Ma chi sono i cattivoni?

    Come sempre, quando si tratta di aumentare la pressione fiscale, torna comodo deviare la rabbia dei contribuenti tartassati su un capro espiatorio. E chi meglio degli evasori fiscali?

    Purtroppo la legittima indignazione resta nel vago e fa sì che gli evasori appaiano poco meno che “untori” di manzoniana memoria. Nel nostro giocondo e festivaliero paese non ci si preoccupa di scoprire chi, come e perché evade le tasse. Ci si guarda bene dall’approfondire. Si lascia che ciascun membro dell’opinione pubblica sfoghi le sue invidie scegliendo da sé i propri nemici.

    Secondo me, questo significa che chi sa come stanno le cose trova comodo tacere per meglio imbrogliare i tartassati. Ti rubo il portafogli, ma ti faccio contento perché ti do modo di odiare pubblicamente proprio quelli che odiavi senza avere il coraggio di parlarne al bar. Se invece ci si prendesse la briga di spiegare al colto e all’inclita come stanno le cose in realtà, nessuno accetterebbe di pagare un centesimo in più.

    La triste realtà è apparsa solo in qualche articolo, scritto da tecnici in linguaggio tecnico, e confinato in fondo alle pagine economiche dei giornali in modo che lo leggessero in pochi. In questi articoli semiclandestini si dice, in sostanza, che l’evasione in Italia è stimata in una percentuale compresa fra il 15 e il 17% del PIL, ma che anche negli altri paesi industrializzati esiste un’area di evasione stimata fra il 10 e il 13%.

    Quindi, tanto per parlar chiaro, è una pura frescaccia l’idea di ricuperare a tassazione tutto ciò che si evade (se non ci riescono neanche Germania, Francia e Inghilterra, come pensiamo di farlo noi?).

    Si dirà: va bene (cioè, va male, ma non c’è rimedio), però rimane almeno un 5 o un 6% di PIL che potrebbe essere tassato, ed è una cifra enorme.

    Vero. Ma anche qui bisogna essere realistici. Chi è stato a Roma ha avuto modo di rendersi conto (se non ha le fette di salame sugli occhi) che l’IVA è molto più evasa lì che a Firenze. Chi conosce Napoli e Palermo sa che nell’ex Reame delle Due Sicilie, l’IVA è quasi un oggetto misterioso. E di imposte sul reddito, meglio non parlarne. Come si fa a pretendere che paghi le tasse chi si trova a vivere in zone dove la disoccupazione è enorme e qualunque attività economica, anche la più infima, deve pagare il pizzo alla malavita organizzata? E la malavita non paga certo le tasse sui suoi proventi.    

    Ma anche al nord le cose non vanno meglio. Il tessuto industriale italiano è diffuso in una miriade di aziende e aziendine spesso artigianali, molte delle quali nascono dalla sera alla mattina, vivono in penombra, chiudono e riaprono sotto un’altra ragione sociale. Pensare di farle controllare tutte dalla Guardia di Finanza è semplicemente impossibile. Negli altri paesi industrializzati l’evasione è minore perché in Germania, Francia, Inghilterra e Benelux, una larga fetta di PIL dipende da aziende di grandi dimensioni, più facilmente controllabili. Dove il controllo si fa sentire bisogna rigare dritto; ma se il controllo non c’è, se capita di uscire dal seminato e si vede che nessuno se ne accorge, è logico che uno si domandi: chi me lo fa fare? (Insisto: quell’”uno” non è soltanto il solito italiano furbastro, è anche il francese, il tedesco, l’inglese, eccetera eccetera. Altrimenti l’evasione da quelle parti sarebbe pari a zero. Ma negli altri paesi la struttura industriale è più facilmente controllabile).

    Recentemente in alcune aziende del padovano è venuto alla luce qualcosa che tutti sapevano ma nessuno diceva. Gli operai (immagino quelli bravi, dei quali una fabbrica non può fare a meno) pretendevano dagli imprenditori che una parte del salario fosse pagata in nero (per risparmiare su tasse e contributi). Ma naturalmente, per avere 100 di nero da distribuire agli operai, l’imprenditore deve vendere 100 senza fattura. E a questo punto, visto che non può fare a meno di prendere dei rischi, perché dovrebbe limitarsi a 100? Di nero ne fa 200, con 100 paga gli operai e gli altri 100 se li mette in tasca.

    E passiamo ai professionisti: avvocati, medici, dentisti, eccetera eccetera; e poi negozi e attività di ogni genere che vendano direttamente al pubblico. Cosa dovrà mai rispondere il cittadino messo davanti all’alternativa: con o senza fattura? Sa benissimo che nel secondo caso pagherà almeno il 20% in più e non potrà scaricare un centesimo dal suo imponibile. Dunque, su che cosa conta l’Erario? Su una crisi di coscienza, su un richiamo della CEI, sulla vocazione al tafazzismo? 

    Queste e altre sono, a mio modestissimo parere, le cose che gli strapagati articolisti economici del Corriere e di Repubblica dovrebbero scrivere per far sì che il Ministero dell’Economia e il Parlamento siano costretti a dare risposte concrete. Come mai non le scrivono?

    La penultima delle sette richieste che i cristiani rivolgono a Dio nel Pater Noster è: non indurci in tentazione. Invece lo Stato italiano sembra che faccia apposta a seminare di tentazioni il cammino dei contribuenti, e la stampa tace. Ma, perbacco, lo Stato non è mica Dio!

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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