Nomi e personaggi

    A Manzoni ci sono voluti quasi vent’anni perché Fermo diventasse Renzo e l’avvocato Bezzola diventasse Azzeccagarbugli. Dal punto di vista della scelta dei nomi, si può dire che siano stati anni ben spesi?

    Conosco almeno una persona (o forse due) che considera “Azzeccagarbugli” una caduta di stile, una specie di irruzione del commissario Basettoni in pieno Seicento lombardo. In effetti, Bezzola andava benissimo. Che motivo c’era di cambiarlo? Era sottilmente allusivo: bézzola è il nome dialettale della betulla, albero sempre pronto a piegarsi nella direzione in cui tira il vento (e non solo la burrasca, ma anche uno zefiro, una bava, un sospiro). Era il nome perfetto per un avvocato intrigante. Ma Manzoni deve aver pensato che il mozzorecchi andava presentato dal punto di vista di Renzo, Agnese e Lucia, gente “vile e meccanica” che non avrebbe saputo cogliere il significato allegorico della betulla.

    La letteratura è piena di queste allusioni “costruite” e poi occultamente accennate oppure sfacciatamente esibite. In “Anna Karenina”, Vronski è sempre descritto con denti bianchissimi e perfetti. A tragedia avvenuta e (confesso: non ho mai capito perché) attribuita a sua colpa, Vronski viene afflitto da un tremendo mal di denti. Di che si tratta? Di una reazione psicosomatica? Di un complesso di colpa? Oppure di una puerile vendetta dell’autore verso il personaggio? Non lo sapremo mai. Ogni lettore si farà la sua opinione e quella di Tizio non varrà più di quella di Caio. Ma anche di queste ambiguità vive la letteratura, e se perfino Tolstoi non ha arretrato davanti a qualcosa che potrebbe essere giudicato un ripiego o un mezzuccio vuol dire che quanno ce vo’, ce vo’.

    Però la scelta dei nomi non è un puro e semplice elemento di caratterizzazione dei personaggi. È una faccenda più complicata. I motivi per cui si battezza un personaggio con un nome piuttosto che un altro sono difficilmente spiegabili in modo razionale. Quando la scelta è azzeccata la spiegazione viene solo a posteriori e, più che una spiegazione, è un’interpretazione. Di solito, quanto più un nome vorrebbe essere “vero”, tanto più suona fasullo. Dunque, perché non Azzeccagarbugli? Tutto dipende da due cose: il risultato che si vuole ottenere e il fatto che si riesca davvero a centrarlo.

    Stendhal dà ai suoi personaggi nomi plausibili ne “Il rosso e il nero” e nomi improbabili nella “Certosa di Parma”. Quali erano i risultati che voleva raggiungere? Io credo che, nelle sue intenzioni, “Il rosso e il nero” dovesse essere una storia verista; mentre “La certosa di Parma” doveva essere soffusa di esotica fantasia. Ottiene questi risultati? In buona parte sì. Nel Rosso e il Nero, Julien Sorel si dibatte (almeno fino a un certo punto) in mezzo a difficoltà concrete. Nella Certosa di Parma, Fabrizio del Dongo vive nel mondo della luna e porta avanti una vicenda strampalata in mezzo a fior di dementi come Ferrante Palla (un bel nome credibile, vero?).

    E allora dobbiamo pensare che i nomi dei personaggi servano a far capire se la storia è verosimile o fantastica? Da sola, la scelta dei nomi certamente non basta. Ma sarebbe immaginabile un protagonista della Certosa di Parma che si chiamasse come il panettiere sotto casa, Ambrogio Brambilla o Romoletto Cecioni? O viceversa, un protagonista del Rosso e il Nero con un bel nome fantastico come Luke Skywalker?

    In genere, quando la storia tende a diventare simbolica, i nomi diventano evocativi, onomatopeici, allusivi. L’elenco telefonico di Londra è pieno di Holmes e Moriarty, ma dubito che contenga più di un paio di Heep e Micawber. Gli investigatori dei gialli classici, all’inglese, sono centauri con i piedi immersi nella realtà e la testa sospesa nella speculazione logica: i loro cognomi sono comuni (Holmes, Wolfe, Vance, Queen, Poirot), i loro nomi sono eccezionali (Sherlock, Nero, Philo, Ellery, Hercule). Invece Maigret, che si cala nell’ambiente e nella psicologia, si chiama banalmente Jules. L’investigatore di Los Angeles o San Francisco, che risolve i suoi “casi” cacciandosi nei guai per smuovere le acque e nel frattempo ha modo di contemplare le tristezze umane, è un cinico sconsolato, con un futuro di solitudine, e inverte la formula canonica: nome comune, cognome altisonante. Philip Marlowe, Sam Spade.

