Torri di Babele

    Tutti i critici concordano sul fatto che Tolstoi dipinse se stesso nel personaggio di Levin in Anna Karenina. Nel mio piccolissimo, sono convinto che ci sia un bel po’ di Tolstoi anche nel Pierre Bezuchov di Guerra e pace e nel principe Nehliudov di Risurrezione.

    Non ci sarebbe niente di strano: chi scrive un romanzo ha bisogno di modelli, e li cerca dove sa di poterli trovare. Tra gli amici, qualche volta tra i parenti, ma soprattutto in se stesso. Semmai il fatto curioso è che gli amici si riconoscono: sono rappresentati più o meno come sono o come appaiono, mentre i parenti sono nascosti, sfuggenti, e si rivelano solo a pochi critici e studiosi. Il “se stesso” è di solito abbastanza riconoscibile, ma ha due facce: i lettori che non lo conoscono personalmente simpatizzano con l’autore e con il personaggio in cui si riproduce: gli fanno credito di tutte le ragioni e di tanti buoni sentimenti; invece chi credeva di conoscerlo bene resta sorpreso: non aveva mai immaginato che fosse così pieno di scrupoli, problemi e sofisticherie morali; anzi, spesso e volentieri l’aveva giudicato un perdigiorno, lazzarone e mangiapane a ufo.

    Tolstoi era un ricchissimo proprietario terriero che in vita sua non ha mai avuto bisogno di lavorare; amava la caccia e le donne; nelle diverse epoche della sua vita ha frequentato con lo stesso gusto la città, la Corte e il suo feudo di Jasnaia Poljana (o come diavolo si scriva). Chi lo conosceva personalmente, ed erano in tanti, lo classificava come il prototipo del nobiluomo russo fin de siècle: non sarebbe arrivato a fare colpi di testa estremi (tipo suicidarsi per la Bella Otero), ma poteva benissimo sfogare la sua vena di follia facendo il sovversivo-moralista-razionalista: per esempio, contro lo zar in Chadzi Murat o contro il dogma dell’Eucaristia in Risurrezione.     

    Invece era semplicemente un uomo tormentato e lo dimostrò con la sua patetica fuga al momento di morire. A questo proposito se ne sono dette di tutti i colori: che non poteva più sopportare la moglie, che voleva attuare un progetto politico-sociale nei suoi possedimenti (e magari nell’intera Russia), che aveva una qualche forma di squilibrio mentale, eccetera eccetera. Probabilmente c’entrava un po’ di tutto questo. Ma c’era anche qualcosa di più concreto.

    Io sospetto che la vita di Tolstoi si sia sviluppata attraversando una fase di storditaggine, alla maniera di Pierre Bezuchov; una seconda fase di autoeducazione alla responsabilità, alla maniera di Levin; e un’ultima fase di scetticismo, alla maniera del principe Nehliudov. E il risultato fu che, quando si accorse che la vita stava finendo, Tolstoi si fermò a contemplare il suo passato e si domandò con un certo sgomento: “Mio Dio, cosa ho mai combinato nella mia vita?”. E scoprì che per una domanda come questa non c’è risposta.

    Credo che succeda a tutti. Passiamo la vita intera a cercar di capire cosa dovremmo fare, e nel frattempo facciamo ciò che ai nostri genitori, all’ambiente, alla società, sembra normale che si faccia. Quando arriviamo a voltarci indietro (perché avanti vediamo solo la morte), restiamo disorientati: l’esperienza ci ha insegnato a ridimensionare i tabù, le convenzioni, le leggi, i sacri doveri. Tutte balle! Ma a furia di ridimensionare non siamo più sicuri di niente, non abbiamo ancoraggi, non abbiamo più uno scopo. Che cosa abbiamo fatto in tanti anni? Abbiamo buttato via un sacco di tempo, e adesso che tutto sta per finire ci accorgiamo che di ciò che abbiamo fatto non rimarrà niente. Abbiamo sprecato occasioni, forze, possibilità; abbiamo buttato via l’unica vita che avevamo.

    È uno stato ansioso che fa perdere la capacità di giudizio. Pensate un po’: Tolstoi, l’autore di tanti capolavori, era convinto di non aver fatto abbastanza! Ma è mai esistito qualcuno che, poco prima di esalare l’ultimo respiro, si sia dichiarato soddisfatto della sua vita? Certo, non un artista. Non Michelangelo. Forse neanche san Francesco. Tolstoi scappò di casa con la frenesia di fare finalmente qualcosa di importante, di necessario, e con l’assillo di farlo in fretta perché sentiva la morte stringergli la gola.

    Non fece niente (che cosa avrebbe potuto fare?), se non una morte teatrale in una stazione ferroviaria dove per qualche giorno fiorì un turismo funerario di gente che andava a veder morire Tolstoi.

                                                         ***

    Ai tempi di Riforma e Controriforma si sviluppò un dibattito. Si discuteva se la giustificazione (e cioè, in parole povere, l’andare in paradiso) dipendesse dalla fede o dalle opere. Ci si chiedeva se lo scopo della vita fosse una purificazione tutta interna alla coscienza o se ci volesse anche un comportamento conseguente. Detto in altro modo: per scampare dall’inferno non c’è altra strada che raggiungere la Verità con la ragione o con la fede (ma soprattutto con la fede), oppure le “opere di bene” hanno tali e tanti meriti da ottenere il perdono anche per una fede vacillante?

    Come in tutti i dibattiti, si arrivò alla solita conclusione: ognuno rimase della sua idea e il problema rimase irrisolto.

    Sono convinto che, in ultima analisi, questo fosse il dilemma di Tolstoi: il suo modo di comporre fede e ragione non riusciva ad accettare i dogmi imposti dalla Chiesa (nel suo caso quella ortodossa), ma la perdita di un sistema di regole lo scombussolava. Aveva abbattuto ciò che non poteva credere, ma non era riuscito a creare qualcosa di altrettanto valido e non aveva niente con cui sostituire le certezze in cui era nato e cresciuto. In preda al disorientamento, le sue opere gli parvero poca cosa. Morì convinto di aver gettato via la vita perché gli pareva impossibile che per dire di aver vissuto bene bastasse aver scritto due o tre romanzi. Non li aveva scritti per fare arte, ma perché si sentiva una specie di Zarathustra e voleva dire all’umanità cosa era vero e cosa era falso. Ma le sue tesi eterodosse non gli avevano dato grandi soddisfazioni. Anzi: tante, troppe delle sue idee avevano finito per deluderlo. Morì con il rimorso di aver predicato (tramite Levin e Nehliudov) precetti in cui non credeva più.

    E questa è la condanna di ogni essere umano: passiamo la vita a progettare e costruire cose che dapprima ci sembrano eccezionali e alla fine ci appaiono inutili, prive di senso. Torri destinate a crollare.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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2 risposte a Torri di Babele

  1. gigio ha detto:

    su su alegher !!!!!

  2. riccardo ferrazzi ha detto:

    Menu mal che l’è minga el dì di mort!

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