Il mito

    Una volta ho conosciuto un uomo che voleva insabbiare un omicidio. Gli chiesi: “Dove va a finire la giustizia?”. Lui rispose: “Dove finisce tutto: nella morte”. Non so fino a che punto credesse alle sue parole. In quel momento pensava al suo problema: chiudere l’inchiesta e mettere a tacere le chiacchiere.

    Non è vero che tutto finisca nella morte; anzi, è lì che ricomincia tutto: nel mito.

    Il mito è un ricordo deformato, frainteso, manipolato. È la nostra immagine, che noi non possiamo più cambiare, e resta stampata nella memoria di chi pensa a noi così come ci ha conosciuti, e crede che fossimo davvero l’incarnazione di questa o quella virtù, questo o quel vizio. Ognuno è mito nei ricordi dei parenti, degli amici, e perfino di chi lo conosceva di vista e non gli ha mai parlato. Non c’è bisogno che la tua vita e la tua morte siano cantate in un poema epico: magari in sogno, magari una sola volta in cent’anni, qualcuno si ricorderà di te. E in quel momento diventerai mito, per un attimo sarai Ercole o Giasone.

                                                            ***

    Il mito. Quando lo vidi per la prima volta, Francisco Rivera Paquirri era ancora poco conosciuto e lottava per aprirsi la strada della fama. Lo faceva per la via più difficile: con le banderillas.

    Gli spagnoli hanno un modo tutto particolare di prendere in considerazione certe cose. Normalmente le banderillas vengono collocate dai peones ed è  considerato disdicevole che un matador si abbassi al livello di un peon. Per quanto brillante sia l’esibizione, per quanto mandi il pubblico in visibilio, mettere le banderillas fa scadere nella considerazione della critica. Il ragionamento è più o meno questo: un matador che mette le banderillas vuole stupire. Perché? Perché sa di non poterlo fare con la muleta. Dunque non è un artista.

    Paquirri cominciò mettendo le banderillas per farsi notare e dovette continuare a metterle per tutta la carriera. Se il pubblico vedeva un peon impugnare i bastoncini infiocchettati, scatenava l’iradiddio finché lui non si decideva a strapparglieli di mano. Con la cappa e la muleta Paquirri non aveva l’aria da statua greca di Paco Camino o la volgarità del Cordobés. Dal punto di vista di chi organizza corride e deve vendere biglietti, non era né carne né pesce. I critici non si accorgevano di un grande artista che ogni anno migliorava fino a diventare ineccepibile anche dal punto di vista tecnico. Paquirri rimase “quello delle banderillas” e quando sposò la figlia di Antonio Ordoñez qualcuno arrivò a mormorare che l’aveva fatto per entrare nel giro dei grandi impresari.

    In un pomeriggio di agosto a Vitoria gli spalti erano pieni di ragazzotti in camiciotto candido e txapela amaranto, animati dalla ferma intenzione di prendere la sbronza più memorabile dell’anno. C’era una damigiana di sangría che andava su è giù per le gradinate: si impugnava la canna di gomma tenendola chiusa con il pollice, si succhiava un sorso, si rimetteva a posto il pollice e la si passava al vicino. Me la presentarono con l’aria insicura dei campagnoli che tirano uno scherzo a un cittadino. Tome usted, señorito! mi gridarono. Ero in giacca e cravatta, e señorito in Spagna significa un ventaglio di cose che vanno da “bellimbusto” a “padrone”. Quando videro che sapevo come fare e che apprezzavo il gusto della sangría, a momenti ci rimasero male.

    Di quel giorno ricordo solo che, al momento di piazzare le banderillas al primo toro, tutta la plaza scattò in piedi urlando: Que salgan los tres! Volevano che  ciascuno dei tre matadores mettesse un paio di banderillas. Furono accontentati. I matadores erano Miguelìn, Paquirri e Angel Teruel.

    Negli anni successivi rividi Paquirri molte volte. Un 16 maggio, a Talavera de la Reina, nella corrida che si tiene ogni anno per ricordare la morte di Joselito, lo vidi bagnare il naso a Paco Camino. Quel giorno Paquirri fu semplicemente colossale. Dominò un toro castagno di 610 chili come se fosse stato lui a pesare otto volte più dell’avversario. Chiuse la faena facendoselo passare ripetutamente a pochi centimetri dal ventre mentre lui chiacchierava con uno spettatore seduto in gradinata. Piazzò la stoccata recibiendo, e cioè senza correre incontro al toro ma ricevendo la carica a pié fermo: una suerte che capita di vedere molto di rado.

    Il pubblico impazzì. In mezzo al tumulto il presidente concesse i massimi trofei: le due orecchie e la coda del toro. Ma la gente voleva di più. Un peon fece l’atto di tagliare una zampa della carcassa. Il presidente glielo impedì. L’arena diventò una bolgia. Gli spettatori fischiavano e insultavano il presidente perché non aveva il coraggio di infrangere il regolamento per premiare il matador che li aveva infiammati. Non c’è che dire: Paquirri sapeva trasmettere emozioni.

