è caldamente pregato di comunicarmeli).

    La sezione Racconti la trovate in alto, sulla barra dove ci sono anche I Nomi Sacri, Modus in Rebus e gli Arretrati. Date un’occhiata: può darsi che qualcuno dei racconti vi piaccia.

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