Manolete

Merlin Cocai se ne va in ferie per una decina di giorni. Vi lascio in compagnia di Manolete (e non saprei cosa trovare di meglio).

 

    Da quando esiste la tauromachia (almeno per quanto se ne sa) esistono due stili di toreo: quello sivigliano e quello rondegno. Lo stile sivigliano, che ebbe forse il suo antesignano in Pepe-Hillo, non ha fra i suoi esponenti degli artisti così famosi come quelli che rappresentano lo stile rondegno. Senza voler essere irriguardoso verso chi si gioca la vita come ogni torero, lo stile sivigliano è frizzante come la commedia, mentre quello rondegno è austero come la tragedia: alla lunga, il dramma la vince sempre sull’esuberanza. Certo, l’accostamento è rozzo e ci sarebbero da fare un sacco di distinguo, ma è un fatto che i commediografi hanno maggiori speranze di avere successo e far soldi, mentre i drammaturghi hanno maggiori possibilità di entrare nella storia. Ad Atene nel quinto secolo avanti Cristo c’erano un sacco di commediografi popolarissimi. Eppure, a fronte di Eschilo, Sofocle ed Euripide, la storia della letteratura ricorda un solo commediografo: Aristofane.

    Nei sessantacinque anni trascorsi dalla morte di Manolete ci sono stati parecchi toreri di rito sivigliano (oggi il più bravo è David Fandila El Fandi), ma quelli che più sono rimasti nella memoria del pubblico sono i tragici rondegni. La grandezza di Manolete e il suo stile austero, essenziale, hanno imposto un sigillo indelebile alla tauromachia.

                                                           ***

    Sarebbe stato un bell’uomo se non avesse avuto quella faccia impossibile. Aveva un fisico alto, secco, elegante. Ma aveva il naso più sproporzionato che si possa immaginare e le orecchie a sventola. Quando vedo una sua foto mi pare sentire nella pelle le umiliazioni che quella faccia gli fece subire, fin da quando si rese conto che le ragazze non lo degnavano di uno sguardo, se non per ridere di lui. Posso immaginare la rabbia, il senso di impotenza e la scornata rassegnazione sotto gli scherni dei coetanei.

    Reagì come molti, maturando la voglia di sfidare il mondo intero ma, a differenza di tutti gli altri, mise in pratica il suo proposito. Ci riuscì esibendo un coraggio fuori dal comune (anche in un ambiente di professionisti del coraggio, come i matadores) e la disponibilità ad accettare tutto, ma proprio tutto. Cominciò come torero semidilettante in una specie di circo, fra pagliacci e numeri comici di varia natura. Con quella scombinata compagnia fece una tournée in Francia, raggranellò qualche soldo e proseguì la gavetta nelle novilladas in Andalusia.

    Era ancora agli inizi, ma fu la rivelazione di quegli anni. La sua fama corse col passaparola di pueblo in pueblo: Manolete faceva cose da pazzi, Manolete faceva passare i tori così vicino al corpo che le corna gli strappavano le gale del costume, Manolete veniva incornato un giorno sì e uno no, Manolete era quello che se i tori non caricavano, caricava lui. Nel giro di un paio di stagioni tutta la Spagna lo riconobbe come un fenomeno, di quelli che nascono una volta in un secolo.

    Prese come manager il più titolato (e con meno scrupoli). Si chiamava Camarà. Fu Camarà a spiegargli che cosa voleva il pubblico. E lui, che nella sua ingenua voglia di rivincita pensava soltanto a essere il migliore, accettò tutto: lo stile statuario, i tori piccoli, la cocaina per i giorni in cui non si sentiva in vena di strafare. Conquistò la Spagna e il Messico. Diventò milionario. Si lasciò irretire da una compagnia di viveurs e da una donna di discussi precedenti. Ma non tradì mai il suo pubblico. Morì per mantenere l’impossibile impegno di “essere sempre il migliore”. Gli spettatori pagavano il triplo se in programma c’era lui, e quando scendeva nell’arena lo salutavano mostrando i biglietti e gridando in coro: “Hemos pagado la entrada!”.  

    Morì perché in un giorno di poca vena si impegnò nella suerte suprema esponendo il corpo più del dovuto alle corna di un toro Miura di nome Islero. In quel pomeriggio di fine agosto del 1947 Manolete sapeva di non avere entusiasmato il pubblico con la cappa e la muleta, e voleva soddisfarlo almeno con la spada. Voleva uscire dall’arena senza che la gente sventolasse i biglietti per chiedere i soldi indietro. Morì per ciò che gli spagnoli chiamano vergüenza torera.

                                                             ***

    Manolo Martinez Chopera, un uomo che conobbe personalmente tutti i più grandi toreri del ventesimo secolo, non era affatto critico sul Cordobés. Può sembrare strano che chi aveva visto e conosciuto personalmente Joselito e Belmonte, Marcial Lalanda, Domingo Ortega, i fratelli Bienvenida, Dominguin, Ordoñez, e Dio sa quanti altri mostri sacri, trovasse tollerabile un guitto sguaiato e volgare come Manuel Benitez.    

