Dinastie torere

   

    Che mestiere farà il figlio di un notaio? Il notaio. E il figlio di un farmacista? Il farmacista. E il figlio di un politico? Il giornalista, che è quasi la stessa cosa.

    E allora perché meravigliarsi se la maggior parte dei toreri sono figli, nipoti e bisnipoti di altri toreri?

    Proviamo un po’ a immaginare: nel 1910, o magari nel 1810, un poveraccio morto di fame ebbe successo come torero e riuscì a mettere insieme un certo gruzzolo. Cosa poteva farne? Era figlio di contadini, non era mai andato a scuola, sì e no sapeva scarabocchiare la sua firma, non aveva mai sentito parlare di azioni e titoli di stato. Comperava i giornali solo per farsi leggere ad alta voce dal suo agente le critiche della corrida del giorno prima. Tutto il suo orizzonte era la campagna, l’agricoltura, l’allevamento. Quindi comperò una finca, una fattoria. E fece benissimo perché quello era l’unico mestiere che conosceva.

    Naturalmente nella sua finca fece pascolare dei tori che poi cominciò a vendere agli impresari taurini. Per tenere vive le conoscenze che si era fatto in vent’anni di carriera, mantenne i contatti invitando agenti, critici, impresari e toreri alle tientas (occasioni in cui periodicamente si “provano” i vitelli selvaggi per vedere se sono aggressivi, se hanno una carica franca, e cioè se sono adatti a combattere nell’arena).

    Nel frattempo il torero diventato allevatore aveva fatto almeno un figlio, che ormai aveva dieci o dodici anni, viveva con lui in campagna, e diventava matto ogni volta c’era la tienta perché voleva toreare anche lui. Il padre lo ascoltava e sentiva in petto il batticuore, lo teneva lontano dai tori finché gli era possibile, gli ripeteva mille volte quali erano i rischi e le certezze nella vita di un torero, gli faceva vedere le cicatrici che costellavano il suo corpo. Ma ogni volta che diceva di no e il figlio tornava a insistere, sentiva crescere dentro al petto l’orgoglio di avere un figlio coraggioso.

    E allora cominciava a confrontarlo con i vitellini. Lo metteva alla prova, lo osservava, lo studiava. Cercava di capire se aveva i nervi saldi, se c’era qualcosa che poteva scuotere il suo coraggio, se aveva un’idea fissa o se sapeva adattarsi a tori differenti, e mille altre cose tutte ugualmente importanti. Chi è davvero motivato, in quattro o cinque anni, può imparare la tecnica almeno nelle cose fondamentali, quelle sufficienti a salvargli la pelle e a dargli il tempo di vedere migliaia di tori. Ma, a un certo punto, la faccenda diventa soprattutto una questione di carattere. Non è detto che un ragazzo di quindici anni sia disposto a sacrificare gran parte della vita per correre dietro a un sogno. Ci sono tante di quelle distrazioni! Le donne, per esempio. Oppure la pigrizia, le cattive compagnie, la debolezza degli amici o la malvagità dei nemici. Soprattutto, non è detto che un ragazzo così giovane sia capace di resistere ai colpi della sorte, che sappia rialzarsi dopo le inevitabili sconfitte. La fortuna è importante, ma il carattere è indispensabile. Non sono molti quelli che ce l’hanno, e chi non ce l’ha non lo trova al supermarket. Certamente non basta essere figlio di un matador (anche se chi lo è, ovviamente, parte avvantaggiato).  

    Erano toreri i padri dei primi matadores di cui la Storia ricorda il nome? Non si sa. Nell’albero genealogico dei primi maestri non sempre si possono rintracciare  precedenti taurini: ai primi del Settecento la professione del torero non era ancora codificata. Per di più, gente come Pedro Romero, Pepe-Hillo, Montes, Cuchares, Costillares o Cayetano Sanz, proveniva dalle campagne intorno a Siviglia o dalla Serrania di Ronda, zone in cui i soprannomi valgono più dell’anagrafe. Questi antichi maestri, che dominarono la scena fra il 1750 e i primi anni dell’800, operarono in un’epoca in cui i mezzi di comunicazione di massa funzionavano poco, per il semplice motivo che la massa non sapeva leggere. Ma i tempi cambiano in fretta, i giornali si diffondono, i giornalisti scoprono il fenomeno delle corride e nelle cronache taurine fa capolino il gossip. Già di Lagartijo (1841-1900) si sa che il padre si chiamava Manuel, era soprannominato Niño de Dios ed era banderillero.

    Oggi come oggi il più bell’esempio di dinastia torera lo offrono i fratelli Francisco e Cayetano Rivera Ordoñez, figli di un mito, Francisco Rivera Paquirri, e di una discendente della dinastia Ordoñez. Nella famiglia paterna, oltre a quel grande artista che fu il loro padre, contano anche uno zio matador e un nonno novillero. Nella famiglia materna hanno addirittura una leggenda: Antonio Ordoñez, che fu il grande rivale (ma anche il cognato) di Luis Miguel Dominguin, era a sua volta figlio e nipote di matadores famosi. Quel Niño de la Palma che Hemingway usò per farne un indimenticabile personaggio di Fiesta (salvo poi, qualche anno dopo, dirne peste e corna in Morte nel pomeriggio) era appunto Cayetano Ordoñez, il padre di Antonio e bisnonno di Francisco e Cayetano Rivera.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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