Spending review

   

    Non sono mai stato un tifoso dell’Accademia della Crusca e non mi formalizzo quando ascolto termini inglesi usati per esprimere concetti che potrebbero benissimo essere espressi in italiano. Però, in tutta franchezza, mi sembra più efficace parlare di “revisione delle spese” piuttosto che di “spending review”. Che cosa capisce Ciccillo Esposito se gli parlate di una “spending review”? E qui sorge un dubbio amletico: non sarà che il porfirogenito presidente del consiglio ha usato l’espressione inglese, non per farsi capire, ma per restare il più possibile nel vago? Non sarà che di tagliare le spese dello Stato, in realtà, non ha la minima intenzione? Accidenti, la chiami come gli pare, ma questa benedetta revisione è necessaria e urgente: si decida a farla!

    Nel frattempo, per amor del cielo, non cadiamo nella trappola di pensare soltanto alle spese che ci scandalizzano e cioè a quelle di Camera e Senato (stipendi, auto blu, tutto pagato, ecc. ecc.). Ci sono anche quelle, beninteso, ma concentrarsi su Palazzo Madama e Monte Citorio serve solo a tre cose: 1) dimenticare che le spese enormi, improduttive, clientelari, stanno nei bilanci di ministeri e regioni, 2) far guadagnare la ditta Rizzo&Stella, che ha scoperto il filone della “casta” e ci campa sopra ormai da anni, 3) far dimenare come crotali gli indignazionisti professionali, sempre in caccia di visibilità.

    Il precedente governo è stato (giustamente) accusato di promettere tutto a tutti guardandosi bene dal mantenere. L’attuale governo ha promesso di spulciare una per una le spese dello Stato e di spolparle fino all’osso. Ma finora non sappiamo cosa ha spulciato (se pure ha spulciato qualcosa) e non ha spolpato altro che i cittadini. A tutt’oggi, il succo dell’attività governativa si può compendiare con: ha aumentato le tasse e ridotto le pensioni; in compenso ha litigato con tassisti e farmacisti, spostato la scadenza delle carte d’identità, e altre fanfaluche del genere. Si annuncia una defatigante trattativa con i sindacati per il famigerato art. 18, al termine della quale sospetto che non si caverà un ragno dal buco.

    E i tagli alle spese? Mah. Eppure ce ne sarebbe!

    Faccio un solo esempio: lo Stato spende fior di soldi per sovvenzionare i giornali di partito e così io e voi siamo costretti a pagare prezzi assurdi per la benzina allo scopo di finanziare giornali che non legge nessuno, spesso non si trovano neanche in edicola o non sono nemmeno distribuiti. Ma che senso ha? In Italia esistono centinaia di bocciofile che campano col tesseramento dei soci: perché l’editoria dei partiti non può fare altrettanto? Sempre in Italia esistono riviste di poesia, e di altre arti o discipline, che hanno scarsa diffusione ma escono regolarmente perché i redattori, invece di essere pagati, contribuiscono. Lo fanno per passione. E la politica non è, o non dovrebbe essere, una passione?

    Insomma: chi vuole leggere cose che interessano a pochissimi, ne sopporti il costo. E per amor del cielo non mettiamoci a sproloquiare di democrazia, di diritto di tribuna e di altre invenzioni verbali: se un giornale non vende abbastanza per coprire le spese, è proprio la democrazia a certificare che quel giornale, non avendo seguito, non ha rilevanza pubblica. E se è così, perché i cittadini dovrebbero pagare tasse per mantenerlo artificialmente in vita?

    È già arduo sostenere che sia equo travasare risorse dai molti ai pochi, ma nel caso dei giornali di partito non si tratta neanche di questo. Perché, in effetti, i pochi non sono neanche gli scarsi lettori beneficati dal piacere di leggere articoli che gli lisciano il pelo; beneficati sono soltanto i pochissimi che intascano uno stipendio (praticamente solo il direttore), il produttore della carta, e lo stampatore. Una volta fatto il conto di quanti ci rimettono e quanti ci guadagnano, la sconsolata conclusione è che si tratta puramente e semplicemente di soldi sottratti ai cittadini e gettati dalla finestra. 

    Ci possiamo permettere questi lussi? La prossima volta che fate il pieno, pensateci.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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2 risposte a Spending review

  1. gigio ha detto:

    parole sante,ma un altro argomento di spesa assai costoso che il porfirogenito non ha voluto o potuto trattare è l’esenzione da ogni tipo di imposta degli immobili qualificati di interesse storico.
    il proprietario di negozi o appartamenti qualificati come tali, che percepisca 200.000. euro l’anno di affitti è completamente esentato dal dichiarare questi introiti.
    se il porfirogenito voleva fare cassa………
    lui aiuta lo stato comprando il cotechino con lo scontrino e magari chiedendo al salumiere il DURC.
    (Devo Urgentemente Richiedere Cottura)
    te saludi
    gigio

    • riccardo ferrazzi ha detto:

      Questa degli edifici di interesse storico non la sapevo. Forse perché non possiedo un edificio storico. Ma di assurdità ce ne sono un sacco, ivi comprese certe facilitazioni per aziende così o cosà (non dico di più perché non ho più il fisico per fronteggiare azioni penali). Certo che, se dobbiamo accontentarci di Befera e dei cacciatori di scontrini, stiamo freschi…
      Te saludi anca mi.

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