Cristoforo Colombo

Come promesso, ripubblico qui, con qualche lieve correzione, la serie dei post su Colombo, una delle più richieste da chi cerca in questo blog.

                                     Le mappe impossibili         

 

    Quasi tutti i misteri che riguardano l’Atlantide, i Templari, i Rosacroce, ecc. ecc. sono bufale. Ma non si tratta di invenzioni. La “bufalaggine” sta nel non distinguere i fatti dalle congetture o, peggio, nel costruire congetture su altre congetture. Però i fatti ci sono.

    Sembra che negli archivi del Vaticano esista una mappa delle Americhe anteriore al 1492. Già questo sarebbe un argomento degno di indagine, ma ancor più strabiliante è il fatto che quella mappa non è un unicum. In Valtellina c’è una casa patrizia con un affresco anteriore al 1492 in cui è effigiato il continente americano. A Istanbul si è trovata una mappa, la carta di Piri Reis, datata 1513 nella quale sono riportate le coste del Sudamerica e perfino di una parte dell’Antartide. Non mi meraviglierei se ci fossero in giro altre mappe “impossibili”.

    Confesso di aver sempre guardato con scetticismo all’idea che Colombo fosse davvero convinto di andare in Cina. Ci sono fior di testimonianze, comprese quelle fornite da lui stesso nei suoi scritti, che consentono di affermare senza tema di smentita almeno questo: Colombo non era un sognatore, ma un intrigante avventuriero, capacissimo di raccontare balle a marinai, scienziati, finanziatori, re e regine, e di dissimulare i suoi veri propositi.

    Fra i mille motivi che ritardarono l’impresa ci fu anche l’insistenza di Colombo nel chiedere compensi a valere sulle terre che avrebbe scoperto (e le nominava pure: India, Catai e Cipango). Colombo reclamava i titoli di Viceré delle Indie e di Ammiraglio dell’Oceano. Ma tutti quelli che avevano letto il Milione di Marco Polo (e non erano pochi) sapevano che in Cina e in Giappone c’erano potenti imperatori che non si sarebbero certo sottomessi al primo venuto con tre caravelle e un centinaio di uomini, neanche se costui li avesse convertiti alla fede cattolica. Tantomeno gli avrebbero lasciato in esclusiva lo sfruttamento delle miniere d’oro del Cipango.

    Tra l’altro, che questo favoloso Cipango fosse il Giappone è quantomeno dubbio. Non so quanto credito si possa dare ai documenti cinesi secondo i quali flotte imperiali avrebbero traversato l’Oceano Pacifico fino in America, dove avrebbero trovato oro a profusione (e quindi il leggendario Cipango sarebbe la California). Ma il fatto indiscutibile è che in Giappone di oro non ce n’è e non ce n’è mai stato.

    A me sembra probabile che Colombo abbia avuto notizia dell’esistenza di terre a metà strada fra l’Europa e la Cina. Non ho la più pallida idea di dove e come può averlo saputo, ma è abbastanza certo che Colombo abbia navigato anche a nord (pare fino in Islanda), ed è storicamente assodato che i vichinghi arrivarono fino in Groenlandia e sulle coste del Labrador. Volete che i marinai di lassù non ne conservassero memoria? E non solo: chiunque sia stato in Messico sa che un vichingo arrivò laggiù in epoca precolombiana, fu preso per un dio e ancora oggi è effigiato con i capelli rossi e gli occhi azzurri. Magari non era solo. Magari qualcuno dei suoi compagni riuscì a tornare indietro. E Colombo potrebbe aver raccolto narrazioni semileggendarie di queste imprese. Certo è che, se l’ha fatto, non ne ha parlato con nessuno e non ne ha scritto una riga. Qualcuno ha addirittura ipotizzato che lo stesso Colombo sia stato in America prima del 1492. Ma non c’è uno straccio di prova. Sono soltanto congetture.

    Non sono uno studioso dell’argomento, neanche a livello dilettantesco, però mi piacerebbe trovare un appiglio per proporre l’ipotesi: e se Colombo avesse saputo che la Cina e l’India erano tremendamente lontane e non aveva senso cercare di raggiungerle facendo rotta a ponente, ma che lungo la strada c’erano terre che valeva la pena di andare a conquistare?

    Colombo seguì una rotta all’andata e un’altra al ritorno. Sono stati immaginati mille diversi motivi per la scelta di queste rotte ma, anche qui, non esiste uno straccio di prova. Guarda caso, la rotta dell’andata era la migliore per sfruttare i venti prevalenti nella stagione, mentre al ritorno Colombo cercò di sfruttare la corrente del golfo. Come faceva a sapere che gli alisei avrebbero soffiato fino all’altro capo dell’oceano? Come sapeva che la corrente del golfo proveniva dal Centroamerica? Qualcuno aveva già navigato nell’Atlantico prima di lui? La domanda mi sembra lecita, e una risposta non c’è.

    Se poi apriamo l’orizzonte sulla situazione geopolitica del medioevo, le domande si moltiplicano. Ben prima dell’impresa di Colombo, la Chiesa e i regnanti di Castiglia e di Aragona si erano legati in un’alleanza strettissima alla quale tennero fede per secoli, non soltanto finché Madrid fu caput mundi ma anche in seguito, quando decadde e passo passo si ritirò da tutti i possedimenti d’oltremare. L’alleanza nacque con lo scopo di cacciare gli Arabi dalla penisola iberica e, quindi, dall’Europa? Probabilmente. Ma l’ultimo regno arabo di Andalusia cadde nel 1492, pochi mesi prima che Colombo partisse da Palos. Come mai l’alleanza tra Spagna e Chiesa continuò fino al secolo scorso? Le alleanze, si sa, durano finché sono utili a tutti e due i contraenti.

