I racconti di Martina

Riecco a voi in prima assoluta Martina Cossia Castiglioni e i suoi racconti d’atmosfera. Oggi il primo. Altri due prossimamente su questo schermo!

La casa sul mare

 

La casa era a picco sul mare. Una casa abbandonata, forse abusiva, di pietra bianca con persiane di legno verde, scrostate dal sole e dagli anni. Probabilmente nessuno l’aveva mai abitata. La gente del luogo diceva che un tempo la si poteva raggiungere dalla spiaggia arrampicandosi lungo un sentiero nascosto dai cespugli. Ma ora la vegetazione si era fatta più fitta e nessuno, nemmeno i ragazzini, aveva voglia di avventurarsi fin lassù.

Si raccontavano tante storie sulla casa. Quella che Eugenia preferiva, e che da quando aveva memoria ascoltava con un misto di emozione e di paura, era la storia della bambina col costumino da bagno rosso. Si raccontava che la bimba fosse sfuggita al controllo della mamma e, chissà come, fosse riuscita ad arrivare fino alla casa. I genitori l’avevano cercata a lungo, finché non avevano visto qualcosa di rosso cadere giù dalla scogliera, fino al mare. La parte più angosciante della storia era quando un pescatore, che si trovava là, era andato con la sua barca a recuperare il piccolo corpo che galleggiava sull’acqua.

Adesso era estate, ed Eugenia e la sua sorellina Antonia erano tornate a casa dei nonni per le vacanze, come tutti gli anni. Quell’estate, però, era diversa dalle altre. La mamma e il papà erano stati costretti a rimanere in città perché la mamma si trovava all’ospedale. Durante l’inverno aveva perso tutti i capelli, ma almeno per un po’ era stata meglio. Riusciva persino a scherzare con le bambine sul foulard che doveva portare in testa, e avevano spesso giocato insieme ai pirati. A giugno aveva ricominciato a stare male, e i dottori le avevano raccomandato di farsi ricoverare.

Era stato lo zio Attilio, il fratello del papà, ad accompagnare le bambine dai nonni. Era lo zio che preferivano, ed era anche il più bello. Alto, con capelli ricci nerissimi, sapeva sempre come farle divertire. Erano abituate a vederlo ogni volta con una fidanzata diversa. A qualcuna di loro si erano anche affezionate, ma lo zio diceva che lui era uno spirito libero e che non si sarebbe mai sposato. Che cosa fosse uno spirito libero non era del tutto chiaro a Eugenia e Antonia, ma doveva essere qualcosa di interessante.  Avevano viaggiato in treno. Lo zio aveva preso dei biglietti di prima classe, e una signorina e un signore erano passati con un carrello chiedendo a tutti, anche a Eugenia e Antonia, cosa volevano bere e se preferivano mangiare qualcosa di salato o qualcosa di dolce. A Eugenia era toccato un pacchettino di cracker al rosmarino, ad Antonia tre biscotti al cioccolato. Avevano passato gran parte del viaggio con i nasi incollati al finestrino, il paesaggio che correva veloce davanti ai loro occhi.

I nonni le avevano accolte con più affetto del solito, o almeno così era parso a Eugenia. Anche le cose che la nonna aveva preparato da mangiare sembravano più buone. C’era persino la torta di pesche, uno dei dolci che le bambine preferivano, e il nonno aveva fatto bere loro un po’ di acqua e vino. Una cosa assolutamente vietata quando c’erano i genitori ma che secondo il nonno «faceva sangue». All’inizio sembrava strano a Eugenia essere lì senza mamma e papà, ma quando dopo cena lei e Antonia si erano messe a letto, Eugenia si era sentita bene tra le lenzuola fresche. Le era sempre piaciuto l’odore di quella stanza: sapeva di umidità e di cera per i mobili, misti al profumo del sapone da bucato che usava la nonna. Dal piano di sotto arrivava la voce del nonno, che come sempre parlava con la televisione. Gli piacevano gli sceneggiati, che lui chiamava ancora così perché la parola fiction non gli piaceva, né riusciva a pronunciarla, e parlava agli attori come se fossero davanti a lui, in carne e ossa. Ogni quarto d’ora Eugenia sentiva suonare la vecchia pendola del salotto, ma si era addormentata quasi subito.

La mattina seguente, alle nove e mezza, lo zio Attilio era già ripartito ed Eugenia e Antonia erano in spiaggia. La casa abbandonata era ancora lì, sullo sfondo blu di un cielo senza nuvole. C’erano anche i loro amichetti di sempre e visto che non avevano il permesso di entrare in acqua prima di due ore si erano messi a chiacchierare, seduti sulla sabbia calda. Dopo un’ora Eugenia si era allontanata per andare a sdraiarsi sotto l’ombrellone. Era stufa. Le capitava sempre più spesso ultimamente, anche in città. Di colpo la sorellina le sembrava troppo bambina, i loro giochi noiosi, e preferiva prendere un libro e leggere. Aveva tredici anni e Antonia soltanto dieci, e tante volte Eugenia sentiva il bisogno di stare un po’ da sola.

Anche adesso, in spiaggia, voleva essere lasciata tranquilla con i suoi pensieri. Ma il rumore delle onde che si frangevano sulla spiaggia con ritmo regolare, le grida di gioia dei bambini, erano come una ninna nanna, ed Eugenia si era presto addormentata.

L’aveva risvegliata il silenzio. Doveva essere tardo pomeriggio, il sole era basso all’orizzonte e la spiaggia deserta. Eugenia era in piedi, ora, sorpresa che tutti se ne fossero andati lasciandola sola. Stava guardando in direzione della casa abbandonata, dove un tempo c’era il sentiero che portava in alto. La vegetazione non sembrava più tanto fitta, e qualcuno camminava veloce tra i cespugli. Era un puntino rosso: la bambina dal costumino rosso. Eugenia voleva gridare qualcosa, ma non le usciva la voce. La macchiolina rossa era arrivata quasi alla casa. Eugenia non poteva muoversi, sentiva le gambe pesanti come sacchi di farina. La bambina non si vedeva più. Ma all’improvviso qualcosa era cambiato. Si era alzata un’aria fredda, Eugenia riusciva di nuovo muovere le gambe ma non si trovava più sulla spiaggia. Era in cima alla scogliera, e dietro di lei c’era la casa disabitata. Il vento faceva cigolare le vecchie persiane e le riempiva la bocca e il naso dell’odore del mare. Avrebbe voluto indietreggiare, ma non poteva fare altro che fissare l’acqua sotto di lei. Era di un blu intenso, quasi nero, e contrastava con il rosso del suo costume. Un passo avanti e ci sarebbe stato il vuoto. Adesso Eugenia stava precipitando dalla scogliera verso l’acqua scura, come al rallentatore. E di colpo era di nuovo in piedi, sulla spiaggia, e nello stesso tempo si guardava cadere.

«Eugenia… Eugenia!» C’era ancora il sole e la nonna era accanto a lei. Le aveva coperto la schiena con un pareo leggero e con una mano le stava toccando il braccio, delicatamente. Nell’altra aveva il cellulare.

«Ti ho svegliata, scusami. C’è la mamma al telefono, ti vuole salutare».

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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