La crisi del romanzo

    Se un romanzo è una storia inventata, non può fare a meno di essere fasulla. Anche se prende spunto da un fatto veramente successo, chi la scrive non può limitarsi a riferire gli avvenimenti: deve romanzare, appunto.

    Se poi uno pretende di campare con la scrittura, bisogna che scriva quel che piace al pubblico, e non importa se è vero o fasullo: in politica e in commercio, per essere applaudito devi dire quel che la gente vuole sentire.

    Il guaio è che, in genere, uno non si mette a scrivere per una scelta razionale o perché quello era il mestiere di suo padre. Lo fa perché ha una storia in testa e finché non l’ha messa per iscritto non può pensare ad altro. Solo quando arriva in fondo la rilegge e ci ragiona sopra, identifica gli snodi narrativi, si rende conto di aver applicato questo o quello schema, capisce che per costruire una storia in funzione di un’idea bisogna scegliere la trama adatta a ciò che si vuol dire.

    E, per poco che si soffermi sul problema, si rende conto che, oggi come oggi, le trame possibili sono soltanto due: il giallo e il viaggio iniziatico (o, se preferite, il “romanzo di formazione”, che è poi la stessa cosa). Volere o volare, oggi un romanzo consiste nella proposta di un mistero e nel tentativo di svelarlo, in modo logico con il giallo, in altro modo con il viaggio iniziatico.

    I romanzi storici e i romanzi d’amore, per esempio, sono viaggi iniziatici. L’unico tipo di narrazione che non rientra nell’alternativa giallo-viaggio è il romanzo ottocentesco, centrato sulle contraddizioni interne della famiglia e/o della società. È il genere che ha dominato la letteratura mondiale per qualche secolo e i critici, quando parlano di “morte del romanzo”, si riferiscono a quello. Perché, effettivamente, in poco più di un secolo, tutti i conflitti sociali e familiari sono stati studiati al microscopio della morale, del sentimento, della psicologia. Ormai è risaputo che il matrimonio non è rose e fiori, che la famiglia può diventare un nido di vipere, che la società è piena di disuguaglianze. Non c’è più niente da scoprire.   

    Dunque restano soltanto il giallo e il viaggio iniziatico. Ma per dire cosa? Che l’assassino è Tizio e l’ispettore Caio lo smaschera e lo manda a Sing Sing? Figuriamoci! Stiamo ancora aspettando di sapere chi ha ucciso Simonetta Cesaroni e che fine ha fatto Emanuela Orlandi, per non parlare di Ustica e degli altri misteri italiani. E siete sicuri che a sparare a Kennedy sia stato davvero Lee Harvey Oswald? Dunque, che senso ha scrivere storie nelle quali l’investigatore scopre la Verità ? Perché raccontare al pubblico delle fiabe atrocemente smentite dalla realtà?

    La risposta è: perché il pubblico le vuole. I lettori pagano per sentirsi dire che alla fine il Bene trionfa, i buoni e gli onesti avranno la loro ricompensa, e via discorrendo. Miele e zucchero filato.

    È vero. Libri così ne ho letti tanti anch’io, mi hanno fatto evadere, mi hanno tirato su il morale, mi hanno consolato. E ce n’è un’infinità, di tutti i tipi e di tutti i livelli: per militari e ragazzi, per laureati in enigmistica, per raffinati esteti, per amanti della violenza, dell’horror e dello schifo. Le edicole ne sono piene. Il bisogno di consolazione è ampiamente soddisfatto.

    Ma siamo sicuri che non esista una nicchia di lettori che gradirebbero sentirsi raccontare qualcosa di plausibile? Possibile che la verità sia una merce da lasciare ai poeti (quei tremendi piagnoni!), come se soltanto loro avessero il diritto di proporre una visione del mondo e della vita?

    Gli editori non hanno dubbi. Certo, sicuro, è proprio così: per vendere bisogna raccontare fiabe!

    Se non ci credete, provate a proporre a un editore un viaggio senza esito o un omicidio che non viene risolto: il manoscritto finirà direttamente nel cestino. Ammesso e non concesso che troviate un editore disposto a dirvi perché, vi sentirete spiegare che bisogna dire chi è l’assassino, bisogna che il viaggio abbia successo (o che finisca in una grandiosa tragedia), perché senza una conclusione con squilli di tromba e rulli di tamburi il lettore resta deluso.

    Se vi lascia parlare, e voi ne approfittate per obiettare che non si può sempre concludere con “…e vissero felici e contenti”, vi sentirete ribattere: “Ecco perché adesso va di moda il noir! Una vicenda si può raccontare anche dal lato del “cattivo”, da un punto di vista amorale, o persino immorale!”