    Quanto alla sua tecnica, posso dire questo: un giorno andai a vederlo a Toledo. Quando si aprì la porta del toril e il primo toro uscì caricando le cappe sventolate dai peones, non ci vidi niente di speciale. Ma già al secondo sventolio di cappa Paquirri si voltò verso il palco del presidente e fece segno: quel toro è orbo dall’occhio destro.

    Il pubblico fischiò: forse Paquirri aveva paura di quel toro e cercava una scusa per farlo cambiare. Lui alzò le spalle, andò verso il toro e gli somministrò una serie di veronicas facendolo passare sempre sul fianco destro, tenendogli agganciato l’occhio buono (il sinistro) al lembo esterno della cappa. Mise le banderillas cuarteando sempre sul lato sinistro. Iniziò la faena con la muleta nella destra e solo quando ritenne di aver mietuto una dose sufficiente di applausi e di olé, passò platealmente la muleta nella mano sinistra e chiamò il toro.

    In piena carica, a un metro dal bersaglio, il toro fece uno scarto e Paquirri, che se l’aspettava, schizzò per aria schivando il corno per un pelo.  

                                                          ***

    Ma i critici storcevano il naso: Paquirri metteva le banderillas, Paquirri non era un gran torero. Eppure ogni anno era più bravo. Paco Camino si era ritirato e sul piano artistico non aveva più rivali. Anche dal lato economico nessuno poteva fargli concorrenza. Intanto il suo matrimonio si era esaurito e lui aveva trovato altre passioni. Il suo stile, nell’arena e fuori, era sivigliano, allegro, frizzante. Paquirri amava la vita. 

    L’appuntamento con il destino fu a Pozoblanco, un paesino in provincia di Cordoba. La cornata squarciò le vene iliaca e safena. Un disastro; ma si sarebbe potuto rimediare se il corno non avesse leso anche l’arteria femorale.

    Sembra incredibile: nell’infermeria della plaza, ferito a morte ma ancora cosciente, fu Paquirri a spiegare al medico la dimensione e le traiettorie della ferita. Le ultime parole di un uomo non contengono mai niente di trascendentale, eppure hanno sempre un certo fascino. Forse un fascino malsano. Paquirri conservò fino all’ultimo la presenza di spirito: capì che il medico era in agitazione e cercò di infondergli sicurezza. “La mia esperienza professionale mi dice che questa cornata ha almeno due traiettorie… una per di qua e un’altra per di là.” Indicò le traiettorie con il dito. “Faccia tutto quello che deve: sono nelle sue mani. Calmo e sicuro, eh? Vorrei un bicchier d’acqua”.

    Il chirurgo avrebbe dovuto amputare, ma non se la sentì. Paquirri morì dissanguato nell’ambulanza che correva verso l’ospedale di Cordoba.

                                                              ***

    Tutto il contrario di Belmonte, che era un novio de la muerte e aveva una concezione tragica della tauromachia. Una volta, entusiasmato da una sua esibizione, lo scrittore Ramón del Valle-Inclán esclamò: “Juanito, per entrare nella leggenda ti manca solo di morire nell’arena”. Belmonte, serio serio, rispose: “Farò il possibile, don Ramón”.

    Lo fece davvero, il possibile e perfino l’impossibile, eppure non ci riuscì. Per tutta la vita inseguì la morte in combattimento e il destino lo salvò (o lo perdette). Belmonte dimostrò che lo spirito barocco può condurre a morire di tori anche fuori dall’arena: continuò ad affrontarli finché lo ressero le gambe perché sfidare la morte era diventato la sua droga. Quando non fu più in grado di combattere, vivere senza lotta gli parve una insopportabile agonia. Per non alzare bandiera bianca gli restava solo un modo: essere lui a decidere il quando e il come.

    Il colpo di pistola con cui si bruciò il cervello fu una esauriente e particolareggiata spiegazione del perché gli esseri umani scalano montagne, traversano oceani sconosciuti, affrontano mostri, bevono fino a spappolare il fegato o si sparano in vena ogni genere di porcherie.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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2 risposte a Il mito

  1. Lorenzo ha detto:

    sai cosa penso di quando scrivi di tori e sai cosa dovresti fare, diomio.
    e di questo che ti linko sotto che ne pensi?
    http://www.ibs.it/code/9788842098355/savater-fernando/tauroetica.html

  2. riccardo ferrazzi ha detto:

    Moro, ti chiedo scusa se non ho risposto subito: non sono ancora pratico di wordpress e a volte non mi accorgo che ci sono dei commenti. Il libro di tauromachia l’ho scritto sì e no: nel senso che Modus in Rebus è ormai completo in tre parti, e la terza comprende molti ricordi spagnoli di Vittorio Fabbri. Se hai tempo e voglia di leggerlo, lo trovi qui nella barra sotto il il titolo Merlin Cocai, insieme a I nomi sacri, ai Racconti, e agli arretrati.
    Su Savater non ti saprei dire: non l’ho letto. Resto del parere che non si può convincere nessuno a farsi piacere la tauromachia. Tutt’al più, si può chiedere agli animalisti di non mangiare carne (oppure di mangiarla, ma allora stiano zitti).

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