Questione della lingua. Il sequel.

    Lorenzo Moretto (detto Moro), manager di successo del quale mi piacerebbe farvi leggere un paio di racconti, ha trovato problemi a lasciare un comment sul post precedente, e allora mi ha scritto quanto segue:

    Le tue considerazioni sono condivisibili, ma l’analisi è davvero parziale. Un punto che mi piace dire (e me ne assumo le responsabilità) è che il mercato editoriale ha il dovere/piacere di offrire tutto, poi la scelta è di chi compra i libri e legge.  Sottolineo, inoltre, che in Italia si pubblicano 55.000 libri all’anno, di cui solo il 10% arriva in libreria: per un business che è poco redditizio per molti attori della filiera, è un dato su cui mi piacerebbe saperne di più (io non ne so granché, purtroppo). Però questo vuol dire che si pubblica tanta roba che forse meriterebbe maggior lavoro di tutti, scrittore in primis (ma non solo!). L’aspetto della qualità dell’offerta è importante, ma si dovrebbe anche avere voglia di parlare di quanti, fra chi ama leggere, si informano davvero su quello che le case editrici (TUTTE) offrono. I contenuti potrebbero esserci ma fermarsi solo a quello che è più facile trovare rende tutto parziale. Magari è un fenomeno che si ripete nei tempi, ma credo che chi “ha spostato l’asticella più in alto” per un motivo o per l’altro (tu citi un paio di nomi, per esempio quelli allora), non sia da indicare come chi ha causato danni e basta. I danni li causa chi vuole imitarli e non sfruttare l’emozione che la loro lettura ha suscitato nel proprio animo per chiedersi cosa ha da dire veramente e che potrebbe determinare lo stesso risultato in altri.

    Il Moro ha scritto di corsa, ma il senso è chiaro e io cercherò di rispondere punto per punto.

    La scelta è di chi compra i libri. 

    Teoricamente sì, ma se uno vuole semplicemente “leggere qualcosa di bello” (ed è con questa intenzione che il 90% dei lettori va in libreria), finisce per farsi influenzare da cose del tutto inessenziali (copertine, risalto in vetrina, recensioni/pubblicità su riviste di scarso livello, ecc.). D’altra parte non si può pretendere che chi lavora, ha una famiglia e altri interessi, passi ore e ore a informarsi prima di decidere quale libro comperare! Forse non guasterebbe un po’ più di coscienza da parte di chi scrive (e di chi pubblica, ma soprattutto di chi scrive!).

    In Italia si pubblicano 55.000 libri all’anno di cui solo il 10% arriva in libreria.                                                                                    

    È vero. Ma bisogna anche mettersi nell’ottica dell’editore, cioè di colui che rischia i suoi quattrini su un libro. Fra un’opera d’arte di problematica vendita e un giallo qualsiasi, tu cosa pubblicheresti? Io, te lo dico sinceramente, rischierei più volentieri i miei soldi sul giallo. Ciò non toglie che, nonostante tutto, sopravviva un (piccolo) mercato per i libri di un certo livello. Una volta era coperto da editori come Einaudi, Bompiani e pochi altri. Ma oggi tutti gli editori, compresi i piccoli, hanno preso il vizio di pubblicare e buttare là: “se ha le gambe, andrà”. Cioè, hanno smesso di fare gli editori: stampano e distribuiscono, ma non selezionano: pubblicano quel che è di moda. E non promuovono. Si limitano a sperare che “si inneschi il passaparola”. Gli editori non sono più operatori culturali: si sono ridotti a personaggi che mettono in relazione stampatori e distributori. E così i banchi dei librai si riempiono di roba destinata a essere resa, gli editori non fanno più catalogo e le rese finiscono direttamente al macero.

    I danni li causano gli imitatori.                                                        

    E anche questo è vero. Ciò non toglie che il secolo scorso, secolo di sperimentazioni fini a se stesse, ha prodotto una infinità di tentativi abortiti e niente di serio. Il fatto che Hemingway abbia definito fucky good l’Ulisse e ne abbia usato lo stile in versione light per Fiesta, non significa che d’ora in avanti si debba necessariamente scrivere alla maniera di Joyce. Anzi. I limiti dell’esperimento di Joyce erano già evidenti fin da Finnegan’s wake, in seguito sono stati esplorati in ogni minimo recesso, e ormai non hanno più niente da dire. Ma è proprio questo ciò che non mi convince: il “flusso di coscienza” è stato una innovazione tecnica nel modo di narrare, ma nessuna innovazione tecnica basta di per sé. Prima bisogna avere qualcosa da dire, qualcosa di importante; poi si penserà a come dirlo, eventualmente anche forgiando uno stile nuovo. Ma scrivere sul nulla, arzigogolando fra tecnica, dialettismi, o altre invenzioncine del piffero, è semplicemente una presa in giro. Poi ci meravigliamo che si pubblica tanto e si legge poco. Bisogna scrivere di contenuti, non di aria fritta.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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