Grande confusione sotto il cielo

    Mentre si fa sempre più chiara la natura del cataclisma finanziario che ci ha investito, l’Europa intera si dedica a coltivare l’irresponsabilità. Ballare sull’orlo del vulcano ha sempre affascinato gli esseri umani (che sanno di dover comunque morire, un giorno o l’altro). In Francia, per cacciare un chiacchierone, avventurista e inconcludente, si elegge un tizio così grigio che i suoi propagandisti non hanno trovato di meglio che definirlo “normale”. In Germania avanzano i Pirati e in Italia Grillo (gli uni e l’altro non sanno neanche dire cosa vogliono, ma emergono nel grigiore generale perché gridano a squarciagola). In Spagna una destra grigia ha rimpiazzato una grigissima sinistra solo per proseguire negli stessi errori. In Grecia impazza lo sport nazionale, che consiste nello scannarsi reciprocamente.   

    Grande è la confusione sotto il cielo, avrebbe detto Mao Tse Tung (se preferite chiamatelo pure Zedong, io resto ai tempi di quando “la Cina era vicina”).

    Ma il ballo sul vulcano è solo l’effetto folkloristico di una causa che viene di lontano. Forse è il caso di ripercorrere la strada che ci ha portati fin qui.

    Fino alla fine della prima guerra mondiale i pagamenti internazionali si regolavano in oro. In seguito, ciascuno stato trovò più comodo agganciare il valore della sua moneta al dollaro o alla sterlina, che avevano una parità fissa con l’oro. Così si evitò di trasportare fisicamente oro da un paese all’altro. Tuttavia anche questo sistema condizionava la circolazione di ciascuna moneta alle riserve auree e alla dimensione del suo commercio internazionale. Poca moneta, poco credito. Poco credito, poco sviluppo.

    Verso la fine della seconda guerra mondiale, a Bretton Woods (un posto freddo e sperduto in mezzo ai boschi), fu avviato un nuovo sistema. Solo il dollaro finì per mantenere una parità fissa con l’oro, mentre tutte le altre nazioni (che dovevano affrontare immense spese di ricostruzione) avrebbero fissato la parità della loro moneta con il dollaro e avrebbero detenuto in dollari le loro riserve. Era quasi la stessa cosa di prima, ma introduceva la possibilità di svalutare la propria moneta rispetto al dollaro (e quindi all’oro).

    Gli USA mantennero la parità aurea fino ai tempi di Nixon. Poi capirono che non aveva senso insistere, lasciarono fluttuare il valore dell’oro come quello di qualunque altra merce, e le monete nazionali non rappresentarono più il valore dell’oro conservato nei caveau della banca nazionale, ma il merito di credito dell’economia di ciascun paese.

    Ebbene: cos’è successo negli ultimi anni? Le famiglie statunitensi hanno tradizionalmente una scarsa propensione al risparmio e sono inclini a indebitarsi per fare investimenti. Ma se gli investimenti vanno a rotoli, come successe nel 1929 quando la gente si era indebitata per comprare azioni, o se i soldi presi a debito vengono usati per spese voluttuarie, come è successo pochi anni fa quando la gente ha ipotecato le case per finanziare il proprio tenore di vita, l’intera massa del credito nazionale si sgonfia come un soufflé mal riuscito. Cento milioni di famiglie che ipotecano la prima casa fino al valore commerciale stimato innescano un boom edilizio: costruttori e banche invogliano i clienti a indebitarsi per acquistare una seconda casa come bene-rifugio. Ma se improvvisamente non si trovano più compratori, i valori delle case (prime e seconde) crollano, i mutui non sono più garantiti, le banche devono riclassificarli come inesigibili, e le più esposte falliscono. Siccome il sistema bancario, per funzionare, deve essere interconnesso, il fallimento di una banca fa traballare tutte le altre. E se traballano le banche chiude l’intera economia perché non è più possibile gestire il sistema dei pagamenti. Le aziende producono sempre meno, vendono sempre meno, e devono licenziare. Nelle famiglie non entrano più gli stipendi e le spese vengono ridotte drasticamente. Così tutto si ferma.

    A questo punto l’unica cosa che può far ripartire il sistema è una forte iniezione di credito, e l’unica istituzione che può farla è la banca nazionale. Gli USA hanno fatto così. Nel 1929, invece di stampare moneta, avevano ristretto ancor di più la base monetaria e il credit crunch aveva provocato la recessione. Stavolta, ammaestrati dall’esperienza, hanno salvato le banche (tranne la Lehman: ci deve essere sotto qualche motivo poco confessabile), hanno salvato General Motors e Chrysler. Soprattutto, la FED ha inondato il mercato di liquidità. Infatti l’economia americana sta riprendendo.

    Invece in Europa arranchiamo. Gli stati sono troppo indebitati e, in una situazione di credit crunch, gli investitori internazionali non vogliono rischiare di rimetterci. Grazie a Dio (e a Draghi), all’ultimo momento, la BCE si è decisa a mettere in circolo altra moneta. Se l’avesse fatto prima ci saremmo risparmiati un bel po’ di patemi d’animo. Ma ha dovuto spezzare le resistenze di chi “non vuole pagare per le intemperanze degli altri”. Cioè la Germania.

    La Germania vive sotto l’incubo dell’iperinflazione che seppellì la repubblica di Weimar e aprì la strada al nazismo: qualunque manovra che aumenti la liquidità fa temere ai politici tedeschi una catastrofe economica e un crollo della loro affidabilità politica. E per questa loro fobia l’euro rischia di andare a fondo.

    In questa situazione sembra che nessuno sappia che pesci pigliare. Chi tira da una parte, chi dall’altra, chi fa il pesce in barile, chi urla quel che non vuole (ma non cosa vuole, perché non lo sa). È in queste situazioni che si apre un’autostrada per le dittature. Grande è la confusione sotto il cielo, diceva Mao fregandosi le mani.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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