Cinque avventurieri italiani

Basterà leggere una ventina di libri per affacciare una tesi storica? No. È probabile che venti non siano sufficienti. Ma allora quanti? Duecento? Duemila? In realtà, se la tesi fosse azzeccata ne basterebbero due, o anche nessuno. Ma per dire che una tesi sta in piedi ci vogliono prove, e il più delle volte le prove stavano nella testa dei protagonisti, che si sono guardati bene dal metterle per iscritto. O quando hanno scritto qualcosa, hanno mentito deliberatamente. Oppure ci hanno pensato i posteri a far sparire tutto ciò che contrastava con l’immagine imbalsamata nel mito.
L’oggetto della mia tesi sono alcuni uomini che col trascorrere del tempo sono stati trasformati in monumenti, esempi, simboli, integralmente e perennemente uguali a se stessi, dalla culla alla bara. Il mito ci ha consegnato un Napoleone genio della guerra; un Casanova amante irresistibile; un Cagliostro intrigante di successo; un cardinale Alberoni totalmente privo di scrupoli; un Cristoforo Colombo nuovo Ulisse che non ha paura dell’ignoto.
Ma è proprio così? Colombo non ha mai avuto paura, Casanova ha sempre trionfato nei cuori e nelle camere da letto, Napoleone non si è mai perso d’animo? Io non ci credo. Non ci credono neanche i biografi, finché riportano la realtà dei fatti, anche se poi si sforzano di minimizzare ciò che va a detrimento dell’immagine consolidata. Soprattutto, i primi a non credere al mito sono i nostri eroi. Basta leggere le loro autobiografie come se fossero romanzi, e cioè fingendo di non sapere come va a finire. Basta ricordare a ogni pagina che solo guardandola a posteriori la Storia lascia intravedere una linea di sviluppo, e constatare (o leggere tra le righe) che a quello sviluppo il protagonista quasi mai aveva pensato.
La mia tesi è che Napoleone, Casanova, Cagliostro, Alberoni e Colombo avevano la stessa mentalità; che questa mentalità era tipica dell’avventuriero italiano; che era identica a quella di mille altri avventurieri pieni di genio, intuito, audacia, che si gettarono nel mondo con l’unico obbiettivo di agguantare un po’ di successo personale, e stop. Inoltre, sostengo che nel perseguire il loro sogno di autoaffermazione i cinque supereroi di cui sopra non ebbero meriti particolari: furono soltanto i più fortunati.
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Riconosco che la tesi è scandalosa. Che c’entra la fortuna con il mito di personaggi che sono diventati veri e propri archetipi umani? Questi uomini sono i migliori esempi di “trionfo della volontà”! Nessuno più di loro ha costruito il successo con le proprie mani, sormontato difficoltà, sopportato la malasorte, piegato la realtà ai suoi progetti. Chi non ricorda a quante porte ha bussato Cristoforo Colombo? O quante battaglie ha combattuto Napoleone? E Alberoni, pur di uscire da una curia di provincia, non è arrivato a baciare il culo (e non per metafora) del generale Vendôme?
Eppure, facciamo uno sforzo di obbiettività: questo modo di vedere le cose non è viziato dal fatto che ormai sappiamo come andò a finire? Proviamo a metterci nei panni dei nostri eroi, non quando hanno toccato l’apice del successo, ma quando erano dei perfetti sconosciuti.
Giuseppe Balsamo, scugnizzo palermitano cacciato da scuole e collegi, è ridotto a vivere di truffe e forse anche a prostituirsi nei porti levantini. Quando rientra in Italia si dà alla nobile professione di falsario e sfruttatore di donne. Per anni vive alla giornata, senza progetti, senza speranze. Trascina la sua esistenza cercando fessi da buggerare per mettere insieme il pranzo con la cena. L’unica cosa che ha in mente è placare la fame, ma spesso non ci riesce e deve saltare i pasti. Un giorno incontra Casanova, ben vestito, ben pasciuto e pieno di quattrini: tenta di rifilargli un documento contraffatto e di mandarlo a letto con sua moglie. È lontano mille miglia dall’immaginarsi conte di Cagliostro e Gran Cofto della massoneria di rito egiziano.