    E se ci fosse stato dell’altro? Se il Papa (grazie alla famosa mappa “impossibile”) avesse saputo dell’esistenza dell’America e avesse cominciato fin dalla caduta di Costantinopoli (1453) a mettere le basi politiche per i viaggi transoceanici? Dal punto di vista del Papa, Venezia doveva tenere a bada i Turchi e non era neanche un alleato di cui fidarsi troppo. Per esplorare l’oceano ci voleva un solido alleato a ovest. E una volta conquistate nuove terre c’erano da convertire gli abitanti e mantenerli nella nuova fede. Era fondamentale affidarsi a uno Stato che marciasse con lo stesso passo della Chiesa. Solo così, anche se lo Stato avesse perso peso politico, sarebbe stato possibile mantenere una egemonia culturale.

    È necessario ripetere che queste sono tutte congetture, e congetture ex post? Ma i fatti, da soli, non si spiegano. Mi piacerebbe domandare agli archivisti vaticani fino a che punto Roma era al corrente delle esplorazioni oceaniche nel XIII e XIV secolo. Il Vaticano non risponde e noi fermiamoci qui, altrimenti qualcuno comincia a tirare in ballo i Templari, e appena si scrive o si pronuncia questo nome le congetture partono per la tangente.

    Il fatto inspiegato e per ora inspiegabile è che le carte e gli affreschi di cui sopra esistono davvero. Qualcuno (a Roma, a Madrid, forse anche a Innsbruck) sa come stanno le cose ma si guarda bene dal dirlo. Come mai?    

 

                                               Don Cristobal

 

    È impossibile leggere una biografia di Cristoforo Colombo (una qualunque delle tante che si sono scritte) senza imbattersi in un centinaio di pagine dedicate al problema delle sue origini. Chi lo fa genovese, chi lo fa catalano, galiziano, portoghese, ebreo. Questo post è dedicato a distinguere le tesi probabili dai wishful thinkings.

    In Italia nessuno dubita che Colombo fosse genovese. Esistono fior di documenti che attestano l’esistenza a Genova di un Cristoforo Colombo e dei suoi fratelli Bartolomeo e Giacomo, figli di Domenico, tessitore e taverniere, uomo di terra, tutt’altro che benestante, e incline a far debiti. Ma nessun documento certifica che quel Cristoforo Colombo sia lo stesso che scoprì l’America.  

    Invece in Spagna pochi dubitano che Cristobal Colon fosse spagnolo. E i principali motivi che adducono sono questi: 1) Colon non ha mai scritto una riga in italiano, né è mai stato sentito parlare italiano. Tutti i suoi scritti sono in spagnolo o in latino. Di più: il suo spagnolo presenta solecismi portoghesi e il suo latino gli errori tipici di chi è di madrelingua spagnola. 2) Colon si è firmato a volte Colom, ma mai Colombo. E il cognome Colom è piuttosto frequente in Catalogna.

    Salvador de Madariaga ha tentato di conciliare le due tesi proponendo un Cristoforo Colombo proveniente da una famiglia di ebrei spagnoli convertiti, fuggita dalla Spagna dopo i pogrom del 1391 e stabilitasi a Genova conservando la lingua spagnola nei rapporti familiari. Ma questa tesi, che pure risolverebbe molte incongruenze, è del tutto congetturale e manca di riscontri.

    Esiste poi una tesi secondo cui Colombo sarebbe ebreo, ma solo per parte di madre. La madre di Colombo si chiamava Susanna Fontanarossa (o Fonterossa), figlia di un tal Giacomo, abitante in contrada Bisagno. È stato reperito in Inghilterra un documento in cui Bartolomeo Colombo, fratello di Cristoforo, si firma Colonus de Terrarubra e, per inciso, questo è uno dei pochissimi legami fra il Colombo di Spagna e quello di Genova. È vero che Susanna è un nome frequente fra gli ebrei e più raro fra i gentili; ma mi sembra un po’ poco per costruirci sopra una ipotesi sensata.

    Esiste anche una teoria secondo cui Cristoforo sarebbe figlio illegittimo di un certo Palestrello, nobile piacentino. Susanna l’avrebbe avuto prima di maritarsi con Domenico Colombo. Ci tornerò sopra. Per ora mi limito a rilevare che anche per questa tesi i documenti sono pochi e ambigui.  

    Ricapitolando, la forza della tesi genovese sta nella documentazione: a Genova sono stati trovati documenti in abbondanza, altrove neanche uno. Ma che Colombo non abbia mai scritto una riga in italiano è un fatto, e questa è la forza delle tesi spagnole.

    A me sembra plausibile che il Cristoforo Colombo scopritore dell’America sia quello di Genova soprattutto per due motivi: 1) perché i nomi dei fratelli corrispondono: Bartolomeo (Bartolomé) e Giacomo (Diego). E 2) perché, se Colon fosse stato spagnolo, una volta avvenuto il descubrimiento i parenti fino ai prozii e ai terzi cugini sarebbero saltati fuori a centinaia mendicando raccomandazioni, un posto a corte o almeno una fattoria nel nuovo mondo; e figuriamoci se la città o il villaggio natale non avrebbe rivendicato onori e privilegi reali. Invece gli onori e i proventi dell’impresa furono divisi soltanto con i fratelli e i figli, e nessuna città spagnola ha mai rivendicato l’onore di aver dato i natali a Cristobal Colon.

    Ma come mai Colombo non ha mai scritto una riga in italiano?

    La spiegazione è forse difficile da credere per uno straniero, ma per noi è comprensibilissima: nel 1451 l’italiano non lo parlava nessuno. La lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio era semplicemente il dialetto dei fiorentini. Colombo non era italiano, era genovese! Certo, al porto di Genova capitavano pisani e lucchesi, come anche napoletani, greci, turchi e marsigliesi, e ci si intendeva con tutti aiutandosi con la gestualità; ma i genovesi fra loro non parlavano italiano (non lo fanno neanche oggi!). Il dialetto xenese non si insegnava, non si scriveva e ha suoni di problematica traslitterazione. Cristoforo Colombo parlò sicuramente xenese da ragazzo, ma non imparò mai a scriverlo. Non lo faceva nessuno. E non parlò mai il dialetto fiorentino. Perché avrebbe dovuto?

