Qualche piccola riflessione sui massimi sistemi

    Un brano di romanzo. Il protagonista è passato attraverso strane avventure, ci ripensa, e gli viene fatto di riflettere su certe pretese degli esseri umani.

    Buona lettura.

 

    Giorgio socchiude gli occhi: è quasi giorno. Il cielo sembra ondeggiare avanti e indietro, e dà la sensazione del mal di mare. Ci vuole un po’ di tempo per mettere a fuoco le fronde mosse dal vento: spighe d’avena, fili d’erba, rami di arbusti. Più in alto si aprono squarci di cielo senza nuvole dove un falco sale nell’aria descrivendo spirali e lancia a tratti il suo fischio tagliente.

    Giorgio è debolissimo. Chiude gli occhi e ricade in un sogno confuso. Gli pare di aggirarsi nella penombra di uno stanzone pieno di sacchi appesi al soffitto che dondolano e lo colpiscono quando meno se lo aspetta. Non c’è modo di evitarli. Gli urti lo fanno stramazzare, ma i piedi sono incollati al pavimento e i muscoli sono intorpiditi dall’inerzia. Tutto intorno c’è una penombra che non lascia vedere l’uscita. Non c’è modo di tornare sui propri passi.

    È davvero irritante. Giorgio non riesce a capire che senso ha essere sballottato così, come mai si trova in questa situazione, quale errore ha commesso. È come volare in mezzo a una perturbazione con lo stomaco in gola e il terrore di precipitare da un momento all’altro; o spiccare un salto, accorgersi di avere sbagliato i calcoli  e cadere di schiena su qualcosa di duro.   

    È sempre così, a questo mondo. Tu vorresti mettere ordine, razionalizzare, farla finita con la balorda casualità che ti circonda, ma proprio quando sei convinto di avere raggiunto una situazione stabile il mondo si ribella, le cose più inerti sembrano animarsi di vita propria e ti piovono addosso a tradimento.

    Che fare? Organizzare le masse e marciare uniti contro il predominio del Caso? Ma l’umanità non si lascia inquadrare. I principi della fisica valgono anche per i sentimenti: ogni azione provoca una reazione uguale e contraria. Se immergi un individuo in una società estranea, la massa lo respinge. 

                                                            ***

    Giorgio riapre gli occhi. Sbatte le palpebre e ricorda. La sierra e l’uomo a cavallo. I gitani. Cos’è successo fra i ponteggi che sostenevano la silhouette del toro? Un liquore drogato e tante chiacchiere senza senso, ricordi che affioravano dal buio come vecchie pellicole sgranate, la gitana e le sue domande, e ancora l’uomo a cavallo, quel dannato rompiscatole! E poi in fuga. Nel buio pesto non vedeva neanche dove metteva i piedi. Che notte! Di nuovo la gitana e altri ricordi davanti al caminetto. E il paese dei montanari, quella manica di pazzi! E l’uomo a cavallo che questa volta veniva a liberarlo, i colpi di fucile, un’altra fuga, una notte intera correndo a perdifiato, senza vedere altro che sentieri di campagna, stoppie e prati. Ma che razza di mondo è questo?

    Giorgio ha corso, saltato e camminato. Nei campi, nei sentieri di campagna non ha incontrato anima viva. Arriva stanco morto sotto il terrapieno di una ferrovia e si ferma per riprendere fiato. Ci vuole tempo e quando l’agitazione scompare Giorgio si addormenta. Tutto è calmo, il terrapieno della ferrovia offre un minimo di riparo. In cielo impallidiscono le stelle e la solitudine non è più un laccio alla gola. Giorgio non sa per quanto tempo ha dormito. Forse soltanto un’ora. Riapre gli occhi e gli sembra di avere la mente bloccata come un orologio a fine carica. Non riesce a decidere che fare, dove andare. Resta lì, abbandonato, supino, senza un pensiero al mondo.

    Passa del tempo, forse un giorno intero. Giorgio non ricorda più cosa sta aspettando, quando vede arrivare un treno merci. Il convoglio si avvicina con lentezza esasperante, gli passa davanti in un frastuono di stantuffi. C’è un vagone aperto e Giorgio salta su. Non sa dove va il treno, ma prima o poi dovrà pure arrivare in un posto abitato. Un treno è un segno di civiltà e deve portare nel mondo vero, quello che non si imbalsama nell’utopia di una società perfetta.

    Il treno avanza sbuffando e Giorgio fa di tutto per restare sveglio. Cerca di orientarsi, ma ormai è scesa la notte. Il vagone deve aver trasportato degli animali: puzza di letame ed è pieno di spifferi. Giorgio batte i denti per il freddo. Il treno non si ferma mai. Non incrocia una stazione, un passaggio a livello, un segnale. Niente. È come essere a bordo di una nave in mezzo a un oceano buio.  

                                                            ***

    Cosa c’era di sbagliato nella testa dei montanari? Forse soltanto una semplicità beata e colpevole, che passando per l’idiozia arrivava al fanatismo. Credevano di aver raggiunto lo stato ideale di una società. Non desideravano altro che bloccarsi lì, congelarsi in un immobile presente e difendere le conquiste del passato. L’Ufficio Etico era una domestica che scopava la polvere sotto il tappeto.

    Ma la società perfetta è la fine di ogni progresso. Qualunque cambiamento sarebbe un’involuzione e l’unica politica possibile sarebbe l’immobilismo: la strategia di Mittelmessig. Una società organizzata in modo razionale assomiglia al paradiso dei cretini: tutti seduti sulle nuvolette a suonare l’arpa. 

    Il futuro non va in una direzione prevedibile. Va dove gli pare. Torna anche indietro. Una società perfetta non può restare perfetta anche nelle giravolte della Storia futura. No: alla società perfetta non si arriverà mai. Non si può pretendere che un passo avanti sia una conquista definitiva. A questo mondo, maledizione, non c’è mai niente di acquisito.

 

 

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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