Dal canto suo, il sottotenente Napoleone Buonaparte (non ancora Bonaparte) non è messo meglio. Discendente da una famiglia di origine veneto-emiliana-toscana, figlio di un avvocato squattrinato, proveniente da un’isola diventata francese da pochi anni e già ribellatasi un paio di volte, iscritto alla scuola di guerra grazie all’elemosina di un re al quale sta per essere tagliata la testa. Tutto sembra andargli a rovescio. Altro che mirabolanti futuri! C’è da fare salti mortali per salvare la pelle. La rivoluzione è un’opportunità, ma è anche un rischio mortale: da che parte schierarsi? A Parigi il sottotenente Buonaparte non ha santi in paradiso.
Prova a ripartire da Ajaccio e gioca le carte più estremiste. Si butta in braccio alla montagne, a Robespierre. Il gioco sembra funzionare e Napoleone ottiene la sua prima opportunità all’assedio di Tolone. Ma il 9 termidoro è alle porte: Ropespierre viene detronizzato (e decapitato), chi si era legato al suo carro oltre alla carriera rischia anche la testa. Buonaparte è un vaso di coccio tra vasi di ferro, e lo sa. È pieno di dubbi, timori, desiderio di tenere il piede in troppe scarpe. Quali sono i suoi piani fino questo momento? Nessuno. Il suo unico scopo, quando Robespierre viene giustiziato, è salvare la pelle.
Forse, in un momento così drammatico, non riesce neanche a dare il giusto peso a una circostanza: i generali monarchici (cioè quasi tutti!) sono scappati all’estero oppure intrigano e si fanno cogliere sul fatto. Al comando delle armate francesi ci sono generali di nomina politica, che non hanno frequentato la scuola di guerra. Alcuni sono ottimi tattici, nessuno è uno stratega. Questo è il primo colpo di fortuna di Napoleone.
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Tredici anni prima della nascita di Napoleone, Casanova evade dai Piombi senza un piano preciso e senza idee per il suo futuro. Non ne avrà mai. Arriva a Parigi il 5 gennaio 1757 e, uno dopo l’altro, mette a segno due colpi da maestro: si inserisce nella gestione del lotto e circuisce la duchessa d’Urfé.
Con il malloppo depositato in banca e sfruttando la rete delle fratellanze massoniche, gira l’Europa facendosi mantenere dai suoi ospiti, piazzando piccole truffe, combattendo duelli, barando al gioco, passando da un’amante all’altra, buttando al vento i suoi quattrini. Sempre all’avventura, sempre alla giornata, senza un obbiettivo concreto. È il suo periodo di trionfo e tutto sembra andargli a gonfie vele: cavalca l’onda della fortuna.
Più tardi, nello stesso periodo in cui Casanova si abbassa a fare l’informatore pur di rientrare a Venezia, Giuseppe Balsamo diventa il conte di Cagliostro. Anche lui ha trovato la sua miniera d’oro nella massoneria, nei riti esoterici, nella magia, e inizia a comportarsi come un guru indiano. Si fa un nome nei paesi baltici dove, preceduto da un battage pubblicitario senza precedenti, passa di città in città sull’onda dei successi. Lascia il paese prima di essere smascherato e arriva in Francia con la fama di mago, guaritore e benefattore dell’umanità, nonché nababbo capace di trasmutare i metalli vili in oro. A Strasburgo, per puro caso, incontra il colpo grosso: conquista la città guarendo gratis gli ipocondriaci e gli affetti da malattie psicosomatiche, entra nelle grazie del duca di Rohan e per un paio d’anni tocca il cielo con un dito.
Cagliostro non diventa santone, gran maestro di una massoneria, eminenza grigia di un gran signore, programmando e mettendo in esecuzione un piano preciso; al contrario, ha tentato mille strade, è passato attraverso tutte le vergogne, prima che il caso gli facesse incontrare la persona giusta al momento giusto. Si può ammirare il suo mantenersi mentalmente disponibile a qualunque avventura, ma non si può certo accreditarlo di un programma (se non quello di far quattrini in qualunque modo).