    Sicuramente imparò a leggere e scrivere in latino. Glielo avrà insegnato qualche prete perché a quei tempi le scuole non esistevano. Si imbarcò a quattordici anni (più o meno), probabilmente per sfuggire alla vita noiosa e meschina che poteva offrirgli un padre senza arte né parte come il suo, ma anche per spirito di avventura, che non manca a nessun adolescente. Doveva essere più o meno il 1465. Costantinopoli era caduta in mano ai turchi da dodici anni: la via delle spezie era chiusa e gli armatori genovesi erano alla disperata ricerca di altre rotte. Bisognava trovare una nuova via per le Indie circumnavigando l’Africa o aprendo un’altra strada. In un modo o nell’altro, Spagna e Portogallo erano passaggi obbligati e parlare spagnolo era un grosso atout.

    Lo scugnizzo Cristoforo Colombo si imbarcò con un armatore genovese che commerciava con la Spagna o forse addirittura con un armatore spagnolo, e una volta a bordo si trovò in full immersion spagnola: imparò la lingua, lesse libri in spagnolo, ascoltò dai nostromi le leggende marinare dell’oceano. Fra il 1465, anno in cui si imbarca, e il 13 agosto 1476, giorno in cui fa naufragio al largo di Cabo San Vicente, matura il progetto di navigare a occidente fino a incontrare terra ferma. 

 

                                               Marinaio e corsaro

 

    A Noli (SV), nella Loggia della Repubblica Nolese, c’è una lapide che ricorda il passaggio di Cristoforo Colombo il 31 maggio 1476. Vi si legge che Colombo passò da Noli con una flottiglia di cinque navi della Repubblica di Genova in viaggio verso l’Olanda. Ma quella lapide è stata posta lì nel 1948 ed è piuttosto ambigua, se non addirittura menzognera. Lascia intendere che Colombo fosse a capo della flottiglia, ma non lo afferma a chiare lettere. Dice che le navi erano della Repubblica di Genova, ma non dice cosa andavano a fare in Olanda. A quei tempi gli armatori erano privati cittadini ed è problematico che la Repubblica abbia noleggiato cinque navi (per chissà quale scopo) e le abbia affidate a un venticinquenne come Colombo, che era nato nel 1451. Probabilmente si trattava di un convoglio organizzato da diversi armatori.

    Personalmente dubito perfino che Cristoforo Colombo fosse a bordo di una di quelle navi, e dirò subito il perché.

    L’unica cosa credibile nella lapide nolese è la data: 31 maggio 1476. Anche senza far ricerche negli archivi, è probabile che cinque navi provenienti da Genova abbiano fatto scalo a Noli in quella data. È noto (e ne parla la stessa lapide) che il 13 agosto cinque navi genovesi furono attaccate al largo di Cabo San Vicente (l’estremità sudoccidentale del Portogallo). Nello scontro una nave andò a fuoco: una nave genovese o una nave pirata? Non si sa. Si sa che su quella nave era imbarcato Colombo. Lo racconta lui stesso in una lettera, ma senza dire da che parte aveva combattuto. Il futuro Ammiraglio salvò la pelle nuotando fino a riva e aggrappandosi a un remo come salvagente.

    I colombisti non si sono ancora messi d’accordo su questo piccolo particolare: Cristoforo Colombo combatteva per Genova o contro Genova? Secondo quel che lascia capire lui stesso nelle sue lettere, era agli ordini di un ammiraglio francese che i colombisti identificano in un certo Guillaume de Casenove-Coullon, mercenario e corsaro. Ma Colombo è attentissimo a non rivelare per chi combatteva. Forse all’epoca dei fatti era più facile capirlo, soprattutto per spagnoli e portoghesi. Oggi le sue parole suonano sibilline. 

    Insomma, la domanda resta: cosa ha combinato Cristoforo Colombo dal 1465, quando si imbarca per la prima volta, fino al 1476 quando arriva a nuoto sulle coste portoghesi?

    Documenti ce ne sono pochi. A lume di buon senso, ma senza prove, si può pensare che: 1) Colombo si sia imbarcato fin dal primo viaggio sulle navi di un armatore che commerciava con Spagna e Portogallo, 2) che quell’armatore fosse sì un commerciante, ma anche un corsaro.

    Perché la Spagna? Perché fin dal suo primo imbarco Colombo impara a parlare e scrivere in castigliano, resta in full immersion spagnola e adotta il castigliano come lingua madre. A questo proposito è sintomatica una lettera al Banco di San Giorgio di Genova datata 2 aprile 1502, lettera controversa perchè Colombo da un lato dichiara la sua origine genovese (Bien que el cuerpo ande acà, el corazon està alì de continuo), dall’altro scrive in castigliano. Ai colombisti spagnoli non fa piacere che Colombo si dichiari genovese e vorrebbero negare l’autenticità della lettera: il loro argomento è che, se Colombo fosse stato genovese, avrebbe scritto in italiano.

    Ma, come ho fatto notare nel post precedente, lo xenese non è una lingua scritta: è un dialetto, un’inflessione, una cadenza che ha origine dalla langue d’oc ed è affine al provenzale, al catalano, al valenzano. Si può quasi dire che lungo la costa del Mediterraneo da La Spezia a Cartagena si parlino mille dialetti di una stessa lingua. Certo, chi aveva possedimenti nell’entroterra ligure e chi aveva rapporti continui con il resto della penisola avrà saputo leggere e scrivere in un volgare italiano meno dialettale. Un Doria, un Fieschi, uno Spinola avranno magari scritto in volgare toscano quando corrispondevano con Ludovico il Moro, con Cosimo de’ Medici, col Papa. Ma uno scugnizzo imbarcato a quattordici anni cosa volete che sapesse? Credo che Colombo non abbia mai conosciuto la Divina Commedia. Se avesse letto il “folle volo” dell’Ulisse dantesco, forse non sarebbe mai andato in America.

