Corporativismo, che passione!

    Da un punto di vista economico-sociale, gli italiani sono dominati da due demoni uguali e contrari: da un lato l’intraprendenza individuale, dall’altro la vocazione a fare cartello. In Italia non ci si associa e non ci si sottomette. L’italiano detesta l’idea di timbrare il cartellino fino al momento di andare in pensione. Non accetta ordini senza discuterli e senza pensare che “è tutto sbagliato, è tutto da rifare”.

    E, dal suo punto di vista, ha ragione perché l’azienda come l’ha in mente lui è molto più piccola, agile, senza condizionamenti e quindi molto più spregiudicata. In fin dei conti, è grazie a lui se in Italia ci sono decine di migliaia di piccole aziende che si impadroniscono delle nuove tecnologie e le fanno evolvere specializzandole.

    Ma le aziende non possono restare piccole in eterno. La forza delle cose le condanna a crescere, a confrontarsi con la concorrenza, a cercare le economie di scala. E i problemi che incontrano nel crescere, oltre a quelli strettamente tecnici, sono questi: 1) i dipendenti più in gamba non sopportano di essere inquadrati gerarchicamente e lasciano l’azienda per mettersi in proprio, 2) quando i dipendenti in gamba se ne vanno le economie di scala non bastano a compensare il calo della produttività, 3) di conseguenza la concorrenza sui mercati esteri è sempre più difficile da battere.

    A questo punto scatta la “voglia di cartello”. Le aziende dello stesso settore rinunciano a competere sui mercati esteri. Invece di farsi concorrenza, si accordano per spartirsi il mercato interno e per tenere alla larga chi cerca di entrarci. I sindacati vengono rapidamente convinti a sostenere questo sistema in cambio della garanzia dei livelli occupazionali. Le autorità politiche ottengono la pacifica conclusione dei contratti di lavoro e, quando qualche azienda va in crisi, intervengono con soldi dello stato secondo il noto metodo “privatizzare i profitti e statalizzare le perdite”. Il risultato (se preferite dategli pure un altro nome, ma la sostanza non cambia) si chiama corporativismo.

    E, indipendentemente dalle pregiudiziali ideologiche, funziona né bene né male finché si applica a un mercato di dimensioni ridotte o a un periodo storico in cui le innovazioni tecnologiche non hanno una portata rivoluzionaria. Dopo tutto, i mercati protetti hanno anche qualche merito: tenendo in piedi le aziende che non raggiungono la massa critica favoriscono la pace sociale, garantiscono i redditi futuri dei lavoratori (cosa che li invoglia a indebitarsi per acquistare la casa, il che mette in moto il settore trainante dell’economia).

    Fino al 20 settembre 1870, anche se poveracci, i romani stavano benissimo sotto il governo papalino, che perdonava tutto con tre pateravegloria, non li obbligava ad ammazzarsi di lavoro, e se uno proprio nun ciaveva da magnà andava a bussare alla porta di un convento e un piatto di minestra lo rimediava. Poi, all’improvviso, bum bum, con quattro cannonate a Porta Pia arrivano quei rompiscatole dei piemontesi e, porca miseria, cambiano tutte le regole, bisogna arrangiarsi, cercare un lavoro e altri santi in paradiso. Uff, che palle!

    Peccato che i nodi, presto o tardi, vengano al pettine. Nell’800 ogni stato viveva chiuso in se stesso e, se aveva bisogno di sbocchi commerciali, cercava di ingrandirsi con le colonie. Oggi c’è la globalizzazione. Le informazioni circolano. I mercati si aprono. Arrivano i cinesi, così come ieri erano arrivati i giapponesi (e prima ancora erano arrivati gli italiani). I cartelli si sgretolano. Le aziende falliscono. E allora cosa è meglio: alzare una muraglia e chiudersi dentro con i viveri razionati, oppure stare perennemente sul piede di guerra? Da un punto di vista di teoria politico-socio-economica, ognuno dà la risposta che meglio si adatta ai suoi pregiudizi ideologici. Io credo che le strategie debbano essere adeguate alle circostanze: immagino che ci siano momenti storici in cui tanto vale chiudersi a riccio e altri in cui bisogna farsi forza e uscire in campo aperto.

    Guardate la costruzione della Comunità Europea: partita con l’idea di sviluppare la circolazione di uomini, capitali e merci, ha smantellato le muraglie interne fra gli stati soci; poi però ha avuto paura del suo stesso coraggio e ha lasciato in piedi quelle verso l’esterno. Ha creato un mercato più ampio, ma l’ha isolato dal resto del mondo. Così, quando si sono fatti avanti cinesi e indiani, ci hanno trovati con i pantaloni abbassati. È vero che non è facile competere con chi fa lavorare la gente in condizioni di quasi schiavitù, ma è altrettanto vero che al giorno d’oggi chiudere un mercato è praticamente impossibile. D’altra parte, rifiutare uno sbocco per le merci dei paesi sottosviluppati significherebbe condannare interi popoli alla fame (il che, oltre che moralmente ripugnante, è antieconomico).

    Quindi competere bisogna. Semmai varrebbe la pena di sottolineare che chi non è masochista eviterà di competere con una mano legata dietro la schiena. Ma non si può mai sapere. Se siamo un paese sostanzialmente corporativo non è solo perché questo modo di intendere l’economia fu codificato sotto il fascismo. Se fosse solo per questo, in sessant’anni l’avremmo spazzato via. No, il guaio è che noi italiani le due passioni contraddittorie, intraprendenza e voglia di tranquillità, le abbiamo nel sangue. E non è detto che a prevalere sia quella adatta al momento. Anzi.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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