La fortuna continua ad assisterlo finché il famoso “affare della collana” rovina il suo protettore. In quella circostanza Cagliostro si disimpegna con abilità e riesce a salvare gran parte del suo credito ma, con la stessa immotivata rapidità con cui l’aveva abbracciato, la fortuna lo abbandona. Le sue scelte perdono lucidità. Il conte di Cagliostro ridiventa Giuseppe Balsamo e si avvia lungo la china che lo porterà a morire in galera.
Una traiettoria simile, anche se con un esito meno tragico, è quella di Giulio Alberoni, piccolo e sconosciuto abate che soffoca nella provincialissima curia vescovile di Parma. Il passaggio del Vendôme, capitano di ventura con una armata mercenaria al seguito, è un avvenimento e il vescovo, accompagnato da Alberoni, suo segretario, corre a riverirlo. Ma il generale ha la villania di ricevere il vescovo stando seduto sul vaso da notte; il vescovo si offende e se ne va; lo spregiudicato Alberoni vede la possibilità di spiccare il volo e la coglie immediatamente.
Spiccare il volo verso dove? Alberoni non lo sa e nemmeno gli importa. Vuole volare, e basta. Con i suoi “lazzi turpi e matti” (ma anche facendosi notare per qualche idea non banale) molla il vescovo, si lega al Vendôme, va con lui a Madrid e viene presentato a corte. In quell’ambiente di mummie imbalsamate Alberoni seduce la regina, diventa primo ministro di un impero in decadenza, ma ancora intercontinentale; piazza un fortunato colpo diplomatico e regala alla Spagna l’ultimo sussulto della sua potenza. Ma il vento gira quasi subito: solo grazie al Papa Alberoni riesce a cavarsela a buon mercato.
Sorte ben diversa da quella di Cristoforo Colombo, che viaggia per diversi armatori prima di concepire l’idea della traversata oceanica. Ci si incaponisce, ma non riesce a persuadere i portoghesi. Prova con gli spagnoli, ma deve aspettare anni e anni, raccontare bugie, mettere di mezzo ogni genere di intermediari. Si riduce in miseria. Presenta calcoli sballati ai dottori di Salamanca che lo mandano a quel paese (e non avevano tutti i torti: chi lo sapeva che a occidente fra la Spagna e la Cina c’era l’America? Non lo sapeva neanche quello sconosciuto apolide capitato lì da chissà dove).
Nessuno si danna l’anima più di Colombo per inseguire una fortuna che gli si nega ostinatamente. Solo per un breve periodo la dea bendata gli sorride. Granada avrebbe potuto resistere ancora vent’anni, ma le lotte interne costringono i mori ad arrendersi e l’avventura dell’oceano può partire. Eppure la buona sorte che favorisce Colombo dura pochissimo e gli dà quasi solo la gloria postuma. Forse il Grande Ammiraglio trova un po’ di felicità solo in mare aperto. Lui, che ha regalato un nuovo mondo a un re che non è neanche il suo, finisce la vita bussando a una porta che non si apre.
E come loro, fra il Cinquecento e il Settecento, migliaia di italiani assetati di avventura, inclini all’intrigo e al doppio gioco, cercarono il successo. Ognuno aveva le sue capacità, i suoi sogni, il suo immaginario. Ma la molla che spingeva tutti quanti era la voglia di sfuggire a una vita anonima e qualunque. Per riuscirci ci voleva fortuna. Per trovarla bisognava andarla a cercare. Questi cinque ne trovarono parecchia, almeno per un po’. Gli altri (migliaia, forse addirittura milioni di altri) vivacchiarono di truffe, prostituzione, rapina. La maggior parte finì male, come era logico che finisse. Il più favorito dalla sorte fu Napoleone, ma ne restò prigioniero e fu costretto a giocarsi tutto, fino all’ultima goccia.