    D’altra parte, quando scrisse quella lettera, Colombo non era più un signor nessuno. A dieci anni dalla sua impresa, era diventato il muy magnifico señor don Cristobal Colon, Caballero de espuelas doradas, Almirante mayor de la mar Oceana y Visorrey de las Indias. Era un “pezzo grosso” della corte di Spagna (e non era affatto in disgrazia, anche se gli era stato tolto il governo del nuovo mondo dopo la pessima prova che aveva dato come governante). Quindi era logico che scrivesse in castigliano.

    Ancora: perché Colombo deve aver avuto rapporti con il Portogallo? Dopo il naufragio di Cabo San Vicente, Colombo va a Lisbona (perché?), dove ritrova suo fratello minore Bartolomeo (come mai era lì?).

    Evidentemente Cristoforo deve essere già bene introdotto a Lisbona. Tanto è vero che due anni dopo si sposa, e non con una lavandaia, ma con Felipa Muniz Perestrello, che appartiene a una famiglia conosciuta a corte. A me sembra chiaro che già prima del 1476 Cristoforo e Bartolomeo avevano allacciato rapporti piuttosto solidi a Lisbona.

    Ma perché Colombo deve aver fatto il corsaro? Perché non poteva fare altro. A quei tempi la pirateria non era affatto disdicevole. Il mare era come la foresta nelle commedie di Shakespeare: una terra di nessuno in cui era facile perdersi e, una volta che ti ci mettevi, eri soggetto alla legge “pesce grosso mangia pesce piccolo”. Il Mediterraneo non era un lago di pace: i pirati mori saccheggiavano le coste europee, Andrea Doria combatteva contro il pirata Dragut, Carlo V mandava una flotta contro il pirata Barbarossa. Fino a Lepanto, navigare nel Mediterraneo fu più una cosa da soldati che da mercanti. E gli italiani non erano meglio dei turchi: nel tredicesimo secolo i veneziani avevano compiuto la più brillante operazione di pirateria di tutti i tempi saccheggiando nientemeno che Costantinopoli.

    Dunque Colombo comincia a viaggiare su navi che, oltre a portare merci a Siviglia e a Lisbona, lungo la strada abbordano navi indifese. Più tardi trasporta armi e truppe per Renato d’Angiò, che conduce una sfortunata guerra dinastica per la successione al trono di Aragona. Questa avventura, insieme al naufragio di Cabo San Vicente, è tutto ciò che conosciamo delle prime esperienze marinare del nostro eroe. Ne parla lui stesso, per brevi accenni, nelle sue lettere. E quel che si può concluderne è che Cristoforo Colombo per dodici anni combatte sul mare, con la Spagna e contro la Spagna, per Genova e contro Genova. È corsaro e mercenario. 

    Personalmente, pur senza prove, sono convinto che Colombo abbia fatto base a Lisbona fin dai primi anni 70 (forse anche prima) e da allora in poi abbia navigato come corsaro al servizio della corona portoghese. L’unico documento in proposito è l’accenno di un cronista dell’epoca secondo il quale Cristoforo era arrivato in Portogallo prima di Bartolomeo. Ma l’idea non è peregrina: nel 1476, quando Cristoforo fa naufragio a Cabo San Vicente, Bartolomeo ha sedici anni. È difficile immaginare che un ragazzo di sedici anni venuto da Genova (come? quando? con quali appoggi?) sia già così ben sistemato a Lisbona da poter accogliere un fratello che si presenta lì per la prima volta, naufrago e senza il becco di un quattrino. È più logico pensare a un Cristoforo Colombo corsaro e mercenario che intorno al 1470 trova un “impiego” presso il re del Portogallo e scrive al fratello Bartolomeo di raggiungerlo a Lisbona. Bartolomeo viene e per vivere deve trovarsi un’occupazione. Quando i due fratelli si ritrovano dopo il naufragio di Cristoforo, Bartolomeo campa disegnando carte nautiche e portolani. Come si è procurato i clienti? Chi l’ha inserito nel “giro”? Non risulta che a Lisbona conoscesse qualcuno.  

    Sembra probabile che suo fratello gli abbia preparato la strada. Se è così, Cristoforo doveva essere stato a Lisbona piuttosto a lungo. E anche questo sembra ragionevole, perché in molte e diverse occasioni della sua vita risulta evidente che Colombo è introdotto alla corte portoghese ed è conosciuto personalmente dal re. È difficile immaginare che una Muniz Perestrello si sposi all’insaputa del sovrano. E il re non ha niente da dire se la figlia di due personaggi conosciuti a corte sposa uno sconosciuto straniero? Evidentemente Colombo non è uno sconosciuto.

    Insisto: non esistono prove, né a favore né contro, però sono convinto che Colombo fu introdotto a corte ben prima del 1476.

    Ma lo ripeto: le mie sono soltanto congetture.

 

                                           Da Piacenza a Lisbona

 

    Come ha fatto Cristoforo Colombo a “piazzarsi” a Lisbona la prima volta che c’è andato? E quando è stata la sua prima volta? Davvero è arrivato a Lisbona naufrago e senza un soldo in tasca, sperando che suo fratello gli desse una mano? Aveva conoscenze o rapporti d’affari con altri portoghesi? Aveva una lettera di presentazione da parte di qualche pezzo grosso? Aveva alle spalle una carriera di cui vantarsi? O è capitato lì senza arte né parte, ha dormito sotto i ponti e ha saltato i pasti mentre cercava un impiego purchessia?

    Bisogna ripetere e sottolineare che su questo argomento non esistono documenti di alcun genere. Anche i topi d’archivio più tenaci e insistenti non sono riusciti a trovare una lettera, un appunto, un qualsiasi pezzo di carta che getti luce sulla vita di Colombo prima del suo arrivo in Spagna nel convento di La Rabida. Le uniche cose certe del suo passato sono: il trasporto effettuato per Renato d’Angiò e la nuotata con cui, nel 1476, il futuro Ammiraglio si salva dal naufragio di Cabo San Vicente.

