Cronache milanesi

    Il viandante telemediatico che ieri, verso le 19,00, si fosse sintonizzato su Rai3, si sarebbe trovato di fronte a un enigma. Quella che appariva nel video era la Scala, l’uomo vestito di bianco che ogni tanto veniva fuggevolmente inquadrato era il papa Benedetto XVI, l’uomo avvolto in una assurda palandrana nera aveva tutta l’aria di essere Daniel Barenboim e gli orchestrali, inquadrati di volta in volta secondo criteri assolutamente indecifrabili, erano l’orchestra  filarmonica della Scala con relativo coro. Ma i suoni che uscivano dal televisore davano più l’idea di un minestrone che della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

    Ci fu un tempo in cui tutti i direttori d’orchestra (poveri dilettanti come Arturo Toscanini, Wilhelm Furtwaengler, Bruno Walter, Herbert von Karajan, Victor de Sabata e altri) si dannavano l’anima per fondere le diverse voci dell’orchestra fino a ottenere da ciascuna un suo sound particolare, in modo che i filarmonici di Vienna fossero insuperabili per Mahler e Strauss, quelli di Berlino per quasi tutto il repertorio romantico tedesco, le orchestre italiane per il repertorio operistico, e via discorrendo.

    Ma ormai da una trentina d’anni si è andata affermando la perniciosa teoria secondo la quale il direttore deve far sì che ogni linea di contrappunto, ogni pizzicato, ogni sospiro, non debba concorrere alla formazione di una melodia, di un suono pieno di significato, ma debba invece essere messo in risalto di per sé, come se avesse un senso fonico e non già sin-fonico.

    Il risultato di questa moda sciagurata sono le esecuzioni alla Barenboim: pappe uniformi e monotone nelle quali la melodia è fatta a pezzi e tutto si trascina con una lentezza scoglionante mentre l’ascoltatore è costretto a richiamare alla memoria le esecuzioni di Muti o di Abbado o (magari!) di Celibidache per rintracciare nel minestrone un po’ di significato.

    Povero Ratzinger! Lui che ama tanto la buona musica.

    Ma si consoli: una volta ho sentito dire a Vittorio Gassman che certi personaggi di Shakespeare, come Marco Antonio e Riccardo III, sono così speciali che nessun attore, per quanto cane, riuscirà mai a rovinarli del tutto.   

    Succede anche con Beethoven.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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