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La Storia vista a posteriori sembra rivelare un senso, sì, ma solo a patto di trascendere le singole persone. Nessuno impone svolte alla Storia perseguendo un suo obbiettivo. Può ottenere ciò che vuole oppure no; ma, anche se lo ottiene, la Storia andrà per un altro verso. Poi, cronisti e storici provvederanno a far credere che l’eroe di cui si occupano ha “scorto” o “intravisto” il futuro corso del progresso e, se la sua azione sembra avere oscillato fra diverse tendenze, la giustificheranno dicendo che, senza deflettere dalla visione strategica, bisogna pur fare i conti con la quotidianità.
Balle. Balle colossali, inventate a posteriori e originate dal bisogno – il più delle volte propagandistico – di “creare l’eroe” perché, nel frattempo, la Storia ha fatto capire dove va e un antesignano fa sempre comodo. Invece, se ci si mette nei panni dei nostri cinque avventurieri nel momento in cui si lanciarono nel mondo, è facile osservare che: 1) nessuno di loro aveva la più pallida idea di dove sarebbe andato a parare e 2) i loro obbiettivi, se pure se ne ponevano, erano tutto sommato modesti.
Forse anche per questo al termine delle loro parabole non ci fu grandezza. Colombo a Valladolid si struggeva nel rimpianto di non aver messo le mani sull’oro di Cipango. Casanova nel castello di Dux malediceva il decadimento fisico che non gli permetteva più di andare a donne. Nella prigione di San Leo Cagliostro chiedeva solo fiaschi di vino abboccato. Alberoni faceva il vescovo in Romagna e collezionava quadri.
E Napoleone? Di tutti i sogni e le ideologie che gli hanno prestato (l’Asia, la Rivoluzione, i Lumi, il Codice Civile, e chi più ne ha più ne metta) qual è la preoccupazione dominante nel chilometrico memoriale autoassolutorio di Sant’Elena? La più borghese, la più italiana: trovare una sistemazione a suo figlio.
In migliaia di pagine Napoleone non si domanda che senso abbia avuto la sua avventura umana. Se qualcuno glielo chiedesse, lo guarderebbe come si guarda un matto. Che senso vuoi che abbia? risponderebbe. Ho fatto ciò che ogni uomo deve fare: ho cercato il successo. E ne ho avuto più degli altri. Punto.
Napoleone non perde tempo con domande filosofiche. L’unica cosa che gli sta a cuore è sottolineare con forza una presa di posizione: per meriti miei e per gentile concessione della Fortuna, sono diventato imperatore; anche se i miei nemici mi hanno detronizzato, rivendico il mio status e non rinuncio a pretendere il trono. Da bravo papà italiano, Napoleone cerca di capitalizzare quel che gli è rimasto – la gloria militare e l’ideologia rivoluzionaria – per farne una “raccomandazione”: suo figlio ha diritto a un “posto”. Un posto da imperatore dei francesi.
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Insisto: proviamo a guardare il grande imperatore in un’altra ottica. Invece di partire da “Ei fu”, partiamo dal 1° settembre 1785. Napoleone ha appena compiuto sedici anni e riceve i gradi da sottotenente. La paga gli basta appena per non morire di fame. Per avere uno scatto di grado ed essere nominato tenente dovrà aspettare fino al 1° giugno 1791. Il passaggio a capitano arriva un anno dopo, in pieno Terrore, anche se il decreto di nomina viene retrodatato al 6 febbraio 1792 (come non vederci lo zampino di Robespierre, visto che Napoleone già trescava con i giacobini?). Il 12 settembre 1793 Buonaparte è capo di battaglione (che credo corrisponda a tenente colonnello, o giù di lì) e gli viene affidato il comando dell’artiglieria all’assedio di Tolone. La città cade soprattutto per merito suo e nel giro di tre mesi Napoleone è generale di brigata.
