Tanto tuonò…

   

    …che piovve. Finalmente, dopo mesi di attesa defatigante, con il povero Giarda che sventolava le orecchie in tutte le direzioni senza raccogliere altro che veti e pernacchie, e dopo aver resuscitato il quasi ottuagenario Bondi (perché, a quanto pare, sono rimasti soltanto gli ottantenni ad avere le palle), finalmente la famigerata spending review ha prodotto qualcosa.                                       

    Sì, ma che cosa? Ha prodotto un decreto, e bisognerà fare di tutto per evitare che il Parlamento lo stravolga. Che cosa c’è nel decreto? Un elenco di belle intenzioni che per diventare operative necessitano di un impegno costante e convinto proprio da parte di chi dovrebbe rimetterci (figuriamoci con quanto entusiasmo ci si dedicheranno!). C’è l’impegno a ridurre a metà le auto blu (dell’altra metà che ne faremo, le regaleremo al Terzo Mondo?). C’è l’impegno a ridurre a metà le province (si accettano scommesse: entro aprile dell’anno prossimo non ne sarà stata abolita neanche una; dopodiché sarà una grazia del cielo se il nuovo governo non ne creerà di nuove). Infine, udite udite, c’è l’impegno a ridurre del 10% i pubblici impiegati e del 20% i dirigenti. Interrogato in proposito, e richiesto di quantificare, un ministro (non ricordo più quale) non è stato capace di dire nemmeno se si tratterà di cento o trecentomila persone. Sarebbe stata una cattiveria chiedergli anche quanto tempo ci vorrà per rendere effettivi i tagli e quando si cominceranno a sentire gli effetti sul bilancio dello stato.

    Visto e considerato quanto sopra, la domanda sorge spontanea: come hanno fatto a stimare che lo stato risparmierà quattro miliardi e mezzo già nel 2012? Non lo so, e preferisco non pensarci. Non lo scopriremo neanche vivendo.                                               

    Lasciamo perdere. Leggo sul Corriere che Giavazzi da un paio di settimane ha consegnato il suo compito in classe. Ciò significa (o dovrebbe significare) che a breve (si fa per dire) arriverà un altro decreto per tagliare gli aiuti statali alle imprese. E così come oggi i sindacati sono ritti sulle zampe di dietro, prepariamoci agli ululati e ai pianti di Confindustria.

    Stronzate, sia gli scioperi che gli ululati. Fuffa. Cinema. Fumo negli occhi dei rispettivi iscritti. Le organizzazioni sindacali di operai e imprenditori fanno la faccia feroce per far credere di essere forti, ma in piazza e in tv parlano al vento. La forza delle cose è più forte di loro. E la regola, nel prendere le decisioni che contano, è sempre la stessa di cui parlava il Parini: i cupi sentier trova colà dove nel muto aere il destin dei popoli si cova.

    In parole povere: sono arrivate le vacche magre e lo sappiamo tutti, ma prima di tirare la cinghia ognuno vuole vederla tirare agli altri. Quindi, non in pubblico, in piazza o in tv, ma nei corridoi di palazzo Chigi, di Montecitorio e di palazzo Madama, tutti mettono sabbia negli ingranaggi. Nessuno si oppone, però tutti esigono “tempi tecnici” e “approfondimenti”. Risultato? L’esecuzione (o, come si dice oggi, l’implementazione) dei tagli verrà rinviata di giorno in giorno, nella speranza che, fra qualche mese, lo stellone li renda meno indispensabili. (Se invece le cose andranno sempre più in malora, potremo sempre ripetere la sceneggiata: tonitruanti dichiarazioni di guerra a parole e silenziose calate di braghe nei fatti).      

    Si dirà: il porfirogenito premier cos’altro poteva fare se non un decreto? Be’, l’ha fatto.

    È vero. Ma agli italiani non gliene frega niente di sapere se Monti è stato bravo o no. Gliene frega invece moltissimo di sapere se e quando usciremo da questa maledetta situazione.

    E su questo punto, ahimé, sono costretto a dire la mia.

    Non ne usciremo certo alla maniera brillante degli anni scorsi, quando lo stato si indebitava per finanziare tutto: cattedrali nel deserto, spese correnti, spese pazze. Non possiamo più farlo perché il nostro credito, che era crollato sottozero, è stato riportato da Monti a livelli che consentono sì e no di rinnovare i titoli in scadenza. Ma di fare altri debiti non se ne parla nemmeno. Semmai dovremmo cominciare a rimborsare, almeno un po’.

    E allora, che si fa?

    Non basterà stringere i cordoni della borsa. Perfino la Merkel sa che risparmiare non basta. Non basterà neanche aguzzare l’ingegno, fare prodotti nuovi, andare a venderli in capo al mondo. Dovremo accettare un lungo periodo di stagnazione e impoverimento. Il mondo uscì dalla crisi del ’29 solo con la guerra, che diede uno scossone alla domanda globale (salvo poi pagare i debiti con l’inflazione). Dove trovare un surplus di domanda globale aggiuntiva?

    Se non vogliamo sprofondare nelle sabbie mobili, bisognerà rivoluzionare l’intera struttura della società italiana. Per renderla più produttiva bisognerà pestare i calli a burocrati, magistrati, avvocati, industriali, sindacati e politici. Bisognerà reinventare l’amministrazione dello stato, della giustizia, delle tasse, della disciplina del lavoro. Bisognerà cambiare la mentalità con cui i cittadini guardano allo stato.

    Quale governo tecnico o politico sarà mai in grado di fare una cosa del genere? Chiunque ci si metta dovrebbe avere a disposizione anni, parecchi anni. Ma, ammesso e non concesso che ciò fosse possibile, in quegli anni la disoccupazione sarà altissima, i salari reali scenderanno, gli impieghi saranno sempre più precari e le pensioni sempre più a rischio. Nessun governo democratico può reggere un simile scenario per tutto il tempo necessario. E se non regge, sono cazzi. 

    Non resta che sperare nell’Europa, pur con tutti i suoi difetti. Impostare la costruzione di un mega-stato federale in un periodo di recessione sistemica può sembrare pazzesco. Eppure non c’è altra speranza perché la ristrutturazione è indispensabile e i costi sociali possono essere sopportati solo in vista di un grande obbiettivo. Altrimenti, l’aria che tira sa tanto di 1922.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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