Il posto fisso, che monotonia!

    Il vecchio Kant diceva che due cose riempiono l’anima di ammirazione e reverenza: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me.

    Nel mio piccolo, minimo, anzi infimo, mi ritrovo con l’anima piena di stupore per due cose ben più banali: 1) la goffaggine con cui il porfirogenito presidente del consiglio tenta di fare il provocatorio e 2) la irata, irosa e tutto sommato spaventata reazione di tanta gente che, forse, non sa neanche di cosa sta parlando.

    1) Che gli economisti non siano brillanti parlatori, si sa: non a caso la loro scienza è chiamata “la scienza triste”. Anche il compianto prof. Padoa Schioppa si era già segnalato chiamando (giustamente ma impoliticamente) “bamboccioni” i giovani che, non trovando il lavoro fatto su misura per le loro aspettative, se ne stanno a casa a pettinare le bambole. Anche un altro ministro (o sottosegretario, non ricordo) dell’attuale governo ha sollevato un vespaio sostenendo che se uno a ventotto anni non si è laureato “è uno sfigato”.

    Ma un presidente del consiglio, per di più porfirogenito come l’attuale, dovrebbe essere più fine nelle sue provocazioni. Ne guadagneremmo tutti, e lui potrebbe atteggiarsi a bambino che grida: “Il re è nudo!”. A volte, anche i padreterni non si rendono conti del fatto che non è necessario un cannone per sparare ai passeri. E così il porfirogenito non si è accorto che dichiarare tout court: “il posto fisso è monotono” avrebbe fatto rizzare sulle zampe di dietro non soltanto i sindacati (effetto previsto e persino voluto), ma l’intera legione dei “buonisti”.

    2) D’altra parte, è ancor più inconcepibile il modo in cui si è espressa la reazione a queste parole. Chilometri di commenti su Facebook e su Twitter. Commenti sentenziosi di cittadini indignati. Ma come si permette? Lui, porfirogenito, ricco di famiglia, coronato da successi fin dalla culla, con che faccia irride i poveracci che arrancano da un impiego precario al sussidio di disoccupazione? Eccetera, eccetera.

    Ora, se un presidente del consiglio ritiene che sia il momento di fare una provocazione e, da economista, la fa male, sarebbe il caso che i sedicenti intellettuali che postano o twittano, prima di scrivere si assicurassero di aver capito. I poveracci che arrancano tra precarietà e disoccupazione sono tali perché le aziende non li assumono. E come mai non li assumono? Forse perché sono degli incapaci? No. Questo le aziende non possono saperlo. Prima dovrebbero provarli. Ma come possono fare? Una volta che assumono un nuovo dipendente hanno tre mesi di tempo per decidere se confermarlo o no; tre mesi durante i quali, se il neoassunto è un lavativo, si mostrerà sempre agile e scattante e pieno di iniziativa, salvo cambiare atteggiamento appena ricevuta la lettera di conferma (come certe mogli o certi mariti due mesi dopo il matrimonio). Perché c’è poco da fare: il rapporto di lavoro, così come è regolato a tutt’oggi, è né più né meno che un matrimonio (per di più, senza possibilità di divorzio!).

    Questa impostazione matrimonialista non deriva da spirito di classe o voglia di rivincita sull’odiato padrone. Più prosaicamente, è il prodotto di una mentalità provinciale e ottocentesca. Le aziende non nascono per svilupparsi all’infinito e durare in eterno. Forse era così ai tempi del “padrone delle ferriere”. Oggi le aziende nascono e muoiono. Non solo: fra la nascita e la morte vanno incontro a fasi di ingrasso e fasi di dimagrimento. Se un’azienda deve dimagrire, costringerla a tenere in organico i dipendenti in eccesso significa ucciderla quando potrebbe ancora riprendersi. Dal punto di vista dei dipendenti significa dilazionare di poco la disoccupazione per tutti; mentre, potendo licenziare, una parte dei dipendenti potrebbe conservare un impiego valido.

    Ciò che non è mai stato logico, ma ormai è diventato semplicemente impossibile, è che, una volta assunto, uno si consideri adottato dall’azienda e ritenga suo diritto che l’azienda gli assicuri il posto fino al momento di andare in pensione. Non soltanto è impossibile (nessuna azienda al mondo, neanche la Toyota, neanche la Siemens, può seriamente pensare di mantenere un simile impegno), ma soprattutto è mortificante. Dove sta scritto che l’operaio medio o l’impiegato medio siano personaggi così rinunciatari, così privi di iniziativa? Bisogna proprio che le circostanze aziendali siano idilliache o che siano catastrofiche quelle dell’economia mondiale se uno, dopo un paio d’anni in una azienda, non comincia a guardarsi intorno, anche senza l’intenzione di cambiare azienda, ma semplicemente per sapere in che mondo vive. Non si legge Quattroruote solo quando è ora di cambiare auto.

    Forse non aveva tutti i torti Padoa Schioppa quando parlava di bamboccioni. Non perché gli operai, gli impiegati, i precari e i disoccupati italiani siano bamboccioni per davvero, ma perché, a furia di sentirsi martellare in testa un certo modello di comportamento, hanno ritegno a comportarsi come vorrebbero, come sarebbe logico.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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