Tragedia!

   

    Oddìo, Standard & Poor’s ci ha declassati! Ci ha messo in serie B! È un complotto per affossare la Comunità Europea! È una manovra della Germania, che vuole affossare la nostra economia per comperare le nostre banche a prezzo di saldo! (Ho sentito anche questa: l’ha sparata in tv nientemeno che un sedicente prof universitario, il quale evidentemente non sa che le banche tedesche sono conciate peggio di quelle italiane).

    Ma anche all’estero non scherzano: oh mon Dieu, S&P ha osato togliere la tripla A alla Francia! Ma come si permettono? Chi si credono di essere? È inaudito! Bisogna reagire! Che farà Sarkozy? Dichiarerà guerra agli Stati Uniti? 

    E, tornando in Italia, noi che faremo? Andremo a piangere, cicale senza più lacrime, davanti all’impassibile formica Angela Merkel? E che faranno la Spagna e il Portogallo? E che farà la Grecia?

    Eccetera, eccetera, eccetera.

    Neanche uno, fra tutti gli strapagati commentatori televisivi e giornalistici, si degna di dirci le cose come stanno: abbiamo fatto finanza allegra, abbiamo esaurito la nostra credibilità, e le agenzie di rating gridano che il re è nudo. Tutto qui. Con il solito ritardo, con scarsa tempestività, con tutto quel che volete. Ma è così.

    E invece, a quanto pare, la domanda del giorno è: chi sono queste dannate agenzie di rating? Chi gli dà il permesso di dare voti e pagelle alle politiche economiche di stati sovrani?

    Non glielo dà nessuno, per il semplice motivo che non c’è bisogno di alcun permesso. Le agenzie di rating sono nate per fornire un servizio richiesto da chi ne ha bisogno ed è disposto a pagarlo. Negli Stati Uniti, in Asia, e naturalmente anche in Europa, esistono banche, compagnie di assicurazione e fondi di investimento che raccolgono miliardi di risparmi. Questi miliardi devono essere investiti secondo criteri di redditività ma soprattutto di sicurezza. E il primo criterio di sicurezza è la diversificazione.

    Vorrei essere chiaro: non sto parlando di speculatori, ma di professionisti che amministrano i sudati risparmi di gente che lavora e non ha la competenza per gestire da sé un piccolo patrimonio. Tanto per fare un esempio illuminante: uno dei fondi d’investimento più antichi e rispettati è quello che si occupa istituzionalmente di gestire i patrimoni delle vedove e degli orfani scozzesi.

    Un fondo, magari di Chicago o di Minneapolis, che raccoglie i risparmi dei coltivatori di granturco dell’Illinois o del Midwest, non può ragionevolmente investire soltanto in titoli americani: deve comperare anche titoli europei, asiatici, sudafricani. Ma i suoi analisti non possono conoscere (e tenersi costantemente aggiornati su) l’andamento di tutte le economie del mondo. Hanno bisogno di qualcuno che si informi per loro.

    Il lavoro delle agenzie di rating consiste proprio in questo: conoscere e tenersi aggiornati sull’andamento delle economie e delle maggiori aziende del mondo. A che scopo e con quali tempi? Allo scopo di informare gli investitori di lungo periodo, in tempo utile per le loro decisioni di investimento.

    Naturalmente le agenzie non sono infallibili. Prendono abbagli anche macroscopici, come nel caso della Enron in America e della Parmalat in Italia. Si può sospettare che servano interessi poco puliti. Sul loro conto si può dire di tutto, ma c’è poco da fare: se le agenzie esistenti non funzionano l’unico rimedio serio è metterne in piedi altre, più affidabili. Se non lo si fa (perché non si sa, non si può o non si vuole), bisogna accontentarsi di quelle che esistono e prendere i loro giudizi per quel che sono: opinioni, nient’altro che opinioni.

    Questo è il fatto: per troppo tempo gli uomini politici hanno vantato i rating come riprova della loro buona amministrazione. Non lo erano. Non potevano e non volevano esserlo. Ma siccome faceva comodo crederlo e farlo credere, i politici si sono addormentati sulle A, triple, doppie, semplici, e hanno continuato a far debiti, non per finanziare investimenti produttivi, ma per gonfiare la spesa corrente, accontentare le corporazioni, pagare le fatture di appalti pilotati, distribuire contributi a pioggia (per esempio, a un’editoria, a un teatro, a un cinema, a una cultura, che non si rivolgono più al pubblico perché vivono soprattutto di sovvenzioni statali, regionali, provinciali, comunali).

    Lamentarsi di Standard & Poor’s è come dire che, se hai la febbre, è colpa del termometro. Ma i soldi pubblici non generano crescita per il semplice fatto di essere spesi: se si vuole che l’economia cresca bisogna che il gettito tributario venga impiegato in strutture e servizi che migliorino la produttività. Strade, ponti, ferrovie, porti, aeroporti, autostrade informatiche, energia a prezzi concorrenziali, burocrazia che collabori col cittadino invece di mettergli bastoni nelle ruote.

    Se questo non è possibile (perché non si sa, non si può o non si vuole), è meglio contenere la spesa statale e ridurre il carico fiscale sui contribuenti. Ci penseranno loro a investire in modo produttivo. Hanno tutto l’interesse a farlo.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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4 risposte a Tragedia!

  1. gigio ha detto:

    VEDO CHE QUALCHE FONDAMENTALE TI E’ RIMASTO,LA REALTA’ E’ CHE TUTTI USANO TUTTO PER DIMOSTRARE LA VALIDITA’DELLE PROPRIE TESI E PERDONO DI VISTA L’ESSENZIALE CHE C’E’ IN OGNI COMPORTAMENTO.
    E’ SEMPRE LA SOLITA STORIA…..
    NELLO IOWA SPUNTA SANTORUM E NOI, COME SEMPRE CI SIAMO, ARRIVATI PRIMA.
    CICALE SENZA LACRIME E’ BELLISSIMA,MA LA MERKEL FORMICA FACCIO FATICA AD IMMAGINARLO.
    UN ABBRACCIO
    GIGIO

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