Ma perché? Perché no.

     E rieccoci. Cambiare la legge elettorale? Benissimo. Noi vogliamo il doppio turno. D’accordo, allora facciamo anche la repubblica presidenziale. No, quella no. Perché? Perché non c’è tempo. Mica vero: il tempo ci sarebbe. Ma no, non si può fare una riforma simile in quattro e quattr’otto. Eppure in tanti altri paesi le riforme istituzionali sono state attuate in tempi rapidi: perché non potremmo farlo anche noi, se siamo d’accordo? Perché no.

    Perché no. La verità è tutta qui, a prescindere da ciò che strillano gli uni e gli altri. Tutto ciò che si propone, tutto ciò che si rifiuta, è fumo negli occhi per passare il tempo in attesa delle elezioni. Il PDL vuole dare l’impressione di cambiare qualcosa perché deve far credere di avere un programma. Il PD non vuole cambiare niente perché non gli conviene. Nel frattempo si chiacchiera.

    E non solo. Si fa in modo che chiacchieri anche il governo. Non ci sono più Sanremo e il campionato di calcio ma, perbacco, c’è il terremoto, ci sono le nomine della Rai. Tutto fa brodo pur di dimenticare che Bondi, Giavazzi e Amato (Amato!) dovevano impugnare la falce e radere a fil di terra il rigoglioso prato della spesa pubblica. Qualcuno è stato così ingenuo da crederci? Altro che la falce! Neanche un coltellino svizzero gli hanno dato. Discorsi sì, chiacchiere tante; ma la spending review che fine ha fatto?

    I partiti non la vogliono. Aumentare le tasse va bene. Ridurre le pensioni anche (visto che a farlo non sono loro, ma i “tecnici”). Ma perché tagliare le spese? Ci sono troppi clientes, a destra e a sinistra, per non parlare del centro, che dipendono dalle elargizioni, dagli appalti, dalle sinecure che i partiti gli hanno procurato (e implicitamente si sono impegnati a mantenere).

    Non se ne esce. Non c’è modo di uscirne. Non basterebbe neanche una rivoluzione: ormai l’andazzo è diventato cultura. Anche se ghigliottinassimo tre o quattromila fra politici e grand commis, l’andazzo si riformerebbe immediatamente. Il sistema di tassare e usare il denaro pubblico per acquisire voti è indistruttibile. Come diceva Prezzolini, l’Italia è il paese dei furbi e dei fessi. Siccome tutti sono convinti di essere furbi, tutti accettano un sistema in cui i fessi lo prendono sistematicamente in quel posto. Quando i sedicenti furbi restano fregati e si accorgono di essere finiti nel numero dei fessi, strillano ma non gli passa per la testa di cambiare il sistema. Macché: pensano a prendersi la rivincita, restano di nuovo scornati e passano la vita ad aspettare di averla vinta almeno una volta.  

    E allora? L’unica speranza di rigenerazione sta nella paura. La paura del fallimento dello stato ha convinto Berlusconi ad andarsene e tutti gli altri ad accettare le stangate di un governo “tecnico”. Ma basta che la paura si attenui un cicinino, e rieccoci daccapo. Di cambiare mentalità non se ne parla neanche.

    Ci vorrebbe una paura più forte, più prolungata. Solo che io non ho il coraggio di pensare quale potrebbe essere.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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