Fare la Storia

    Visti a priori, i fatti che formano la Storia sembrano caotici. Come mai le cose cambiano quando si guarda la Storia a posteriori?

    Tanto per cominciare, dipende anche da come si raccontano i fatti. Gli antichi li raccontavano in un modo diverso dal nostro: elencavano tutto ciò che di memorabile era successo in un certo anno a partire dalla primavera, poi, quando arrivavano all’inverno, chiudevano il capitolo e ne aprivano un altro ricominciando di bel nuovo.

    La Storia, per forza di cose, si può raccontare soltanto a posteriori, ma se lo si fa in modo annalistico appare più simile a quella a priori. Chi legge in Tito Livio le guerre di Roma contro Osci e Sanniti, o in Tucidide la guerra del Peloponneso, non ne ricaverà l’impressione di campagne strategicamente organizzate ma di una serie di scaramucce senza capo né coda. Chi fa la Storia procede necessariamente un passo alla volta: Napoleone aveva per motto Je m’engage et puis je vois (che, giudicato a lume di ragione, si direbbe il modo di fare di un pazzo). Invece, è l’unico modo possibile.

    La Storia è storia di conflitti, e l’andamento di uno scontro (armato o ideologico) dipende dagli imprevisti. Ciascuno dei contendenti controlla sì e no un 10% della sfera degli eventi, si oppone razionalmente al 10% controllato dall’avversario, e reagisce come può all’80% generato dal mondo circostante. In situazioni così aleatorie gli obbiettivi strategici per cui ci si è messi in lotta vanno ben presto a farsi friggere e, generalmente, ai primi sintomi di mala parata gli uomini politici cercano il compromesso. Visto che è impossibile conseguire gli obbiettivi per cui avevano scatenato il conflitto, ripiegano su altri obbiettivi, meno ambiziosi, ma che hanno il pregio di essere realizzabili.

    Vista a priori, questa flessibilità non è altro che un “salvare il salvabile”. Ma a posteriori può apparire come un capolavoro di lungimiranza. Tante cause, buone e cattive, hanno ricevuto fior di batoste. Tutte hanno cercato di reagire o almeno di sopravvivere in attesa di tempi migliori. La maggior parte non ce l’ha fatta e ha dovuto soccombere, ma qualcuna è riuscita a risorgere. Perché alcune sì e le altre no? Forse perché gli uomini che credevano in quelle cause erano più abili degli altri? Niente affatto. Quando Roma fu messa in ginocchio da Annibale, Quinto Fabio Massimo la salvò, ma poi divenne invidioso di Scipione e cercò di mettergli i bastoni nelle ruote. Napoleone III scalzò una repubblica e restaurò un impero, ma poi si fece fregare come un pollo da Bismarck. Eccetera eccetera. C’è da chiedersi se i successi non derivino più che altro dal fortunato incrocio di una mentalità limitata e di alcune (passeggere) circostanze favorevoli.

    La realtà è funzione di infinite variabili e non è mai esistito un essere umano capace di tenerle tutte sotto controllo. Ma allora come mai la Storia a posteriori sembra muoversi lungo precise linee di sviluppo? È davvero così o è soltanto un’illusione?

    Forse non è neanche il caso di domandarselo. Tutto sommato, non è poi molto diverso pensare che “la Storia si sviluppi secondo una sua logica interna” oppure che “noi ci illudiamo di individuare una linea di sviluppo”. La prima interpretazione, che nasce dalla Storia vista a posteriori, e la seconda, che sottintende la Storia a priori, dicono tutte e due che non siamo noi a fare la Storia. E se teniamo presente che la Storia, a priori o a posteriori, è sempre la stessa, il risultato è che, quando dobbiamo decidere del nostro destino, non possiamo fare a meno di andare a tentoni; e quando poi cerchiamo di dare un senso al nostro passato, più che capire, progettiamo (e cioè cerchiamo di strutturare ciò che ci piace pensare).

    Insomma: dire che cos’è la Storia è come pretendere di dare una definizione del Bello o del Bene. Non ci riusciremo mai. Gli uomini partecipano alla Storia, ne vengono trascinati da una parte o dall’altra, tentano di assecondarla o contrastarla, ma un singolo individuo (si chiami pure Alessandro, Cesare o Napoleone) ci può riuscire solo per brevi periodi: è come se tendesse un elastico che prima o poi tornerà alle sue dimensioni normali.

    Certo, l’umanità mostra in poche migliaia di anni un progresso che non è possibile rintracciare fra le api, gli elefanti o gli scimpanzé, ma perché un uomo sia in grado di fare la Storia bisognerebbe che le relazioni fra i singoli e le masse fossero rette da leggi matematiche note soltanto a lui. E non è così.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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