    Ebbene: cosa faceva Colombo al largo della costa portoghese? Veniva da Genova, al servizio della Repubblica, o faceva il corsaro per conto del re del Portogallo? Pur senza prove, sono convinto che Colombo si trovasse in Portogallo già da qualche anno e fosse imbarcato su navi corsare al servizio della corona portoghese quando, agli ordini di Guillaume de Casenove-Coullon, comandante francese (corsaro e mercenario anche lui), assalì cinque navi genovesi e finì a mollo, costretto a nuotare per salvare la pelle. Sono convinto che Colombo facesse il pirata già da qualche anno, con base a Lisbona e con frequenti viaggi in Guinea, alle isole di Capo Verde, alle Azzorre, e forse anche nel Nord Europa.

    Nel 1478 o 79, non molto tempo dopo il suo naufragio, Cristoforo Colombo sposa Felipa Muniz, discendente per parte di madre da un pezzo grosso della Chiesa portoghese e per parte di padre da un Perestrello, appartenente a una famiglia di origini piacentine che aveva avuto parte nella scoperta dell’isola di Madera, ne manteneva una specie di governatorato ereditario ed era in ottimi rapporti con il re.

    È quasi incredibile che nessuno dei colombisti iberici si sia domandato come poteva un naufrago straniero, appena arrivato e letteralmente “con le pezze al culo”, fare un simile matrimonio. O meglio: nessuno se lo è domandato a chiare lettere, ma il dubbio deve essere venuto un po’ a tutti, visto che c’è chi ipotizza per Colombo una lontana parentela e un intrigo amoroso. Un Palestrello, nobile di Piacenza consanguineo dei Perestrello emigrati in Portogallo, avrebbe messo incinta Susanna Fontanarossa e in seguito l’avrebbe fatta sposare a Domenico Colombo, genovese.

    Naturalmente non esistono documenti. Gli unici agganci di questa tesi sono: 1) le pretese di Colombo di avere un’origine non ignobile ma misteriosa, 2) la frase di un cronista portoghese in cui si accenna all’oscurità delle origini di Colombo “per via dei disordini politici di quel tempo in Lombardia”, e naturalmente 3) il fatto che così si spiegherebbe come mai il naufrago Colombo riesca a frequentare casa Muniz-Perestrello. Ma l’aggancio 1) perde molto del suo peso di fronte alla fama di gran falador (cioè fanfarone e cacciaballe) del nostro eroe, l’aggancio 2) è poco significativo viste le conoscenze geografiche a dir poco approssimative dei cronisti lusitani dell’epoca, e l’aggancio 3) potrebbe avere molte altre spiegazioni.        

    Per conto mio, trovo che non sia necessario andare a immaginare una parentela illegittima. I rapporti economici e politici fra Genova e Milano (e quindi Piacenza) erano stretti. Niente di più facile che Colombo, in uno dei suoi primi viaggi da Genova a Lisbona, abbia portato, insieme ad altre, una lettera dei Palestrello di Piacenza ai Perestrello di Lisbona, che l’abbia recapitata personalmente e abbia coltivato la conoscenza fortuita, magari millantando qualche impresa, per introdursi a corte e ottenere un ingaggio o magari una licenza reale per esercitare commercio e pirateria. 

    In realtà, non serve neanche una ipotetica lettera. Basta semplicemente che Colombo, dopo qualche anno di avanti-e-indietro fra Genova e Lisbona, e dopo aver fatto il suo tirocinio da pirata, abbia trovato un imbarco su una nave corsara portoghese negli anni fra il 1470 e il 1473. Nei tre o quattro anni successivi può aver fatto una certa carriera (non molta, visto che nel 1476 era agli ordini di Casenove-Coullon e non è neanche detto che fosse al comando della nave andata a fuoco). In quei tre o quattro anni avrebbe avuto il tempo per conoscere i Perestrello, entrare in un “giro”, scrivere al fratello Bartolomeo di raggiungerlo a Lisbona, e raccogliere notizie sulla navigazione in Oceano. Il progetto di buscar el Levante por el Poniente prende corpo in quegli anni.

    Certo, Colombo a Lisbona non rimane con le mani in mano. Da buon avventuriero, ficca il naso dappertutto e intriga quanto può. Prima o dopo il 1476, è probabile che abbia copiato di nascosto la famosa mappa di Toscanelli depositata negli archivi reali. Quanto meno, in un modo o nell’altro, riesce a procurarsela. Di sicuro trova il modo di farsi notare a corte, visto che negli anni seguenti il re dom Joao II dimostra con fatti e con scritti di conoscere bene Cristoforo Colombo. Per esempio: una delle tante stranezze del descubrimiento è che al suo rientro dall’America Colombo approda a Lisbona (quando avrebbe potuto dirigere su Vigo o Pontevedra, come fece Pinzon), viene invitato a cena dal re, ci va, fa il gradasso rimproverandolo di non avergli creduto, dopodiché rientra tranquillamente a Cadice (e non risulta che i re di Spagna gli abbiano rimproverato questo suo strano comportamento).

                                                            ***

    Da come la vengo raccontando, è chiaro che secondo me la storia di Cristoforo Colombo è la storia di un avventuriero fortunato. Ma vi pare che nella scoperta dell’America qualcuno non avrebbe trovato il modo di mischiarci i Templari? E infatti eccoli qua.

    I Templari in Portogallo c’erano davvero. I Templari francesi erano stati dispersi da Filippo il Bello, ma quelli spagnoli si erano riciclati nell’ordine di Calatrava e quelli portoghesi nell’ordine dei Cavaleiros de Cristo. Può darsi che questi ultimi abbiano avuto qualche parte nelle spedizioni oceaniche: tutto il Portogallo era lanciato in questa avventura. Ma è incredibile che, avendo fatto chissà quali scoperte, le abbiano tenute segrete. Madera, le Azzorre, le isole del Capo Verde, una volta scoperte non rimasero segrete neanche un giorno. Come era possibile costringere al silenzio nostromi, gabbieri e mozzi? Come armare due o tre caravelle con equipaggi di soli cavalieri e senza marinai esperti? È assurdo immaginare che i Templari siano andati in America e nessuno l’abbia saputo.

