Ci sono due modi di guardare la realtà

    Questo post è un po’ la mia dichiarazione di principio. Periodicamente lo riedito per due motivi: per dare a chi mi legge un’onesta idea di come la penso, e per verificare con me stesso di continuare a pensarla così.  

    Dunque, ci sono due modi di guardare alla realtà. Quali sono? Vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? No: questa è soltanto una questione caratteriale o addirittura umorale. Gli esseri umani non possono fare a meno di sovrapporre il loro immaginario personale alla realtà, dunque è logico che si dividano in ottimisti e pessimisti. Ci sarebbe da meravigliarsi se non fosse così.

    La differenza radicale è un’altra: c’è chi guarda la realtà per come è e chi la guarda per come vorrebbe che fosse. E naturalmente chi la guarda con gli occhi del sognatore vorrebbe che fosse “giusta”.

    Qui nascono i guai, perché dieci persone prese a caso possono essere compatte sul concetto di “giusto” in astratto, ma si dividono sull’applicazione del “giusto” nei casi concreti. È un fenomeno statistico noto fin dalla più remota antichità, che dà luogo ad almeno due diversi atteggiamenti.

    Uno è quello di chi dice: va bene, capisco che non tutti la pensino allo stesso modo, sono perfino disposto a credere che qualcuno degli “altri” sia in buona fede; ma se una cosa è giusta, è giusta. Chi pensa nel modo sbagliato va difeso dai suoi stessi errori. E lo stato ha il dovere di impedirgli di sbagliare.

    Un altro atteggiamento è quello di chi dice: visto che non tutti la pensano allo stesso modo, per far passare il modo “giusto” devo allearmi di volta in volta con chi è più vicino alle mie posizioni e concedergli qualcosa. Non otterrò il 100% del “giusto”, ma qualcosa è sempre meglio che niente.

    Il primo atteggiamento prende i nomi di totalitarismo, integralismo o stato etico, e “giustifica” la repressione del dissenso.

    Il secondo si chiama riformismo e usa il compromesso come approccio graduale al “giusto”.

    L’uso delle virgolette dovrebbe render chiaro che tanto i totalitari che i riformisti appartengono alla categoria di chi è convinto di possedere la Verità con la V maiuscola e, dall’alto della sua scienza infusa, guarda alla realtà con un certo cipiglio: se quella discolaccia non si adegua ai precetti del “giusto”, gliela farà vedere lui. Insomma, sono tutti della stessa razza. Poi, che si dividano in totalitari o riformisti, come nel caso degli ottimisti e dei pessimisti, è solo una questione di carattere.

    Esiste però un’altra categoria, minoritaria e misconosciuta, di individui che non si danno arie da demiurgo. Sapendo di non possedere la verità, e partendo dal principio hegeliano secondo cui “il reale è razionale”, accettano che la realtà sia più razionale di loro. Si propongono soltanto obbiettivi concreti e sono pronti ad abbandonarli se scoprono che non sono fattibili. Così come sono pronti a riconoscere che, quando i fatti non combaciano con le teorie, vuol dire che le teorie sono sbagliate.  

    Ma come mai sono pochi? E come mai sono rassegnati a essere presi per cinici, immorali, privi di valori, ecc. ecc.?

    Perché la stragrande maggioranza della gente è leghista, moderata, progressista o estremista con lo stesso spirito con cui è interista o juventina. In politica, filosofia, morale, religione e in tutti i campi in cui si tratta di ciò che è veramente importante, l’atteggiamento della maggioranza è quello del tifoso: inneggia agli argomenti a favore e non ascolta gli argomenti contrari.

    Ebbene: in cambio della scarsa considerazione di una variopinta maggioranza, chi vuol guardare la realtà per ciò che è ottiene soltanto la speranza di muoversi verso una verità che sa di non poter comprendere appieno e che neanche potrà mai raggiungere del tutto.

    Per quanto mi riguarda, insisto a praticare questo sport solo perché, una volta assaggiato il prosciutto, la mortadella non piace più. Ma non voglio avere sulla coscienza l’infelicità di nessuno. Non faccio propaganda. Dico come la penso, e stop.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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