    Mi capitò la fortuna di incontrare Chopera nell’estate del 1967 in un albergo di Vitoria, nei paesi baschi. Era il 5 agosto e ricorreva la festa patronale della Virgen Blanca: per tutta la settimana c’era in programma una corrida al giorno. Io arrivavo da Salamanca, avevo guidato per sei ore filate e sentivo il bisogno di un tonico. Al bar mi lasciai sprofondare in una poltrona e ordinai un cognac. Il cameriere che me lo portò mi chiese se ero in città per los toros. Dissi di sì e lui accennò al tizio seduto sulla poltrona accanto alla mia: un signore distinto, piccolo, anziano, ma con i capelli ancora quasi tutti neri.

    “El señor Chopera” disse il cameriere presentandoci,”el empresario”.     

    Non ho ancora finito di essergli grato. Quella conversazione mi aprì gli occhi sulla tauromachia dal punto di vista di chi la organizza in quanto spettacolo, e vuole guadagnarci sopra ma sa che non è tutto lì. Mettere in scena l’Amleto non è soltanto spettacolo. Stampare e pubblicare la Divina Commedia non è soltanto business. Secondo Chopera, El Cordobés aveva rinnovato lo stile sivigliano e la gente correva a riempire le plazas perché era stufa di sacerdoti che celebravano tragedie: voleva l’esibizione di un coraggio che non osservava regole.

    Mi chiese quali erano i miei toreri preferiti per quell’anno. Citai Paco Camino, El Viti e Diego Puerta. Lui scosse la testa: ottimi artisti i primi due, pieno di buona volontà il terzo, ma perché non riempivano le plazas? Per il prezzo del biglietto? Quando c’era in cartellone El Cordobés i biglietti costavano il doppio. Eppure Camino e El Viti avrebbero saputo esaltare le folle meglio di lui. Perché non lo facevano? Perché il purismo è una malattia che estremizza il senso delle cose, ne fa perdere di vista il significato e le manda in malora. 

    “Secondo lei” domandò, “i libri servono per dirci cose a cui non avevamo pensato o devono ripetere all’infinito ciò che ci piace tanto? Chi sa stare al mondo prende la realtà per quello che è e ci si adatta. I puristi rifiutano la realtà e si chiudono in un mondo che non esiste.”  

    Ma El Cordobés aveva reinterpretato lo stile sivigliano o l’aveva sputtanato?

    “Ah!” ridacchiò. “E se anche fosse? La tauromachia esiste da secoli e può permettersi anche un po’ di volgarità. Ciò che non può permettersi è morire di inedia, e Manuel Benitez ha riportato la gente nelle plazas.”

    “Già” replicai “ma la gente che va a vedere el Cordobés tornerà ad apprezzare i veri artisti? E soprattutto, ci sarà mai più un artista come Manolete?”

    Chopera mi lanciò un’occhiata in fondo alla quale mi parve di scorgere un’ombra di compatimento. Immagino che abbia pensato: se ti spiego come stanno le cose rischio di perdere un cliente. Ma decise di rischiare. Probabilmente pensò che fosse meglio un aficionado in meno che un purista in più.

    “Lei ha in mente il Manolete della leggenda, l’uomo che stendeva un fazzoletto sull’arena, ci posava sopra i piedi e faceva giostrare il toro senza spostarsi neanche di un centimetro. Il pubblico pagava prezzi esorbitanti per vederlo “fare la statua”. Ma quando Manolete cominciò la sua carriera, giù in Andalusia, la gente viaggiava a cavallo per trenta chilometri per andare a vederlo perché faceva cose da pazzi: toreava in ginocchio, inventava suertes e adornos alla maniera sivigliana.”

    Mi guardò ancora per un attimo, come se volesse controllare qualcosa, e l’occhio gli diventò vacuo: i suoi pensieri si erano fissati su un ricordo.

    “L’ultima volta che lo vidi fu nella primavera del ’47, nella finca di un amico allevatore. C’era anche Camará, e si parlava di contratti. Mentre noi discutevamo, in un corral un ragazzino si allenava a dare passi di cappa con una vacca selvaggia. Con la coda dell’occhio Manolete vide che la vacca aveva una bella carica, franca, diretta; prese una cappa, entrò nel corral e fece segno al ragazzo di levarsi dai piedi. Ci fece gustare un intero repertorio di stile sivigliano. Lui, che in pubblico esibiva soltanto classicismo e severità, si lanciò in una serie di passi spettacolari: cambios, gaoneras, navarras, tafalleras. Ci prendeva gusto. Ci si entusiasmava. Quando tornò da noi aveva gli occhi che luccicavano. “Me cago en diez!” brontolò. “Non si può toreare sempre come vuole il pubblico. La gente paga, e vabbe’; ma ogni tanto voglio divertirmi anch’io!”.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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