Quanti mesi vivono i vitelli?

    Chi vive in città rifiuta, senza rendersene conto, l’idea che le bistecche esposte nei banchi refrigerati del supermercato siano parti di animali uccisi e macellati. Lo sa, ma non vuole pensarci. Non pensa che per fargli assaporare la fettina di vitello è stato ucciso un animale di sette mesi. Così come non pensa che per fargli gustare un roast beef si uccide un animale di diciotto mesi che ha passato la sua breve vita chiuso dentro a un box dove non poteva fare più di cinque passi, se addirittura non era incatenato alla mangiatoia. Questi animali hanno vissuto nell’impossibilità di muoversi, obbligati a mangiare a ore fisse, con la proibizione di fare sesso. Dovevano ingrassare, punto e basta.

    Al contrario, i tori da combattimento devono avere per legge più di quattro anni. Non hanno mai visto una stalla e hanno vissuto liberi allo stato brado, correndo, mangiando, lottando fra loro, facendo sesso quando ne avevano voglia.

    Chi non pensa a queste cose si comporta come se le bistecche fossero prodotti sintetici, fabbricati a partire dai componenti chimici elementari. Eppure sa bene che non è così. Ogni bistecca, ogni fetta di carne significa la morte di un animale. Ma chi fa sfoggio dei suoi buoni sentimenti verso gli animali, quando è proprio costretto a pensare al vitello o al manzo macellato, pretende che siano stati uccisi senza farli soffrire. E ne è convinto in buona fede, anche se non ha mai messo piede in un macello. Lo crede perché gli fa comodo.

    Chi davvero non sopporta di provocare la morte degli animali dovrebbe diventare vegano di stretta osservanza. Personalmente non condivido l’ideologia vegana (sono convinto che provocherebbe molti danni e pochi vantaggi), ma ho più rispetto per la coerenza dei vegetariani integrali che per l’ipocrisia di chi depreca la “crudeltà” verso gli animali e intanto mangia bistecche, prosciutto e petti di pollo.

    Di macelli ne ho visitati parecchi, in Italia e all’estero, e giuro che se fossi un toro preferirei morire dovunque piuttosto che in un posto simile: una macchina per uccidere dove, nel migliore dei casi, tutto è dannatamente pulito e piastrellato. Un lager pieno di ringhiere e cancelli e sbarre di ferro dove gli animali respirano l’odore della paura mentre attendono il turno per arrivare di fronte a un tizio che gli applica uno strano arnese sulla fronte e li fa stramazzare a terra (ci vuole una certa abilità e anche un po’ di fortuna perché vada tutto liscio: basta che la vittima muova impercettibilmente la testa e il colpo non è definitivo; in questi casi l’agonia diventa lunga e tremenda).

    Chi sostiene che gli animali non capiscono di essere davanti alla morte suppone che, se capissero, si ribellerebbero. Ma, se i manzi non si ribellano, è perché tutta la loro vita consiste in diciotto mesi vissuti da prigioniero anziché quattro anni e mezzo in selvaggia libertà lottando per la supremazia nel branco. Un toro da combattimento fatto entrare in un macello combinerebbe un disastro monumentale, per ucciderlo bisognerebbe prenderlo a colpi di moschetto e quasi sicuramente, prima di crollare, incornerebbe almeno un paio dei presenti.

    No, il macello è cento volte peggio dell’arena, dove l’uomo e il toro si combattono ciascuno con le sue armi, guardandosi in faccia e rischiando la pelle tutti e due. Nel mattatoio il bue che ha vissuto in prigione una vita troppo breve vede i suoi simili crollare a terra e resta lì, schiacciato dal terrore, ad aspettare i comodi di un boia che non rischia niente: un impiegato che non uccide per sentirsi vivo, ma per uno stipendio mensile.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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