La Storia ha delle ragioni che la Ragione non ha

    Chi cerca di “fare la Storia” (e ci proviamo tutti, a cominciare dalla nostra storia personale) ha spesso la sensazione di combattere con un avversario sfuggente, che non si capisce bene chi è e dove sta. Eppure, quando prende in esame la Storia passata non può fare a meno di individuare una logica di sviluppo.

    Magari non è quella che farebbe piacere a lui, ma la traiettoria è evidente, balza agli occhi. E questo è il guaio perché ognuno tira a prevedere i futuri sviluppi per “fare la Storia” (o almeno la sua storia).

    Se, invece di guardare i fatti a posteriori, li guardassimo mettendoci nell’ottica dei protagonisti, ci accorgeremmo di un fatto curioso: i pochi che hanno fatto davvero la Storia non si sono attenuti a un progetto razionale. Ad avere (un certo) successo sono stati gli opportunisti, i maneggioni, gli avventurieri in cerca di profitti personali. Gente pronta a cogliere opportunità anche di segno opposto.

    Ognuno di noi ha il suo “eroe” personale. Ebbene: mettiamoci al suo posto in uno dei momenti critici della sua carriera e domandiamoci seriamente se in quel momento il nostro eroe ha pensato davvero alle immarcescibili idealità che gli hanno prestato i posteri. Se non ci facciamo abbindolare dalle chiacchiere degli storici (che hanno sempre una tesi da sostenere), finiremo per sfrondare parecchi allori. Gli Eroi non sono “uomini del destino”, non hanno piegato la Storia ai loro voleri; al contrario, si sono inseriti nella Storia e l’hanno sfruttata a loro personale beneficio. Se ti consacri con coerenza a un ideale o a un progetto politico, vai incontro al fallimento. Se poi capita, magari con due o tre secoli di ritardo, che qualcosa di simile al progetto si realizzi, i libri di Storia ti ricorderanno come un velleitario idealista in anticipo sui tempi. E anche questo è un modo di dire sul quale vale la pena di riflettere: che vorrà mai dire “in anticipo sui tempi”? Fatto sta che Storia si ricorda dei fallimenti solo in funzione delle vittorie.

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    Ci sono fenomeni che non sono facilmente spiegabili facendo ricorso alle teorie materialiste. Per esempio: ci sono progressi che, quando si realizzano, raggiungono subito chi era rimasto indietro.   La Spagna si è autoisolata dall’Europa nel 1713 e ci è rientrata solo dopo il 1975, ma quando si è decisa ha impiegato meno di un decennio a rimettersi al passo. Come è potuto succedere?

    Se poi si considera la Storia su scala macroscopica, non ci si può ridurre a osservare lo sviluppo tecnologico e civile, e autoglorificarci. Bisogna rendersi conti che il progresso è avvenuto fra deviazioni, inerzie e contraccolpi. Ci sono stati medioevi così come glaciazioni e disgeli. Eppure, visto a volo d’uccello, il progresso sembra essersi svolto con una certa coerenza. Come è stato possibile?

    La mia risposta è che la Storia ha delle ragioni che la Ragione non ha. Può sembrare paradossale, ma il discorso è questo: più ampio è l’uditorio, più la comunicazione deve indovinare una sintesi. E le sintesi vincenti sono così semplici che, prima di essere formulate, nessuno era stato in grado di prevederle.

    Ebbene: gli esseri umani sono più di sei miliardi e la globalizzazione ha messo tutti in grado di farsi sentire. È vero che la voce di un beduino in mezzo al deserto ha un peso specifico infinitamente inferiore a quello del presidente USA; ma gli arabi sono milioni, il presidente USA è uno solo. Il beduino non ha niente da perdere ed è pronto a tutto, mentre il presidente USA è legato a interessi contrastanti, elezioni, votazioni congressuali, corti supreme, pesi e contrappesi, ecc. ecc. Contraddire milioni di analfabeti uniti dallo stesso slogan è sempre faticoso, spesso inutile, qualche volta disastroso. Aggredire l’uomo più potente del mondo è sempre gratificante.

    Dunque, se si potesse rappresentare la Storia come una curva, la sua espressione matematica sarebbe una funzione di (almeno) sei miliardi di variabili, ciascuna con forza e limiti diversi, ma mai ininfluenti, mai riducibili a costante. In più, bisogna tener presente che, oltre agli esseri umani, incidono sulla Storia i cicli dell’economia, l’andamento delle annate agrarie, le catastrofi naturali, le variazioni climatiche di breve e di lungo periodo, la disponibilità di fonti di energia, le invenzioni, il progresso tecnologico, le mode, le modificazioni del costume, le migrazioni, la demografia, ecc. ecc.

    Ciascuna di queste variabili, in sé, può anche essere governabile; ma ogni intervento provoca rimbalzi e contraccolpi. L’economia e la politica mondiale sono un complicatissimo flipper dove ogni azione è seguita da reazioni, interazioni, deviazioni. Quando si constata che, nonostante ciò, la Storia prende una direzione definita, bisogna concludere che “la Storia ha delle ragioni che la Ragione non ha”.

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    Se è così, pretendere di “fare la Storia” è megalomania. Si può avviare un’iniziativa, si può portarla avanti con determinazione, si può persuadere un grande popolo a condividerla fino in fondo. Ma la pretesa di modellare la Storia secondo un progetto razionale è fuori dalla realtà.

    Napoleone e Lenin (per citare i due che più ci hanno provato) hanno messo in moto energie gigantesche. I loro sforzi sono entrati nella Storia. Però la Storia non è andata dove avrebbero voluto loro.

    Il problema della Storia che, vista a posteriori, è diversa da come sembrava a priori, è conosciuto fin dalla notte dei tempi. I greci più antichi parlavano di un Fato al quale erano sottoposti anche gli dei. I filosofi stoici cominciarono a parlare di Provvidenza: il concetto nacque in ambiente pagano e il cristianesimo se ne appropriò con grande profitto. Tutti quanti celebrarono la vittoria come unzione del Signore e legittimarono il potere ottenuto per grazia di Dio.

    Ma possiamo dire che oggi si guardi alla Storia in un altro modo? Cosa dovremmo pensare di chi la concepisce come moto dell’Umanità verso il Progresso? Provvidenza o Magnifiche-Sorti-e-Progressive, che differenza c’è? L’unica certezza che abbiamo è questa: la Storia si muove per conto suo, con una logica che noi arriviamo a capire soltanto a cose fatte.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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