    C’è però un fatto, questo sì misterioso, ma d’altro genere, che potrebbe coinvolgere i Templari e Cristoforo Colombo. Nel 1484, otto anni dopo il naufragio di Cabo San Vicente, mentre Colombo era in Portogallo e un po’ viaggiava, un po’ frequentava la corte, scoppiò un violento diverbio in seguito, pare, a un tentativo di colpo di stato. Andò a finire che, nientemeno, dom Joao II, re del Portogallo, pugnalò personalmente dom Diego de Viseu, suo parente e undicesimo Governatore dei Cavaleiros de Cristo. Dopodiché dom Joao “nazionalizzò” l’Ordine autonominandosi Governatore.

    In quell’anno (forse in quella stessa notte!) Colombo fugge dal Portogallo e ripara al monastero di La Rabida, vicino a Huelva, in Andalusia, dove viene favorevolmente accolto dai monaci e in particolare da frate Juan Perez.  

    È più che possibile che un intrufolone come Colombo si fosse compromesso con i Templari o addirittura con un progetto di colpo di stato. È una delle tante ipotesi ragionevoli per le quali non si troveranno mai prove a favore o contro. Ma che i Templari avessero scoperto l’America e invece di dirlo al re l’avessero detto a Colombo, be’, mi sembra dura da mandar giù.

 

                                         Roma, Lisbona, Madrid 

 

    Non contento di una ipotetica discendenza da un nobile piacentino, c’è chi si spinge a ipotizzare (ipotizzare non costa niente!) una paternità ancora più nobile per Cristoforo Colombo: un re di Polonia detronizzato ed esiliato a Madera. Tanto varrebbe ipotizzare Colombo figlio naturale del Gran Khan. E non è escluso che qualcuno ci provi, prima o poi. Altri ancora giocano il tutto per tutto e tirano in ballo nientemeno che un Papa. Ma anche senza ipotesi fantasiose è un fatto che la Chiesa gioca un ruolo importante nella scoperta dell’America, un ruolo che in alcune segnalate circostanze diventa addirittura cruciale.

    È la Chiesa (nella persona di Alessandro VI, il famoso e famigerato papa Borgia) che, in seguito alla scoperta di Colombo, convoca Spagna e Portogallo a Tordesillas e impone la raya, il meridiano al di là del quale comincia la zona di influenza spagnola. È a seguito di questa mediazione che il Portogallo si concentra sulla via delle Indie attraverso la circumnavigazione dell’Africa e mette le mani sul Brasile solo sfruttando la mancanza di strumenti validi per misurare la longitudine.

    Come sia riuscito il Papa a far digerire una simile diminutio capitis al re del Portogallo, giuro, non lo so. La controversia sulle zone di influenza oceanica sembrava fatta apposta per riattizzare la guerra che Portogallo e Castiglia si erano fatta fino pochi anni prima per via di una contestata successione dinastica. Invece niente. E ancor più strano è che il Papa sia riuscito a mantenere la concordia sulla base dell’accordo di Tordesillas anche in seguito, quando fu chiaro che a ovest c’era un intero continente da conquistare.

    Ma torniamo a Cristoforo Colombo. Nelle sue biografie vengono minimizzati due fatti importanti. Biografi e storici li citano perché non possono fingere di ignorarli, ma evitano accuratamente di trarne conclusioni.

    Uno è questo: tutti gli esami scientifici delle teorie di Colombo dimostravano che la sua misurazione delle distanze era cervellotica. La commissione di Salamanca fu molto chiara in proposito. Nonostante ciò, Fernando e Isabella non scacciarono mai definitivamente Colombo, non gli diedero mai del mentecatto e del venditore di fumo. Le ripetute figuracce sul piano scientifico non intaccarono mai la fiducia di re e regina in questo straniero ex corsaro, di oscure origini e con un ambiguo passato in Portogallo. Come mai?

    Il fatto è che questo profugo semisconosciuto aveva dalla sua una mezza dozzina tra vescovi, preti e frati, tutti introdotti a corte (e probabilmente anche in curia), tutti influenti, tutti pro-Colombo. Come se li era procurati? Dio solo lo sa. Solo Dio può sapere come mai Colombo, scappando dal Portogallo, va a parare proprio al convento di La Rabida. Ma è un fatto che da lì riparte per la sua scalata sociale. Qualcuno (forse il frate Juan Perez) lo presenta al duca di Medinaceli che lo prende a benvolere, lo trattiene presso di sé per due anni e lo introduce a corte, sempre sotto l’ala benevola di preti e vescovi.  

    I colombisti elencano questi patroni, li colmano di elogi, ne esaltano la dottrina, il buon senso, l’intuito, eccetera eccetera; ma non spiegano com’è possibile che gente abituata a frequentare la corte, a cavalcare intrighi e congiure di palazzo, si giochi la faccia per favorire i sogni di Colombo. Vescovi, preti e frati non sono autonomi, devono consultarsi con i rispettivi superiori (e il superiore di un vescovo è il Papa). Come mai a corte in quasi sei anni, e dopo che la commissione tecnica di Salamanca ne aveva ridicolizzato le teorie, nessuno, neanche un pretino o un fraticello, si schierò risolutamente contro Colombo? Lui stesso si lamenta nelle sue lettere che a corte erano in tanti a considerarlo un visionario e a ridergli dietro le spalle, ma un partito anti-Colombo non è mai esistito. Nessuno si è mai alzato a dire pubblicamente: “Maestà, non date retta a questo ciarlatano!”. È strano. Tanto più che nella Spagna di quei tempi non mancavano preti e vescovi dal giudizio franco e dai modi spicci. Avete presente un certo Torquemada?

   Seconda stranezza: nei primi mesi del 1492 Colombo aveva perso tutte le speranze. Tornò al monastero di La Rabida e cercò di rappacificarsi con il re del Portogallo. Dom Joao gli spedì un salvacondotto che ci è pervenuto, e costituisce un documento importante. Contemporaneamente, quasi per parare la mossa, Frate Juan Perez scrisse alla regina Isabella una lettera che è stata distrutta o è rimasta secretata. Non se ne conosce il contenuto, ma si sa per certo che fu scritta perché nel giro di quindici giorni, in risposta a quella lettera, la regina Isabella convocò a corte Colombo mandandogli perfino i soldi perché comperasse un vestito buono. Da quel momento tutto cambiò: non si discusse più se fare il viaggio o non farlo, ma solo i termini della ricompensa (come se ormai fosse acquisito che le terre c’erano e Colombo le avrebbe trovate).

