La legge di Tancredi

     A quanto pare, i maggiori partiti sarebbero finalmente d’accordo sulla riforma costituzionale. Stop al bicameralismo perfetto: saranno separati i compiti di Camera e Senato. Stop all’impotenza del premier: sarà lui a nominare e mandare a casa i ministri. Ma anche stop al corpo elettorale: con l’istituto della sfiducia costruttiva il parlamento potrà fare e disfare le maggioranze, e chi se ne frega se i cittadini avevano votato diversamente. Eccetera eccetera.

    Bene. Comunque sia, erano decenni che si invocavano riforme e non si combinava niente. Adesso, tutt’a un tratto, eccole qua. C’è da crederci?

    Secondo i punti di vista, ci sarebbe da pensare, da un lato all’uovo di Colombo, dall’altro alla resa di una classe politica usurata. Ma non è tutto oro quel che luccica e, conoscendo l’Italia, è meglio essere diffidenti. Questo è il paese del Gattopardo, dove il giovane e brillante Tancredi Falconeri enunciava con centocinquant’anni di anticipo la legge bronzea della politica italiana: bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come prima.

    Non mancano gli argomenti per sospettare che anche questa volta sarà così. Ci vuole una robusta riduzione nel numero dei parlamentari (e la riduzione, se pure ci sarà, sarà simbolica); è indispensabile rivedere i regolamenti parlamentari (e temo proprio che non se ne farà niente); è necessaria una legge sugli statuti, l’attività, le finanze dei partiti (e prepariamoci a essere presi in giro per l’ennesima volta).                                                

    Negli USA, con una popolazione di oltre trecento milioni, ci sono cento senatori e quattrocentotrenta deputati. In Italia, con una popolazione di sessanta milioni scarsi, abbiamo trecentoquindici senatori e seicentotrenta deputati. Dicono che li ridurranno a duecentocinquanta senatori e cinquecento deputati. Mi sembra una presa in giro. Cosa faranno i settecentocinquanta eletti, una volta convenuti dal monte e dal piano? Si dedicheranno a “sveltire le pratiche” dei loro protetti (esattamente come fanno i novecentoquarantacinque attuali), il che significa: si dedicheranno a danneggiare lo Stato pur di avere i voti che gli permettano di restare lì per altre legislature a danneggiare lo Stato.

    E non venitemi a dire che di deputati ce ne vogliono tanti perché altrimenti non si possono far funzionare le commissioni. Come fanno al senato americano con cento senatori? La verità è che i parlamentari sono tanti perché stanno a Roma sì e no tre giorni la settimana. Temono che, se non presidiano il paesello, qualcuno gli faccia le scarpe. E allora giù convegni, simposii, cene, festival del cinema nepalese (con sottotitoli in ugrofinnico), sagre dello gnocco fritto, eccetera eccetera, tutto finanziato con contributi statali, regionali, provinciali, comunali. E tu paghi. Con la benzina, con l’Iva, con tutto.

    Invece di dare finanziamenti pubblici ai partiti, perché non si mette un limite (basso) alle spese dei candidati?

    Sono sicuro che ben pochi saranno d’accordo con me, ma qualche notte, al momento di addormentarmi, quando cerco di pensare soltanto cose leggere come nuvole profumate di rosolio, mi capita di immergermi nel sogno di un’Italia con cento senatori e duecento deputati, tutti eletti in collegi uninominali all’inglese, costretti a spendere per la campagna elettorale non più di cinquantamila euro, con il controllo della Guardia di Finanza e della Corte dei Conti, e col rischio, se sgarrano, non soltanto di vedersi annullare l’elezione ma anche di finire al gabbio per cinque anni senza condizionale.

    Sogno un parlamento in cui non sono ammessi né il voto segreto né la disciplina di partito, ma se un deputato vuole passare da un gruppo parlamentare a un altro deve dare le dimissioni e ripresentarsi alle elezioni nel suo collegio.

    Sogno un parlamento di deputati e senatori che guadagnano duecentomila euro all’anno ma lavorano come amministratori delegati, dieci ore al giorno, cinque o sei giorni la settimana.

    Sogno un governo di non parlamentari, stretto fra le cose da fare e la necessità di guadagnare il voto convinto della maggioranza in parlamento.  

    Così dormo bene. Poi, però, mi sveglio.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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