Fino all’avvento di Robespierre, Buonaparte non fa niente per meritare scatti di carriera. Per le prime promozioni ci vogliono anni, ma non appena la Rivoluzione entra nella fase terrorista gli ufficiali fuggono all’estero, altri vengono sospettati di tradimento e ghigliottinati, chi rimane viene promosso a tambur battente. In due anni Napoleone passa da tenente a capo di battaglione. Oggi sappiamo che se lo meritava; ma che ne sapevano i suoi contemporanei? Quanti personaggi meritevoli, anzi eccezionali, sono diventati generali a ventiquattro anni e comandanti di un’armata a ventisei? Forse solo Alessandro Magno, ma era il figlio del re. Napoleone ha beneficiato di una incredibile serie di scatti di grado non solo per meriti propri, ma soprattutto perché altri ufficiali non ce n’erano. Nelle forze armate va avanti chi ha appoggi politici. Per Napoleone, la ghigliottina fu uno sfacciato colpo di fortuna.
E pensare che dei primi sette anni e mezzo di servizio militare il fulmine di guerra ne ha passati al reggimento solo due e mezzo: per ben cinque anni è stato in licenza, quasi sempre in Corsica. Di che cosa abbia fatto laggiù non esistono documenti o testimonianze, ma è impossibile che un uomo così spasmodicamente teso a cercare il successo si sia occupato soltanto dei suoi poderi e delle sue greggi. Con alti e bassi, la famiglia Buonaparte ha sempre avuto rapporti con Paoli e con il separatismo. E, guarda caso, quando la rivoluzione taglia la testa al re, Paoli viene richiamato dall’esilio. Come mai? Che vantaggi poteva dare a Robespierre l’arrivo in Corsica di un vecchio arruffapopoli? Forse è lecito ipotizzare che qualcuno gli abbia spianato la strada. Forse è possibile che qualcuno – magari un giovane ufficiale? – abbia fatto da trait d’union fra il separatismo e i giacobini.
Ma la politica è un gioco in continuo rivolgimento. Appena arrivato, Paoli si mette a trescare con l’Inghilterra. Napoleone tiene il piede in due scarpe finché può, ma alla fine sceglie la Francia. Ha calcolato che l’indipendentismo non ha concrete possibilità di successo? Può darsi. Ma può anche darsi che, semplicemente, sia così invischiato con i giacobini da non potere più dissociarsi.
Napoleone diventa giacobino per calcolo quando è un signor nessuno, ma resta giacobino anche da imperatore. Solo incarnando la Rivoluzione può arrivare al trono. Ma la sua dinastia non riuscirà mai ad assestarsi al potere proprio perché incarna un partito, non la nazione.
L’unica cosa chiara nel comportamento dell’ufficiale Napoleone Buonaparte è che fino alla nomina a comandante dell’Armée d’Italie non ha alcuna idea di quale successo rincorrere. Sta con Paoli in Corsica, per Robespierre prende d’assalto Tolone, per il Direttorio (e per Barras) prende a cannonate i parigini. Il successo lo vuole, lo vuole intensamente, ma non ha idea di quale sarà. Lascia fare al destino. Intanto, lui intriga, fa politica nelle anticamere, nei salotti e in camera da letto; si ficca in tutte le avventure. Si è parlato perfino di società segrete. Per tutta la vita Napoleone non fa che prendere rischi di cui non è in grado di calcolare la portata, fedele al suo motto: Je m’engage et puis je vois. Se non si fa così non si può mirare in alto, ma per correre grandi rischi e cavarsela ci vuole una fortuna straordinaria.
***
Per quasi vent’anni, dal 1793 al 1812, la fortuna di Napoleone è sfacciata, né più né meno. Ma sulle prime neanche lui se ne rende conto. Ragionando a posteriori, lui stesso ammette di non aver mai pensato a mirare davvero in alto prima del ponte di Lodi. Lì, respinto dalla fucileria austriaca, cade dal ponte dentro a una palude e viene salvato dal contrattacco guidato da Augereau. Ripescato dal fango e sollevato sugli scudi, il piccolo avventuriero sente di essere baciato dalla fortuna.
