La questione della lingua. Una follia con metodo.

    Credo che rimonti ai tempi di Napoleone e al diluvio di retorica sulla Patria “una d’arme, di lingua, di altare”. Manzoni scriveva i suoi pessimi versi e intanto si domandava se a Napoli qualcuno avrebbe letto il suo romanzone. Cinquecento anni prima Dante, Petrarca e Boccaccio non si ponevano questo problema: scrivevano come gli pareva, adeguando la lingua alla circostanza, non ai lettori. Non venite a dirmi che loro potevano farlo perché scrivevano per un principe e non per un pubblico; per tanto così avrebbero avuto convenienza a scrivere solo in latino (e ve lo figurate il Decamerone in latino?).

    Per tornare ai giorni nostri, la questione della lingua è diventata una greppia culturale alla quale si attaccano i critici e gli scrittori che non hanno niente da dire. Partono dalla morte del romanzo, con annessa analisi sociopolitica, e approdano alla questione della lingua. Pubblicano libri il cui contenuto è programmaticamente il nulla, ma nobilitato da una “originale ricerca sul linguaggio”. Con questo accorgimento (folle, ma non privo di metodo) riescono ad appuntarsi al petto medaglie che i contenuti dei loro scritti non meriterebbero. Non faccio nomi (ma potremmo fare fior di cognomi).

    Se dipendesse da me, promulgherei una legge che commini multe salatissime agli editori che si prestano a pubblicare libri in cui non si dice niente. E qualche anno di prigione per gli autori di libri che non abbiano da proporre altro che una “originale ricerca sul linguaggio”.

    So che anche la mia è follia e nessuno la condividerà, ma voglio dirvi ugualmente che, secondo me, James Joyce ha fatto tanti di quei danni che neanche se li immaginava. Il celebrato antesignano dello stream of consciousness, dell’antieroe, del romanzo senza trama e, naturalmente, della sperimentazione sul linguaggio (nonché della coprofilia in narrativa e di altre novità minori) proprio nel momento in cui radio, cinema e televisione instauravano l’italica koiné, ha aperto la strada a una inenarrabile sequela di “ricerche sulla lingua”. E giù dialettismi di ogni genere e specie (ma prevalentemente siculi o romaneschi), facilonerie lessicali, ortografiche, grammaticali e sintattiche, giochetti tipografici e seghe mentali assortite. Tutto coperto dall’ipse Joyce dixit.

    E a che scopo? Ma perbacco, perché bisogna fare ricerca, perché bisogna andare oltre il romanzo, perché bisogna parlare la lingua dei lettori (versione neocapitalista) o la lingua del popolo (versione marxista). Insomma, se vogliamo che la gente ci legga dobbiamo parlare la sua lingua. (Ma cosa credono i nostri provincialissimi intellettuali, che in inglese, in spagnolo, in tedesco, in francese non esistano i dialetti? Che un impiegato londinese quando torna a casa non abbia problemi a leggere Pynchon o McCarthy? Non li sfiora il sospetto che la gente voglia innanzitutto cose interessanti e, nel caso, sia disposta a leggerle anche in una lingua diversa da quella di tutti i giorni?)   

    Ho promesso che non avrei fatto nomi, ma almeno per gli esempi in positivo si può fare un’eccezione: Giuseppe Pontiggia. Da quel gioiellino di tecnica che è L’arte della fuga fino a Nati due volte, la sua narrativa e la sua saggistica sono state connotate dall’affanno di dire cose intelligenti nel modo appropriato. E la scoperta di Pontiggia è che il modo appropriato è il più (apparentemente) semplice, diretto, depurato. La sua prosa, che era partita dallo sperimentalismo, è passata attraverso la sentenziosità ed è approdata alla chiara concretezza di un De bello gallico.

    Questa è l’unica “ricerca sul linguaggio” da cui sia uscito qualcosa di valido, e per un motivo molto semplice: Pontiggia pensava prima a ciò che era il caso di dire e poi a come dirlo. Vedeva il lettore come un essere in carne e ossa che si dispone a far conversazione con te: puoi cercare di convincerlo, scandalizzarlo o sedurlo, ma certo non devi annoiarlo. E l’unico modo sicuro per non annoiare è dire cose intelligenti. Pontiggia, finché non gli veniva in mente qualcosa di penetrante, stava zitto. Solo quando aveva per le mani un’osservazione acuta cominciava a cercare il modo migliore per dirla, il modo più contundente (o, nel suo lessico, percussivo). Ecco: a paragone di Pontiggia e del suo procedere verso una meta bene individuata, i sedicenti sperimentatori sono giocatori del lotto che puntano i risparmi sui responsi della smorfia.

    Per conto mio, credo che la letteratura consista nel coltivare lo spirito, apollineo o dionisiaco, e cioè nel mettere in tavola cose intelligenti e/o emozionanti. E se è così, che senso ha trascurare i contenuti e perder tempo a imitare le circonvoluzioni dei pensieri non espressi, a ricuperare i dialetti, a reinventare la pirotecnica verbale nella linea Marino-D’Annunzio-Gadda, oppure a individuare un linguaggio basso, il più basso possibile (magari quello dei talk-show o dei film di Boldi e De Sica) e usarlo per trattare qualunque argomento? Padronissimo lo scrittore di perdere il suo tempo, ma perché farlo perdere ai lettori?

    Mi sbaglierò, ma se la narrativa contemporanea viene spesso tacciata di inconsistenza, di appiattimento sul genere, eccetera eccetera, è anche perché scrittori e critici si consumano nella placida follia della ricerca sul linguaggio, invece di pensare a scrivere cose serie.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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