    I nomi non caratterizzano, ma riflettono la misura di quanta realtà e quanta fantasia contenga il personaggio. Se le dosi sono sbagliate, il lettore se ne accorge subito. “La spartizione” di Piero Chiara non sarebbe un piccolo capolavoro se il protagonista non si chiamasse Emerenziano Paronzini. È impossibile trovare nomi diversi per Peppone e don Camillo. La monaca di Monza non sarebbe la stessa se fosse menzionata con tutti i suoi cognomi spagnoleschi. E, viceversa, cos’è venuto in mente a Umberto Eco di scegliere due nomi come Jacopo Belbo e Casaubon? È anche colpa loro se il “Pendolo di Foucault” non ha convinto. Ma non solo: ci sono personaggi che non sopportano nomi ma hanno bisogno di un epiteto, magari elusivo, come “l’innominato”. Ce ne sono altri che non sopportano neanche quello, come il detective de “La maledizione dei Dain” (pietra di paragone dell’hard boiled).  

    Non importa che il nome sia verosimile o improbabile. Importa che sia giusto per quel personaggio in quella vicenda. Quando sentiamo che un nome contiene l’essenza e il destino del personaggio, le corde più gravi della nostra personalità entrano in risonanza, gli archetipi culturali ibernati si risvegliano. E qualcosa ci dice che il romanzo è ben riuscito.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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4 risposte a Nomi e personaggi

  1. m0ra ha detto:

    Hai espresso considerazioni cui non avevo mai fatto caso. E’ interessante.
    Quando uno scrittore nomina un personaggio forse somiglia un po’ a una madre col proprio figlio, e spera di riuscire a trovare un nome che si addica alla sua personalità, probabilmente che ne sia presagio. Nome omen. Nomi improbabili, altisonanti, esterofili, totalmente inventati, che parlano del bambino e si arrogano il diritto di determinare le loro caratteristiche psichiche, ma sono anche vessillo di chi lo decide. Alcuni hanno da portarsi addosso un bel peso, pensa chiamarsi Napoleone, se non è irreale… Immagino cosa sia avere un complesso d’inferiorità e chiamarsi in quel modo.
    Per fortuna i personaggi delle storie non potranno smentire il destino del loro nome. Lo scrittore non può fallire su questo, ma il suo compito è più facile che quello di una madre, perchè la storia gli è nota. Di sicuro aiuta un nome azzeccato. Se penso ai vari eteronimi di Pessoa, per esempio, mi sembrano abbastanza espressivi, di facile indentificazione.
    Il mal di denti di Vronski, sarà il dolore che deriva dalla stretta forte delle mandibole per rabbia o dolore. Chi sa…

  2. riccardo ferrazzi ha detto:

    Pensa: all’università ho avuto un prof che si chiamava Napoleone Rossi. Il colmo! Napoleone accoppiato a Rossi. E cosa insegnava? Ragioneria!
    Credo che “nomen omen” funzioni solo quando si verifica una specie di “creazione artistica” allargata. E quando non funziona, sono guai. Per dare un nome ci vuole ispirazione, tanto da parte di uno scrittore, quanto da parte di un genitore. Io non ho figli (purtroppo per me, ma forse loro, poveretti, non avrebbero meritato un padre fuori di testa come me), ma se ne avessi avuti avrei evitato assolutamente di chiamarli Christian o Samantha (mi sembrano già leziosi nomi come Luca o Matteo!). Il nome è una cosa seria, perbacco! Bisogna portarlo per tutta la vita.

    • m0ra ha detto:

      Se può farti piacere, io l’ho chiamato Riccardo. E la ragione è questa: il suono del nome è deciso, quasi duro, le erre, con la c.. Un nome ben marcato. Pensando a un maschio/uomo pensavo a questo. Pensa che il medico che ha seguito il parto si chiamava Riccardo anche lui, la coincidenza mi piacque parecchio 🙂
      Sì, il nome è una cosa seria.

  3. riccardo ferrazzi ha detto:

    Mi fa piacere, certo! E mi piace anche la tua sensibilità per il suono delle parole, SinuoSa Strega Sandra…

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