Ma sul momento non si direbbe. Qualche mese dopo, a Montebello, le sorti della battaglia sono a lungo in bilico e basterebbe un niente perché la giornata si trasformi in una rotta disastrosa, senza rimedio. Per un pelo lo stesso generale Bonaparte non viene catturato dal nemico. I soldati austriaci si battono con lo stesso eroismo dei francesi. Fra le due armate non c’è altra differenza che il Caso, la sorte delle armi, la grazia di Dio.
È allora, la notte dopo Montebello, mentre pensa a come far cadere Mantova per poi marciare su Vienna, che Napoleone identifica nel ponte di Lodi il momento in cui la fortuna l’ha preso fra le braccia. Marengo, Austerlitz e decine di altre battaglie non faranno che confermarlo in questa convinzione. Gli intrighi con Paoli erano stati un passaggio obbligato, Tolone un merito personale, il matrimonio con Joséphine una combinazione di amore e politica, la manovra di Dego e Montenotte uno sfoggio di abilità tattica. Ma il ponte di Lodi è il segno lampante della fortuna.
Da quel momento Napoleone avanza sulla spinta di una fiducia incrollabile nella sua stella. Non smette di crederci neanche quando la stella si spegne. Dall’esilio dell’Elba si getta nella più folle delle avventure. Conquista la defezione dell’esercito a furia di demagogia. Si appoggia ai giacobini redivivi e ai liberali, salvo poi organizzare una mascherata in Campo di Marte dove compare vestito d’oro come un imperatore romano. Non ascolta chi vorrebbe da lui la ripresa della Rivoluzione. Mette insieme un’armata raccogliticcia in cui l’unico generale d’esperienza è Ney, la testa matta.
Ma è rimasto l’unico a crederci. Dei marescialli che hanno fatto la sua gloria, molti sono morti, Masséna è rimasto a Marsiglia; Murat si illude di far politica per conto suo e Napoleone, che di lui non si fida, ha voluto che rimanesse a Napoli; Bernadotte si è sfilato e non si muove da Stoccolma. Tutti stanno a guardare, mentre l’imperatore sperpera le ultime generazioni francesi in una battaglia che, anche se l’avesse vinta, non avrebbe risolto niente.
Non c’è niente di più difficile che riconoscere di essere stati abbandonati dalla Fortuna e ridimensionare i propri obbiettivi.
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La realtà è qualcosa di troppo complesso per essere governata o addirittura pianificata. Avere in testa una grande e bella utopia non serve a niente se non si ha successo, ma per aver successo bisogna essere aperti a tutto e al contrario di tutto, determinati a correre rischi assurdi, e fiduciosi di saper agguantare al volo la sorte, prendendola per i capelli.
La realtà è intimamente contraddittoria, va avanti e indietro come un pendolo dalle oscillazioni irregolari, e quando ci costringe a scegliere non ci dà alcuna garanzia che le cose andranno così o cosà. Tutto ciò che possiamo dire del modo di procedere della realtà è che, a cose fatte, e solo allora, sembra mostrare un senso. Hegel ha definito questo strano fenomeno Astuzia della Ragione. I romani proclamavano “divus” l’uomo baciato dalla fortuna che anticipa le decisoni del Fato. I greci si accontentavano di venerare una dea che univa in sé il Caso e la Sorte: la chiamavano Tyke.
Insomma, non esiste un modo per piegare la Storia al volere di un uomo, di un popolo o dell’umanità. La Storia è un fiume vorticoso che va dove gli pare e nel quale chi cerca il successo può soltanto inserirsi e lasciarsi trasportare. Per emergere bisogna cavalcare la tigre o, come dice Machiavelli, afferrare la fortuna, batterla e tenerla sotto. Vero è che tutti ci provano ma pochissimi ce la fanno e, fra quei pochi, quasi nessuno riesce a scendere dalla tigre senza essere divorato.
D’altra parte, è anche vero che chi non ci prova non può dire di aver vissuto. Il senso dell’agire umano è tutto qui, nel provarci, ed è un senso che riscatta anche il bacio di Alberoni, le vergogne di Cagliostro, la fatuità di Casanova, gli errori di Colombo. E la megalomania di Napoleone.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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