Big Bang

Un altro brano di romanzo. Sei personaggi finiscono per ritrovarsi nella veranda di un hotel su un’isola vulcanica, ma succedono cose strane, e il tempo non funziona più come al solito.

 

    La cappa di nubi ha soffocato l’ultima luce all’orizzonte. È mezzogiorno, ma su Azor è scesa una notte irreale illuminata dai lampi e scossa dai tuoni. Il vento solleva dalla spiaggia la polvere bruna che ormai copre le strade e la fionda contro i vetri della terrazza. La luce elettrica va e viene. Già due volte è mancata e von Sinnen ha continuato a parlare al buio ripetendo le stesse cose con teutonica stolidità: l’imminenza del buco nero, l’equilibrio necessario tra rivoluzione e conservazione, il pericolo che Alberico si impadronisca della coppa e scateni un processo di puro e semplice annientamento.

    Clay non ha più voglia di parlare. Dumm ha smesso di sgranocchiare tartine. Armida e Zweifel guardano oltre la vetrata e rabbrividiscono davanti allo scrosciare della pioggia, agli scoppi dei fulmini sempre più vicini. Le raffiche di vento fanno tremare i vetri.

    Improvvisamente dalle profondità della terra esce un boato, come l’urlo di un drago ferito a morte. Le poltrone sobbalzano, dondolano quadri e lampadari. La luce elettrica se ne va di nuovo, con uno schiocco secco e un flash abbagliante. Mentre i secondi trascorrono lentissimi, la terra oscilla e gorgoglia come il sobbollire dell’acqua in un pentolone. Piove a dirotto. Altre scosse sismiche si susseguono una dopo l’altra. Muri, soffitti e pavimenti barcollano. L’hotel Costantinopolis scricchiola in tutte le giunture. La vetrata esplode all’improvviso scagliando frammenti dappertutto. Vento e pioggia irrompono nell’apertura. La terra continua a sussultare. Le crepe si allargano, cadono i calcinacci.

    Von Sinnen si è rifugiato presso un pilastro. Nel centro della sala il soffitto è pericolante. Una parete è visibilmente inclinata e minaccia di crollare. Le raffiche di vento portano un odore misto di salmastro e di zolfo. La pioggia varia continuamente di intensità ma il temporale non accenna a finire.

    Con uno schianto secco un fulmine cade nelle vicinanze e si scarica sugli spuntoni di ferro che sporgono da una trave spezzata. Giorgio chiude gli occhi e continua a tenerli chiusi mentre l’eco del tuono si disperde: tra lo sfrigolio del metallo incandescente e lo scrosciare della pioggia ha sentito il calpestio di un cavallo al galoppo.   

                                                            ***

    “Ooooh! Eeeeh!”

    Il cavallo scalpita sulle macerie della terrazza. Il riverbero dei fulmini lo disegna come un’ombra gigantesca. Il cavaliere porta cosciali di cuoio, una giacca militare e un cappello con la tesa piegata sulla nuca. È l’uomo che Giorgio ha incontrato sulla sierra e che è ricomparso tante volte, per scacciarlo o per salvarlo. Il bagliore delle scintille che scaturiscono dai cavi elettrici tranciati si riflette sulle pareti come un fuoco fatuo. Ora il cavallo è immobile come un monumento di bronzo: non sussulta, non nitrisce. L’uomo imbraccia il fucile e appoggia il calcio alla spalla. È Alberico. È lui che allinea l’occhio al mirino e preme il grilletto. Due detonazioni sovrastano lo scrosciare della pioggia e il fischiare del vento. Von Sinnen, che era schizzato in piedi addossandosi al pilastro, viene centrato da due proiettili in fronte e scivola a terra. La testa traccia una scia di sangue sul muro, si inclina sulla spalla destra e resta lì con gli occhi sbarrati. L’assassino rinfodera il fucile, volta il cavallo e se ne va.

                                                              ***

    Il terremoto ha rovesciato un traliccio dell’alta tensione, i cavi strappati si dimenano come code di serpenti e sprizzano faville sul tronco di un pino mezzo sradicato. Il legno prende fuoco. Il vento sparpaglia scintille tutto attorno. Le foglie cadute e i rami secchi fanno da esca. Le fiamme illuminano la terrazza. Dumm e Clay, allacciati, rannicchiati sotto un tavolo, vivono un contraddittorio momento di paura e di eccitazione. Zweifel respinge Armida che vorrebbe trattenerlo e si precipita verso il cadavere di von Sinnen. L’orologio a muro segna le 12.00 dell’11 Agosto 1999. Zweifel afferra la borsa di von Sinnen e ci fruga dentro con smania. Estrae il libro, ma è troppo agitato e se lo fa sfuggire di mano. Lo riprende, lo apre a rovescio e vede qualcosa che non aveva mai notato. Sull’ultima pagina c’è un’annotazione scritta con la penna d’oca: 

              Spesso dobbiamo tacere: mancano nomi sacri.

                                                              ***

    Giorgio fissa l’orologio e lo vede scattare sulle 11.59. Che succede? I meccanismi sono impazziti? No: è impazzito tutto quanto: il mondo, l’universo.

    L’incendio, il vento, la pioggia, cessano di colpo. La vetrata è di nuovo intatta, la vista sulla spiaggia nera è stupenda come prima del temporale: le palme dondolano al vento, le onde spumeggiano, le nubi si allontanano. Altri clienti sostano sulla veranda, serviti da camerieri in livrea. L’orologio scatta all’indietro sempre più veloce. Giorgio non distingue lo scorrere dei minuti, poi nemmeno quello delle ore. La data è retrocessa al 5 agosto e continua a regredire con una rapidità crescente. Luce e oscurità si alternano come giorni e notti in miniatura.

    Nella sala non c’è più nessuno. Clienti e camerieri sono spariti. Il banco del bar è deserto. Il tempo continua a retrocedere a precipizio. Sull’orologio non si distinguono più le ore e le date. I mesi durano un batter di ciglia. All’esterno, oltre la vetrata, la città cambia forma e dimensione, si riduce a vista d’occhio, la strada litoranea non è che un sentiero. Senza preavviso l’orologio si dissolve, rassegnato a non rincorrere più il tempo impazzito. Uno dopo l’altro, spariscono l’hotel Costantinopolis, il sentiero litoraneo, la città, le palme, le coltivazioni.

    Luce e buio si succedono così rapidamente che è impossibile distinguerli. Il giorno e la notte hanno una durata infinitesimale. Resta soltanto l’impressione di un ciclico prevalere di chiaro o scuro, e Giorgio intuisce che è tutto ciò che rimane dell’alternanza delle stagioni.

    In cielo appaiono aurore boreali, meteoriti, comete, costellazioni sconosciute. Maree e glaciazioni si succedono. Uomini, animali, alberi e licheni cessano di esistere. Le acque salgono e si ritirano, congelano, spariscono. Le rocce si compattano. I corpi celesti gemono roteando intorno al centro della galassia.

    E l’universo implode in un imbuto spazio-temporale, in una catastrofe che ingoia suono e luce. Tutta la smisurata estensione dell’universo si è concentrata in un punto che non ha dimensioni e non può essere localizzato perché non esiste un “dove” in cui collocarlo.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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Una risposta a Big Bang

  1. gigio ha detto:

    inquietante

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