La legge di Tancredi – capitolo 2

    In un post di qualche tempo fa ho ricordato la legge di Tancredi: bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’è. Ovvero, la legge bronzea della politica italiana.

    Vent’anni fa la cosiddetta prima repubblica crollò sotto la constatazione della propria incapacità: la corruzione pervadeva ogni aspetto della vita, pubblica e privata; non solo gli imprenditori ma persino i privati cittadini erano taglieggiati da bande di grassatori che imponevano tangenti e investivano il maltolto in campagne elettorali per ottenere il voto di quelli stessi che avevano derubato e avevano tutte le intenzioni di continuare a derubare.

    L’andazzo era diventato così sfacciato che alcuni sedicenti angeli in toga scesero dal cielo e dissero al popolo: adesso mettiamo tutto a posto noi! E infatti, come vuole la legge di Tancredi, misero in galera in po’ di gente (neanche tanta), misero altri in condizione di suicidarsi (neanche pochi), ma non risolsero niente. In Italia non risolve mai niente nessuno. (E qui ci soccorre l’altra versione della legge bronzea della politica italiana: governare gli italiani non è impossibile ma è inutile).

    A un certo punto i serafini togati strillarono: Vergogna! Non ci sono più delazioni! Non possiamo fare il nostro mestiere! Secondo i nostri beneamati giustizieri, corruttori e concussori avrebbero dovuto mettersi in coda perché loro, i Paladini della Giustizia, tra squilli di trombe, potessero raccogliere le confessioni e consegnare i tapini alle patrie galere.

    E così la politica, la stessa che si trovava sul banco degli imputati, per mostrarsi ancora viva e vegeta applicò una volta di più la legge di Tancredi rivoluzionando la legge elettorale, che da proporzionale diventò maggioritaria. Non cambiò niente, come volevasi dimostrare. Ma se non altro vennero allo scoperto i veri padroni del vapore: Berlusconi e De Benedetti. Le due coalizioni eterogenee e rissose che si contesero il potere per vent’anni avevano altri nomi, ma in sostanza furono il partito di Repubblica e il partito di Mediaset. Non illudiamoci neanche per un minuto che si sia trattato di uno scontro ideologico fra progressisti e conservatori: fu una riedizione della vecchia guerra per il predominio nell’editoria nazionale.

    Ora, fra una scaramuccia e l’altra, succede che i soldi sono finiti, i debiti sono troppi, le abitudini scambiate per diritti intangibili non funzionano più. Bisogna cambiare e, siccome i politici non vogliono metterci la faccia, hanno delegato il lavoro sporco al porfirogenito professore. Così lui può affermare “il buon senso dice di fare questo e quest’altro”, mentre i politici possono storcere il naso e gridare in piazza “non lo permetteremo mai!”. Tutti sanno che le cose di buon senso bisognerà farle comunque; ma i politici potranno dire che non è stata colpa loro. Si andrà avanti così ancora fino all’estate, immagino. Se lo stellone ci assisterà, fra sangue, sudore e lacrime, supereremo anche questo guaio. Dopodiché si ricomincerà a litigare. Dato che in Italia (chissà poi perché) si vota soltanto in primavera, dall’autunno 2012 alla primavera 2013 il governo del porfirogenito vivacchierà aspettando la fine della legislatura. Non combinerà gran che, per il semplice motivo che gli legheranno le mani. Ma neanche gli permetteranno di andarsene.

    Solo in aprile/maggio del 2013 si faranno le elezioni e la politica tornerà in pompa magna a regnare. Ma lo farà, si dice, in condizioni diverse. Diverse? Naturalmente! Ce lo garantisce la legge di Tancredi: cambierà tutto. Per non cambiare niente. Basta vedere i progetti di riforma elettorale solennemente concordati dai tre segretari di partito della grosse (si fa per dire) Koalition. Posso azzardare una previsione personale? Tanto per cominciare, non sono affatto sicuro che quei progetti diventeranno legge.

    Se si dovesse votare con il sistema uscito dalla riunione ABC (Alfano, Bersani, Casini), grande sarebbe la confusione sotto il cielo. In nessuna elezione ci sarebbe un vincitore. Casini si metterebbe all’asta fra PD e PDL sapendo che la rendita di posizione farebbe contare il suo 7-8% più del 25-30% del PD o del PDL. Il che si tradurrebbe nel veto ai provvedimenti promossi dal partito di maggioranza (chiunque sia: l’uno o l’altro), fino a spezzarne l’unità. Risultato? Lo stesso che abbiamo visto nelle ultime legislature: scissioni, crisi di governo, affannosa ricerca di deputati che non vogliono affrontare un’altra campagna elettorale, eccetera eccetera. Nel frattempo, paralisi legislativa.

    Chi leggesse questo post senza avere mai letto i precedenti potrebbe domandare: ma tu sei capace solo di criticare o hai qualcosa da proporre?

    L’ho già scritto parecchie volte, ma giusto per non sembrare reticente lo ripeto in sintesi:

    – 300 deputati e 150 senatori, non uno di più, e tutti eletti in collegi uninominali. Limiti di legge alle spese di ciascun candidato. Pene detentive per chi spende di più. Rimborsi ai candidati eletti (chi perde paga), e non ai partiti (ridotti per legge a comitati di sostegno ai candidati in campagna elettorale) Proibizione per i partiti di ricevere donazioni, possedere patrimoni e assumere dipendenti. Pene detentive per chi trasgredisce facendo uso di fondazioni o altri paraventi.

    – Divisione dei compiti fra le due camere. Abolizione del voto segreto. Libertà di votare in disaccordo con la posizione ufficiale del partito, ma decadenza dalla carica (e nuovo passaggio elettorale) per chi abbandona il gruppo parlamentare nel quale è stato eletto. Gli emendamenti si presentano in commissione e il governo può accoglierli o no, dopodiché la legge si vota in toto. Se non piace, la si boccia (invece di stravolgerla). Se in seguito a una bocciatura il governo cade, si torna a far votare il popolo.

    – Primo ministro (o presidente) nomina e licenzia i ministri. Ministri obbligatoriamente non parlamentari.

    – Pubblicità delle censure disciplinari ai magistrati. Poteri di intervento del governo se gli organi di autotutela non riescono a tutelare la certezza del diritto (e cioè a far sì che tutti i tribunali giudichino i reati nello stesso modo).

    – Riformulazione della legislazione imponendo che ogni legge all’art.1 dichiari lo scopo che intende perseguire.

    Probabilmente, anche impostando le cose in questo modo, cambierebbe tutto ma non cambierebbe niente. Però credo che sarebbe un onesto tentativo di rendere più efficiente la struttura dello Stato, a dispetto della legge di Tancredi. E poi chissà, magari funziona.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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