Qual è il mestiere dello Stato?

    Gli Stati non sono sempre esistiti. Non sappiamo in che epoca cominciarono a formarsi, ma è ragionevole pensare che siano nati come proiezione della famiglia patriarcale, evolvendo prima nel clan e poi nella tribù. Il capofamiglia, diventato capotribù, si trasformò in monarca e il suo potere fu giustificato dalla responsabilità che gli era attribuita (o che si era arrogata): soddisfare il bisogno primario della sicurezza, all’esterno e all’interno.

    Quando la forma-Stato arrivò al punto di fissare confini territoriali, il che costrinse i monarchi confinanti a riconoscere le rispettive autorità, le azioni da intraprendere per soddisfare il bisogno di sicurezza cominciarono ad assumere caratteri canonici. Per la sicurezza esterna furono creati la diplomazia e l’esercito. Per la sicurezza interna la legge, la polizia e la magistratura. L’impero romano era organizzato così e così rimasero gli Stati di tutto il mondo, anche dopo la rivoluzione francese. L’interesse fondamentale era la sicurezza esterna. Nel neocostituito Regno d’Italia per lungo tempo metà del bilancio statale fu destinata a mantenere l’esercito e la flotta.

    Soltanto nella seconda metà dell’Ottocento gli Stati (principalmente l’Inghilterra e la Prussia) sentirono il bisogno di avviare iniziative di welfare. La spinta venne dalla rivoluzione industriale: finché i popoli campavano di agricoltura lo Stato poteva disinteressarsi di pensioni, assistenza medica, istruzione, case popolari: tutto era a carico della famiglia, perché i bisogni erano limitati all’orizzonte dei campi da coltivare. Ma l’operaio inurbato non aveva un podere a cui fare riferimento e aveva rotto i rapporti con i parenti: aveva soltanto il suo lavoro (con cui pagava un affitto perché non aveva casa) e non poteva permettersi di ammalarsi perché se non lavorava non veniva pagato.

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    La sequela dei conflitti di lavoro, sempre bellicosi e volte anche sanguinosi, è parte integrante della storia d’Europa dal 1870 alla fine del millennio. Ma finché lo Stato si occupava di difendere il territorio nazionale, amministrare la giustizia, costruire strade e ponti, regolamentare il lavoro e provvedere alla previdenza sociale, tutto si svolgeva secondo il cosiddetto “principio di sussidiarietà” che, in parole povere, significa: lo Stato esiste per fare le cose che non possono essere fatte dall’iniziativa privata, e solo quelle.

    Al termine della seconda guerra mondiale lo sviluppo delle economie europee fu sorprendente e, una volta avviati a soluzione i bisogni primari (casa, trasporti, pensioni, sanità), ogni categoria cominciò a pretendere l’aiuto dello Stato: alcune sostennero che, siccome l’iniziativa privata aveva scopi privati, solo lo Stato poteva fungere da committente o da datore di lavoro disinteressato; altre invocarono l’intervento statale per appianare le disuguaglianze fra regione e regione; altre reclamarono che lo Stato, intervenendo in questo o quell’altro campo, le danneggiava e ciò dava diritto a un risarcimento. Il potere di ricatto elettorale delle singole categorie finì per piegare i governi alle esigenze di ciascuno.     

    In questo modo lo Stato finì per occuparsi di mille cose, per le quali non aveva competenza e nelle quali gli interessi privati furono sostituiti dagli interessi (elettorali o meno confessabili) dei partiti politici. Il tutto finanziato a debito. I partiti scoprirono quanto era comodo far piaceri a questa o quella categoria (in cambio di voti e favori di varia natura): tanto il conto lo saldava lo Stato, il quale per pagare si indebitava rimandando il redde rationem alle calende greche.

    Successe più o meno così dappertutto (perfino in Germania!). In Italia “Mani pulite” tentò di sollevare il velo sulla pervasività della politica negli affari e sulla tecnica della concussione, ma si limitò a scoprire qualche altarino: i fatti più enormi rimasero al coperto. Eppure li sapevano tutti: qualche anno prima un noto leader politico aveva dichiarato candidamente che “Eni ed Enel erano istituzionalmente responsabili del finanziamento dei partiti”. Viva la faccia!

    Sotto questo aspetto la seconda repubblica italiana non sembra molto diversa dalla prima, se è vero che il cassiere di un partito minoritario e transeunte come La Margherita maneggiava un patrimonio tale da permettergli di mettersi in tasca una decina di milioni. Sarei curioso di sapere a quanto ammontano i patrimoni degli attuali partiti italiani, gruppuscoli compresi. (E il bello è che gli stessi partiti che falsificano clamorosamente i propri bilanci non si vergognano di tuonare contro la depenalizzazione del reato di falso in bilancio).

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    Insomma: a che serve lo Stato? Qual è il suo mestiere? Non sarebbe il caso che si limitasse a fare quello, e basta? Una volta provveduto alla sicurezza interna ed esterna, al welfare, alla sanità e all’istruzione, ha senso che lo Stato mantenga quote azionarie in aziende come ENI, ENEL, Poste, Ferrovie, eccetera (aziende la cui rilevanza pubblica può benissimo essere tutelata con la legge, anziché con la proprietà azionaria)? Che senso ha che tenga in piedi enti inutili e costosi come il CNEL (e mille altri); che possieda un demanio enorme, improduttivo e costoso, in tutto simile alla manomorta dei beni ecclesiastici; che finanzi a fondo perduto teatri e case editrici che potrebbero trovare sponsor privati (e se non ne trovano è meglio che chiudano bottega); che finanzi partiti e partitini invece di limitarne le spese per legge; che mantenga un esercito di maestri e professori d’ogni ordine e grado (fra i quali si conta un certo numero di braccia rubate all’agricoltura); che dia la sanità in appalto a governanti regionali scervellati per poi pagare i conti a pié di lista; o che elargisca incentivi a questa o quella attività industriale permettendole di operare in un regime artificiale, e metta il costo di tutto ciò a carico dei contribuenti?

    Io credo che non ci sia nessun senso. E, anche se ne avesse, non ce lo possiamo permettere.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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