Politica fiscale

   

    Sono certo che i sindacati non l’accetterebbero mai. Sono certo che tutte le associazioni di categoria farebbero il diavolo a quattro, porterebbero gli associati in piazza, produrrebbero montagne di ricorsi alla Corte Costituzionale. Eppure, prima o poi, a qualcosa del genere bisognerà pure arrivare.

    Sto parlando della differenza fiscale fra lavoro dipendente e lavoro autonomo. O meglio, fra chi incassa la quasi totalità del suo reddito attraverso un sostituto d’imposta e chi invece dichiara i suoi redditi senza il riscontro di un terzo interessato (professionisti, artigiani, commercianti al minuto, ecc.).

    Intendiamoci: non è vero che fra i lavoratori dipendenti non ci sia qualcuno che riesce comunque a nascondere al fisco una parte del suo stipendio (con la collaborazione del datore di lavoro, certo), e non è vero che tutti i lavoratori autonomi siano automaticamente degli evasori. Ma, siccome è l’occasione a fare l’uomo ladro, chi ha più occasioni finirà per evadere di più.

    Oggi come oggi, l’accertamento dei redditi da lavoro autonomo è diverso da quello dei redditi da lavoro dipendente. Ma, una volta accertati (si fa per dire), i due tipi di reddito sono sottoposti alle stesse aliquote ed è evidente che, se uno dei due ha più possibilità di evadere, l’altro sarà comparativamente svantaggiato.

    Dunque, a prescindere da tutti i sacri principii scolpiti nel marmo della Costituzione repubblicana nata dalla resistenza eccetera eccetera, sarebbe il caso di finirla con l’idea ingenua e giustizialista per cui le aliquote dell’imposta sul reddito devono essere uguali per tutti. Anzi: non si capisce perché ci debba essere una imposta unica sul reddito. Sarebbe molto più pratico se i lavoratori dipendenti avessero una loro imposta specifica, modellata più o meno come quella attualmente in vigore, con aliquote più basse delle attuali per le fasce di reddito più basse e con una tax free zone per la fascia di reddito che corrisponde alla pensione sociale.

    Invece per i lavoratori autonomi ci vorrebbero due imposte specifiche: la prima, che accerta il reddito con le dichiarazioni e gli studi di settore, dovrebbe prevedere due sole aliquote (una intorno al 20% per le fasce basse e un’altra non superiore al 30% per tutte le altre), e la seconda (l’antica “imposta di famiglia”) che, per conguagliare l’imposizione sul lavoro autonomo con quella sul lavoro dipendente, sia gestita dal comune di residenza e venga parametrata sul livello di benessere del contribuente.

    Parliamoci chiaro: se il barista non fa lo scontrino, se il dentista non fa la fattura, e via discorrendo, è inutile minacciare visite della Guardia di Finanza: mica si può mandarla tutti i giorni a Cortina. E non serve neanche promettere al cliente la deducibilità di un 10, 20 o 30 per cento dell’importo fatturato: chi vende preferirà sempre fare a meno di fatture e scontrini (anche correndo il rischio di un’ispezione) e chi deve pagare (soprattutto se è lavoratore dipendente e si trova le tasse già dedotte in busta paga) preferirà sempre risparmiare l’IVA piuttosto che pagarla per poi andare in cerca di un problematico rimborso da parte del fisco.

    Per far sì che professionisti e lavoratori autonomi paghino sul reddito vero (e non sulle dichiarazioni da cui risulta che guadagnano meno dei loro dipendenti o dagli studi di settore che vorrei proprio capire con quali criteri vengono fatti) è meglio ridurre le aliquote massime al 30 per cento (per dimostrare che il fisco non è uno strumento di rapina e vale la pena di mettersi in regola), e integrare il prelievo con l’imposta di famiglia. Il salumiere, il ginecologo, il geometra, ecc. ecc. hanno il SUV e la casa al mare, fanno le ferie in Kenia, e via discorrendo? Affari loro. Ma non vengano a raccontare che le entrate sono inferiori a quelle dei dipendenti. O meglio: lo raccontino pure, pagheranno lo stesso. 

    Naturalmente una proposta del genere farebbe nascere un coro di proteste. Ma come? Chi timbra il cartellino è un cittadino di serie A e chi esercita una professione è un cittadino di serie B? Il reddito da lavoro, autonomo o dipendente, una volta accertato, sempre reddito è: come si giustifica che venga tassato con aliquote diverse?

    Anche qui, intendiamoci: non è affatto impossibile tenere insieme i principii costituzionali con i diversi metodi di accertamento dei redditi. Ma chi solleva questo genere di obiezioni non è interessato a salvaguardare il diritto. Al contrario: è interessato a farne una questione politica, in modo che tutto resti com’è. L’Italia è una repubblica corporativa fondata sulla rendita di posizione.

                                                         ***

    Un altro capitolo della questione “evasione fiscale” è lo spinosissimo capitolo immobiliare. Qui, oltre che di evasione, si dovrebbe parlare di elusione. Sta di fatto che chiunque abbia comprato o venduto un immobile sa che le imposte sono calcolate su importi che non hanno niente a che vedere con i valori di mercato.

    Riordinare il catasto è un’impresa epica, ma indispensabile. Il porfirogenito presidente del consiglio vuole iniziarla e non ha torto: se non si comincia mai, mai ci si arriva. Ma chissà quando (e se) ci arriveremo. Nel frattempo, i palazzinari continuano a fare i propri comodi.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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