Citati e La Capria

    Un notissimo critico si è improvvisamente accorto che non c’è più niente di bello da leggere. (Ma pensa te!). E per approfondire la sua brillante analisi dichiara che, secondo lui, i portabandiera, se non addirittura i colpevoli, di questa involuzione della letteratura contemporanea sarebbero Dan Brown, Faletti e un altro che non ricordo più.

    Faletti si è incazzato (e non ha neanche torto visto che lui non fa letteratura, fa un’altra cosa, rispettabilissima: non avendo ricette per salvare il mondo, si propone semplicemente di intrattenerlo). È colpa sua se l’intrattenimento ha più mercato delle seriosità?

    Un noto scrittore (scrittore di letteratura) oggi ha riempito due colonne per dire che sì, è vero quel che dice il critico, ma non è poi così del tutto vero. Già che c’era, avrebbe potuto dirci anche che cosa è vero, almeno secondo lui. Se non altro, avremmo qualcosa di cui parlare. Ma non è così che funziona. Questi altissimi personaggi non scrivono i loro articoli per individuare le tendenze dell’arte contemporanea, si sono semplicemente limitati ad anticipare i tormentoni che, solitamente, compaiono sulle terze pagine verso maggio/giugno.

    Ogni estate blog e quotidiani ci deliziano con il nuovissimo interrogativo: “La letteratura è morta?” (variante dell’ancor più nuovo problema “Il romanzo è morto?”). Può darsi che, come passatempo sotto l’ombrellone, queste domande siano sempre di attualità. Ma invece di stare a porsi domande oziose non sarebbe meglio che gli scrittori provassero a scrivere qualcosa che meriti il nome di letteratura? Intanto, qualcuno potrebbe riuscirci. E anche se non ce la facesse proprio nessuno, non sarà meglio attendere almeno un secolo prima di stilare il certificato di morte? La letteratura è un plantigrado che ogni tanto va in letargo, ma datele tempo e prima o poi si risveglia. Per ora, si potrebbe dire al massimo che la narrativa sia entrata in una zona d’ombra.

    Anni fa scrissi che la mia risposta ai problemi da ombrellone è questa: la zona d’ombra in cui si è cacciata la letteratura contemporanea dipende dall’incapacità di fare epica. Un genere negletto che, quando risorge come la fenice, colpisce al cuore. Citavo Cormac McCarthy e il suo capolavoro, Meridiano di sangue. (Ma per chi non lo conosce, attenzione! McCarthy è un autore molto discontinuo. Cavalli selvaggi è un altro capolavoro, ma gli altri suoi romanzi sono meno brillanti e, a mio modestissimo parere, il suo ultimo successo, La strada, segna una involuzione). Ebbene, il merito di McCarthy è di aver scritto un capolavoro, ma il fatto di non deprimere è merito dell’epica: l’Iliade e l’Eneide, per non parlare di Shakespeare, grondano sangue in ogni pagina, ma la violenza è strumentale, al servizio del senso, della capacità di vedere l’uomo dal di dentro.

    E allora, da dove viene la moda attuale? Perché scrittori e sceneggiatori si adagiano sull’horror e sul grand guignol? Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Il Codice da Vinci, pur così banale, ha venduto decine di milioni di copie perché ha duplicato il format de Il nome della rosa

    Detto fuori dai denti: Guglielmo da Baskerville non è memorabile quanto a spessore psicologico e Adso da Melk lo è anche meno. Non si può dire che Adso venga cambiato dalla truculenta vicenda. In più, gli usi e costumi dei monaci, il contesto storico, gli omicidi seriali, tutto concorre a ridurre i personaggi a stereotipi. Gli epigoni come Dan Brown portano l’azzeramento dei personaggi alle estreme conseguenze: il protagonista del Codice da Vinci non ha faccia, carattere, sentimenti. Non va in crisi e non si esalta. Non sembra neanche un essere umano.

    Il secondo elemento del format consiste nel farcire la storia di ingredienti favolosi, esoterici e trasgressivi. Il nome della rosa aveva omicidio, sesso fra monaci, l’Apocalisse. Dan Brown, pescando un po’ dappertutto, mette in campo trasgressioni, monaci killer, società ultrasegrete. È la sagra delle leggende nere.

    Ed eccoli qua, editori, redattori, scrittori d’evasione, operatori culturali in genere, tutti a strillare: sono i lettori a chiedere questa roba!

    Ma è proprio vero? A me, dal fondo della mia timidezza, pare che i lettori stiano invece chiedendo un ritorno alla narrazione, all’epica, dopo un secolo di sperimentalismi fine a se stessi. Non ne possono più di roba incomprensibile, flussi di coscienza torrentizi, decine di pagine in cui non succede niente, brodi allungati in cui l’autore riversa le sue manie con l’aria di dire: visto come sono perverso?, o le sue fobie con l’aria di dire: visto come sono sensibile?, o il suo nulla con l’aria di dire: non ci hai capito niente? be’, non sono io che non ho niente da dire, sei tu che non capisci un cazzo.

    Io credo che il pubblico abbia le idee più chiare degli autori. Per conto mio, sento tremendamente la mancanza di Fruttero&Lucentini, di Piero Chiara, di Giuseppe Pontiggia (e sento molto meno quella di tanti altri, per quanto osannati e rimpianti con calde lacrime da coccodrillo).

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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