Dove vanno a finire i progetti?

    Ci sono teorie filosofiche che pur essendo ormai morte e sepolte, sono state assimilate nel DNA della società civile. È capitato al positivismo nel secolo scorso, adesso capita all’esistenzialismo. È colpa (o merito?) sua se oggi si vive come se non si dovesse morire mai. Immagino che la prossima frontiera sia quella dell’eterna giovinezza. La medicina si è già impegnata ad allungare la vita media e conta di farla arrivare fino a 120 anni. Se mai ci riuscisse, e se nel frattempo non riuscirà a scongiurare anche la vecchiaia, qualcuno dovrà dirci cosa fare fra i 90 e i 120, con le forze fisiche ridotte al minimo (e a quelle mentali meglio non pensarci).

    È stato Martin Heidegger a porre le basi dell’esistenzialismo. Il suo ragionamento prese le mosse dall’osservazione che la caratteristica principale dell’essere umano è la progettualità, e cioè la capacità di immaginare se stesso in una condizione futura. L’uomo progetta continuamente, fino a quando incontra il limite della morte. Ma quando arriva a rappresentarsi a se stesso seduto a cavalcioni sul limite estremo di ogni possibile esperienza, che fa? Guarda indietro e riprogetta il suo passato.  

    “Riprogettare il passato” è una curiosa espressione che peraltro fa riferimento a un fenomeno ben noto: quando c’è da prendere una decisione non si riesce mai a considerare tutti gli elementi del problema dando a ciascuno il giusto peso; solo dopo aver deciso, riconosciamo l’elemento che aveva un peso preponderante. Riprogettare il passato significa individuare, in una massa di fattori, quelli che a posteriori appaiono determinanti. Significa, cioè, fare gli storici della propria e dell’altrui esistenza.

    L’uomo politico che prende una decisione non può sapere in anticipo se avrà effetto, se sortirà l’effetto contrario, o se cadrà nel vuoto. Quando la Storia è da fare, la realtà ha l’aspetto del caos. Invece, quando la Storia è fatta, è possibile intravedere una linea di sviluppo. I successi degli uomini politici vengono riconosciuti a posteriori; ma le scelte operate a priori non derivavano da superiori capacità di analisi. Semmai da una specie di “fiuto”, che dura finché dura.

    Dal 1796 al 1815 Napoleone credette di essere lui a fare la Storia. A posteriori, è più ragionevole pensare che sia stata la Storia a servirsi di lui. Ma, anche senza scomodare un imperatore, ognuno di noi, frugando nel suo passato, può ritrovare situazioni in cui si dannava l’anima per ottenere qualcosa e ha ottenuto invece qualcos’altro, ci si è adattato, e ha finito per considerarlo la cosa migliore. È un fenomeno conosciutissimo, e l’Ufficio Complicazione Affari Semplici l’ha chiamato eterogenesi dei fini.

    Chi si prende la briga di ricostruire la Storia come appariva a priori e ricupera le intenzioni dei protagonisti (purché lo faccia con sincerità e senza un partito preso) non trova traccia di visioni politiche di largo respiro. Le decisioni degli uomini politici sono spesso espressione di orizzonti limitati, meschinerie, rivalità personali, desiderio di “coprirsi le spalle”. La cosa più sconcertante degli uomini politici visti a priori è la mancanza di una prospettiva storica.  

    Ma allora cosa dobbiamo pensare? Che la Storia sia una sequenza di fatti del tutto casuali? Oppure che la Storia si autogoverni secondo una logica tutta sua?

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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