Per chi detesta la tauromachia

    Se avessi imparato a trasferire fotografie dalla rete a questo blog, vi mostrerei qualche istantanea delle esibizioni di Alejandro Talavante. Presumo che trasferire foto sia una cosa semplice, visto che lo fanno tutti i blogger. Ma io non so come si fa e sono anche troppo pigro per cercare qualcuno che mi insegni a farlo. È sicuramente più pratico digitare “Talavante” su Google: il matador ha un sito ufficiale e una pagina Facebook.

    Ma, a proposito di immagini, ho il dovere di avvisarvi: per quanto suggestive, le foto e i video non rendono l’emozione della sua arte, del suo toreo vertical, della incredibile sensibilità dei suoi polsi. Un’istantanea può cogliere un momento fondamentale, un filmato può mostrare il replay dello stesso passaggio da due o tre punti di vista diversi. Ma l’emozione non è la stessa. La macchina da presa esalta la tecnica, l’arte è un’altra cosa. La si avverte sotto la pelle e, quando capita, è un brivido che somiglia a quello dell’amore.

    Quello che segue è il post che misi online cinque anni fa, al suo debutto come matador de toros, il giorno di Pasqua del 2007.  Quando si ha la fortuna (e anche un po’ la capacità) di scoprire un grande artista, si ha anche il diritto di vantarsene.

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    Si chiama Alejandro Talavante. È un ragazzino brutto, con la testa grossa e la mascella sproporzionata. È magro come un chiodo e, a vederlo, fa venire in mente quel che si diceva una volta degli hidalgos spagnoli: che pranzano con tre olive maturate in tasca e cenano con un’aria di mandolino. Che fanno la fame, insomma.  

    Talavante ha diciannove anni. È nato da qualche parte nella provincia di Badajoz, la più sperduta in fondo all’Estremadura, e di ciò che ha fatto nei primi diciott’anni della sua vita non si sa altro.

    Talavante è un genio naturale come lo fu Giotto: un artista assoluto, capace di trasmettere emozioni mai provate. Talavante è un torero. E se qualcuno non crede che sia possibile fare arte con qualunque cosa, vada a vedere Talavante.

    Il programma televisivo Toros para todos ha parlato spesso di lui nel 2006, quando era ancora novillero e non poteva toreare tori di quattro anni. A fine stagione gli ha dedicato un servizio con gli highlights delle sue esibizioni. L’ha intitolato: “Ci ricorda Manolete” e questo titolo ha fatto scalpore. Nessun critico taurino aveva mai azzardato un simile paragone.

    Manuel Rodriguez Sanchez detto Manolete morì il 28 agosto 1947 nella plaza de toros di Linares, in Andalusia. Un toro dell’allevamento di Eduardo Miura, di nome Islero, marchiato con il numero 21, con il mantello nero brizzolato e il ventre grigio, fu più veloce di lui, che dodici giorni prima aveva già subito una cornata nella Plaza Monumental di Madrid. Quel giorno morì un grande artista e nacque un mito.

    Nei cinquantanove anni seguenti le arene di Spagna e Sudamerica hanno visto grandi artisti, da Antonio Bienvenida a Luis Miguel Dominguin, a Paco Camino, a Santiago Martin El Viti, tanto per fare qualche nome. Ma con Manolete non c’è paragone possibile, come non si possono paragonare Brueghel o Canaletto a Leonardo. Manolete fu il primo a dominare i tori stando impassibile, immobile e verticale, mentre la furia degli animali selvaggi lo sfiorava, prima di scaricarsi nei voli della sua cappa. Manolete portò ai massimi livelli la “sprezzatura tragica”, l’atteggiamento con cui il torero esibisce la propria superiorità senza compiacersene, anzi, mostrandosi quasi seccato. Ebbene, ciò che ha fatto vedere Alejandro Talavante in questa stagione ha spinto i critici taurini a ricordare Manolete. Non era mai successo.

    Non è questione di coraggio. Il mese scorso Talavante ha ricevuto una cornata in una corrida a San Lorenzo del Escorial e dieci giorni dopo ha toreato ad Albacete con una cannula di drenaggio nella coscia. Ma questi sono exploit di cui è capace qualunque torero che ami la sua arte.

    Non è neanche questione di tecnica. Talavante realizza il sogno di ogni torero: stende idealmente un fazzoletto sull’arena, ci mette sopra i piedi e non li muove più. Domina il toro senza mai fare un passo indietro. Ogni matador di buon livello riesce a comporre una faena ideale almeno una volta nella sua carriera, ma tutte le esibizioni di Talavante sono così. Non esiste un toro uguale a un altro, eppure tutti restano stregati dalla sua muleta.

    È impossibile che un uomo, a diciannove anni, abbia una conoscenza così vasta da permettergli di affrontare tori diversi con la stessa tecnica. Tutti i migliori matadores sono nati in campagna, hanno vissuto negli allevamenti, hanno imparato a conoscere i comportamenti degli animali allo stato brado. Da quando il padre o uno zio gli hanno messo in mano per la prima volta una cappa e li hanno spinti davanti a un vitellino, si sono sentiti ripetere milioni di volte che ogni toro va toreato in un modo diverso e che se un torero vuole tornare a casa con le sue gambe deve sbrigarsi a capire qual è il modo adatto per ciascun toro. Ma Talavante non adatta il suo stile al toro che ha di fronte: costringe il toro a fare ciò che vuole lui. Come faccia è un mistero. Il mistero che Manolete aveva portato con sé nella tomba.

    Nella carriera di un torero ci sono mille insidie: le cornate, la passione che va e viene, le donne, l’entourage, i soldi. Tutte queste cose, e altre ancora, congiurano a mettere l’arte in secondo piano. Nessuno può dire fino a quando Alejandro Talavante continuerà a vibrare in sintonia con i tori, a entrargli dentro, ad amarli e a ucciderli per amore. Nessuno può dire fino a quando avrà voglia di rischiare la vita cento giorni all’anno. Ma anche se decidesse di ritirarsi domani (e spero proprio di no), io lo ringrazio: ha compiuto il miracolo di far rivivere Manolete, un sogno che milioni di aficionados sparsi per il mondo coltivavano in silenzio da cinquantanove anni, e non osavano parlarne perché erano convinti che fosse un sogno impossibile.

    Post Scriptum. Domenica di Pasqua del 2007. Talavante si è presentato per la prima volta come matador de toros nella plaza di Madrid, la più importante del mondo. I sei tori usciti nell’arena erano tutti difficili, sull’avviso e pericolosi, tanto che gli altri due matadores hanno combinato poco o niente. Nel suo primo toro Talavante è stato decisamente superiore, ma non ha avuto fortuna con la spada e il pubblico non l’ha premiato. Nel suo ultimo toro, che non prometteva di essere migliore dei precedenti, Talavante ha superato se stesso: ha dominato il mostro, l’ha ammansito, l’ha costretto a giostrargli intorno a suo piacimento. Ha entusiasmato il pubblico, l’ha portato al calor bianco dimostrando di saper fare cose apparentemente impossibili. Ha ricevuto in premio le due orecchie del toro ed è stato portato fuori dall’arena a spalle in un vero e proprio trionfo.

    Il giorno prima, intervistato da un cronista che gli chiedeva se non lo imbarazzava toreare il giorno di Pasqua, aveva risposto: “È un buon giorno per morire.”

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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