    Che cosa era successo? Cosa c’era scritto in quella lettera? Visto l’effetto che produsse, doveva essere qualcosa di nuovo e di decisivo. Ma cosa poteva sapere di nuovo e di decisivo un frate di un monastero di Huelva? Doveva trattarsi di una notizia, o forse una conferma, appena arrivata. Ma una conferma di che?

    L’unica fonte di notizie marinare per Frate Juan Perez era Martin Alonso Pinzon, il “socio” di Colombo nell’avventura americana, frequentatore assiduo del monastero. Nel 1491 Pinzon era venuto a sapere qualcosa che l’aveva convinto a investire soldi e prestigio personale nel progetto di Colombo. Forse ne parlò a Juan Perez, magari in confessione. Forse Juan Perez non ci volle credere prima di avere delle conferme autorevoli.

    È ovvio che questa è una congettura anche più azzardata delle precedenti. Ma nei verbali di un processo in cui un figlio di Pinzon compare come testimone si è trovata questa dichiarazione:

    “…dichiara di sapere, in quanto figlio di Martin Alonso Pinzon, che suo padre trovandosi a Roma l’anno prima di partire per l’America e frequentando la biblioteca del Papa dove conosceva un cosmografo… fu da lui informato di queste terre ancora da scoprire”.

    Ecco che riappare la famosa “mappa impossibile” del Vaticano. E, si badi, non si parla di Catai o di India, ma di terre ancora da scoprire!

    Naturalmente, liberi tutti di pensare che il Papa non ne fosse informato, o che pur sapendo tutto non ne avesse parlato ai re di Spagna, e che pur stando così le cose permettesse ai suoi cartografi di parlarne al primo venuto… eccetera eccetera. 

 

                               Insomma: chi era Cristoforo Colombo?

 

    E rieccoci qua: chi era Cristoforo Colombo? Un avventuriero? Senz’altro. Un cacciaballe? Spesso. Un impostore? Qualche volta. Un giocatore d’azzardo? Oh sì. Tirando le somme, direi che è stato né più né meno che uno dei tanti italiani che hanno girato il mondo disposti a tutto pur di arraffare soldi e gloria. Uno dei pochi che abbia avuto successo. 

    Era ebreo, era illegittimo, era figlio bastardo di un nobile, di un re in esilio, di un Papa in servizio permanente effettivo? E chi lo sa. Niente di più facile che sia nato da una “divagazione” della signora Susanna. Detto fra noi, il signor Domenico non doveva essere una cima. Eppure Cristoforo, almeno fino a un certo punto, gli volle bene: quando aveva diciotto anni e Domenico rischiò la bancarotta, si rese garante per i suoi debiti. Correva l’anno 1469 e il figlio marinaio pirata era già più ricco di suo padre.

    Da bambino, Cristoforo (come anche il fratello Bartolomeo) fu probabilmente uno scugnizzo sul tipo di Balilla, svelto di lingua e di ingegno, un lazzarone curioso che preferiva inseguire un colpo di fortuna piuttosto che ingobbirsi sul telaio o gestire una taverna. Suo padre (vero o putativo) aveva provato tutti e due questi mestieri e non ne aveva ricavato gran che. Lui impara un po’ di latino e di aritmetica, legge libri, gira nel porto, ficca il naso qua e là. Nelle chiacchiere dei marinai coglie qualcosa che gli accende la fantasia: ci sono altre terre nell’Oceano, piene d’oro e di spezie. Il primo che le trova diventa come un re delle favole.

     Appena può si imbarca. E si dà da fare come corsaro e come intrigante pur di arrivare a parlare con un re. Perché gli è subito chiaro che un privato può anche finanziare una spedizione ma, una volta trovate le nuove terre da colonizzare, ci vuole la potenza di un regno per difenderle (e per garantire i diritti di sfruttamento). 

     Con i re di Spagna Colombo si vanta di aver navigato “in tutti i posti dove l’uomo è arrivato”. Questa frase ha fatto credere a qualcuno che Colombo in America ci fosse già stato. Ma è soltanto una vanteria. Certo, il nostro eroe ha navigato parecchio: conosce il Mediterraneo occidentale, le coste oceaniche africane, l’Inghilterra, l’Irlanda, forse anche la Groenlandia. Ha vissuto a Madera. È stato alle Canarie e alle Azzorre. In tutte le isole dell’Oceano ha interrogato i marinai del posto, ha domandato cosa c’era a ovest.

    Oltre a questo, insieme a suo fratello Bartolomeo che era cartografo, fa collezione di mappe. All’epoca, ne circolavano tante. Riportavano nomi arcani: Cipango, Antilha, le Sette Città, l’Atlantide. Si basavano su frasi pescate qua e là in Plinio e in Tolomeo, sui resoconti di Marco Polo e di altri viaggiatori, su vere e proprie leggende come l’Atlantide descritta da Platone, le profezie di Esdra, l’ultima Thule cantata da Seneca, la favola di sette vescovi andati a evangelizzare altrettante isole beate, eccetera eccetera.

    Di queste carte ne sono rimaste abbastanza per farcene un’idea: riportano la costa della Cina e una miriade di isole fra le quali, a grande distanza dalla costa, spicca una grande isola rettangolare: Cipango. Data la forma, non fa meraviglia che Colombo abbia creduto di identificare Cipango in Cuba. Una volta chiarito che non era Cuba, per secoli si è pensato che Cipango fosse il Giappone. Ma di oro in Giappone non ce n’è. Se è vera la leggenda dei viaggi transoceanici cinesi, Cipango potrebbe essere stato la costa della California.

    Ma, insomma, come mai Colombo sbagliò tanto grossolanamente la misura delle miglia corrispondenti a un grado terrestre? Come mai rimase tenacemente aggrappato al suo errore anche quando gli venne dimostrato che la distanza per spostarsi di un grado era quasi il doppio di quanto diceva lui?

    Non credo che Colombo fosse un cretino e neanche un visionario. Mi sembra più probabile un’altra ipotesi: Colombo sapeva che la Cina era molto, molto più a ovest; ma sapeva pure che a metà strada fra l’Europa e la Cina c’erano altre terre da conquistare. E siccome doveva promettere la Cina e le Indie per farsi autorizzare il viaggio, accorciò la lunghezza dei gradi al solo scopo di vendere il suo inganno. Non si fece scrupolo di ingannare i re così come spesso aveva ingannato i marinai.

    Ma come sapeva dell’esistenza di altre terre?     

    Come lo sapevano tutti: dai racconti di chi c’era stato. Perché in America c’erano già andati altri.

    I Portoghesi scoprirono e popolarono le Azzorre quando Colombo non era ancora nato. Ma di queste isole si parlava già da un paio di secoli. Ci sono carte catalane del XIII secolo che le riportano. Evidentemente, qualcuno c’era stato, era tornato e ne aveva parlato. La cosa non aveva avuto seguito, forse perché non valeva la pena di viaggiare in mezzo all’Oceano per andare su isole spopolate dove non c’era niente da guadagnare. Ma, partendo dalle Azzorre, i Portoghesi andarono a pescare sempre più a ovest fino ai banchi di Terranova. Quando ci arrivarono? E chi lo sa. Una voce incontrollata (e incontrollabile) narra di alcuni naviganti che, in fin di vita, sarebbero rientrati alle Azzorre da un viaggio nell’ignoto e sarebbero sopravvissuti solo quei pochi giorni necessari per dire a Colombo – provvidenzialmente lì a riceverli – dove stava il continente perduto.

    Ma lasciando da parte tutto ciò che suona a favola, è un fatto che i Vichinghi toccarono il Labrador prima dell’anno mille, stabilirono basi in Groenlandia e vennero a contatto con gli Inuit, gente dai tratti somatici mongoli, che poteva essere presa per cinese. Racconti e leggende su questi viaggi circolarono per secoli nell’ambiente dei marinai nordici. Nel Portogallo di fine Quattrocento non erano storie ignote ed erano in molti a pensare che l’oceano nascondesse terre ancora da scoprire; il problema non era tanto andare a trovarle, quanto tornare indietro a raccontarlo.

    Mappe con l’indicazione di Cipango, delle coste della Cina e dell’isola di Taprobana, ce n’erano tante; ma erano favoleggiamenti, variazioni sul tema del “Milione”. Invece la mappa conservata in Vaticano e l’affresco valtellinese contengono qualcosa di più: l’indicazione delle coste di un nuovo continente. Questo è il mistero inspiegato. Qualcuno (si parla di un marinaio veneziano) era andato fin laggiù, aveva esplorato, era tornato e aveva confidato la sua scoperta al Papa, che l’aveva vincolato al segreto? Possibile, ma non c’è uno straccio di prova. Forse Colombo lo sapeva, ma non era nel suo interesse parlarne. Il re del Portogallo doveva esserne all’oscuro, altrimenti avrebbe autorizzato il viaggio di Colombo o ne avrebbe organizzato uno per conto suo. Forse il Papa ne parlò ai re di Spagna; i quali, una volta conquistato il Nuovo Mondo, era logico che non dicessero niente a nessuno. Certo, qualcosa fra Papa e Re di Spagna dev’essere successo. Però il Vaticano avrebbe potuto aprire i suoi archivi, e Dio sa perché non l’ha mai fatto.

    Non posso dimostrarlo, ma nessuno mi leverà mai dalla testa che Colombo sapeva che prima di arrivare in Cina avrebbe trovato sulla sua strada molte isole e un intero continente. Il viaggio era fattibile con i mezzi di cui disponeva.

    Sono convinto che Colombo avesse un’idea abbastanza precisa di dove andava e di cosa avrebbe trovato. Era un avventuriero, non un sognatore. Nel suo primo viaggio, quando l’equipaggio fu a un pelo dall’ammutinamento, Colombo chiese tre giorni ancora di rotta a ovest: se non avessero trovato terra, avrebbero virato di bordo. La notte del terzo giorno, allo scadere del tempo richiesto, Colombo disse di aver visto dei fuochi. La mattina dopo Rodrigo de Triana dalla coffa gridò “Terra!”. Molti colombisti ritengono che quei tre giorni non siano stati chiesti a caso, ma perché Colombo sapeva che la terra era ormai a portata di mano (e la sua misurazione delle distanze, anche se non era quella giusta, funzionava).

    Nel suo ultimo viaggio, l’ammiraglio rischiò di essere depredato e maltrattato dagli indigeni. Se la cavò con un vecchio sistema, sempre efficace: minacciò la collera degli dei, che avrebbero fatto sparire la luna dal cielo. Facile profezia, visto che le effemeridi garantivano un’eclissi di lì a poco. Ci sono altri esempi di questo genere: Colombo era un giocatore.

    L’unica conclusione che mi permetto di trarre al termine di questi post è che Colombo sapeva scommettere e all’occorrenza bluffare, ma sempre sul sicuro. Non si sarebbe mai messo in mare con l’idea un po’ romantica di “andare a vedere cosa c’è al di là”. Partì convinto di trovare isole da conquistare, e sapeva dove cercarle.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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2 risposte a Cristoforo Colombo

  1. gigio ha detto:

    ciao Riccardo
    Churchill diceva dei socialisti che avevano la sindrome di Colombo.
    quando è partito non sapeva dove andava,quando è arrivato non sapeva dove si trovava ,e tutto aspese degli altri.
    Il tuo saggio su don Cristobal smonta il teorema del vecchio Winston.
    saluti
    gigio

  2. riccardo ferrazzi ha detto:

    Il vecchio Winnie non sempre le azzeccava…

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