    E anche questo è vero: narrare una storia dal punto di vista del cattivo anziché da quello dell’investigatore offre più possibilità. L’investigatore deve far trionfare la Giustizia. Invece il cattivo può 1) rivelarsi un buono sotto mentite spoglie, 2) essere sì cattivo, ma con un codice morale che lo riscatta, 3) essere sconfitto dalla polizia, o tradito da una ragazza di cui si fidava, o beffato da circostanze imprevedibili (cioè dalla Giustizia Divina), oppure 4) può vincere e farla franca.

    Ma che cosa cambia? Scegliete pure una qualunque di queste possibilità: finirete sempre per dimostrare che in ogni circostanza esiste un modo per cavarsela con successo o, almeno, per finire in bellezza. Insomma, per vincere.

    E questo è falso, falso, assolutamente falso.

    Perché nella vita reale chi persegue coerentemente un’idea finisce male nove volte su dieci. La vita (e tutti noi lo sappiamo bene, visto che è così anche la nostra), la vita è normalmente incomprensibile: gli amori non corrisposti restano non corrisposti; quelli corrisposti durano poco, naufragano nella routine e i tentativi di rimetterli in piedi procurano soltanto umiliazioni; le carriere non decollano o si infognano in qualche vicolo cieco; invidie, sgambetti e prepotenze restano senza rivincite; i traguardi, invece di star fermi, si spostano sempre più in là e non si raggiungono mai. 

    Ai (pochi) lettori stufi di farsi prendere in giro dalle fiabe dovremmo raccontare i guai e le stranezze della vita senza farle seguire da incredibili colpi di genio investigativi, o da pestilenze che arrivano al momento giusto per togliere di mezzo gli avversari, o da improbabilissimi conti di Montecristo che trovano tesori abbandonati e si dedicano a far vendetta. Sarà mai possibile?

    Personalmente, mi ostino a non capire perché non si possa pubblicare un romanzo che dica la verità, e cioè che la maggior parte dei delitti resta impunita, che la gente fa finta di credere alla Giustizia perché altrimenti tanto varrebbe spararsi un colpo in testa, che ognuno di noi subisce dei torti, li manda giù e prova a rifarsi cercando gratificazioni di altro genere. E non solo: un romanzo “vero” dovrebbe dire che anche noi infliggiamo dei torti a chi non ci ha fatto niente, per pura incosciente cattiveria; dovrebbe smascherare le bugie con cui ci giustifichiamo davanti a noi stessi; dovrebbe mettere a nudo la vergogna che proviamo quando ci accorgiamo di quanto sono false quelle bugie; dovrebbe rivelare con quanta viltà vorremmo evitare il rimorso e con quanta ipocrisia cerchiamo di espiarlo aiutando altri che magari non se lo meritano.

    Ma il problema è sempre quello: la maggior parte dei lettori non vuole guardarsi dentro, preferisce essere consolata, e i romanzi che dicono la verità non vendono. A chi ne ha già fin sopra ai capelli dei casini quotidiani come si può proporre un giallo in cui non si scopre il colpevole? E qual è l’editore disposto a rinunciare al grande pubblico per accontentarsi di una nicchia?

    L’unica speranza sono le alterne vicende del gusto e della moda. Dopo tutto, i libri di successo non sono quelli che si inseriscono in una tendenza consolidata ma quelli che ne creano una nuova. Chissà che prima o poi i critici non comincino a reclamare romanzi che dicano la verità.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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3 risposte a La crisi del romanzo

  1. m0ra ha detto:

    Lo sanno tutti che il lettore è un tipo infido, misantropo, dissoluto e amante del nascondimento, che vuole scacciare pensieri molesti. Perciò sta lì sui libri, tutto ricurvo, e al massimo dà una scrollatina di spalle se resta sorpreso da quel che legge. E lo sanno tutti che egli non ha nessuna intenzione attraverso i libri di smantellare le sue piccole sicurezze. Manganelli diceva che la letteratura mente, ma anche il lettore mente e cerca di rimandare al più tardi possibile il suo scontro con la realtà.
    Un buon libro dovrebbe sorprendere e quasi disattendere le aspettative, ma quanti sono disposti a correre questo rischio ed essere costretti a cambiare di un minimo la propria percezione delle cose? Se ci pensi bene quando ci si confronta su un libro, è facile fare una comparazione stilistica con altri testi, autori, ecc.. ma si comincia a balbettare quando si deve dire che cosa quel libro ha significato, quanta parte di noi stessi ha messo a nudo.

  2. riccardo ferrazzi ha detto:

    E’ vero ma, come dico nel post, non sono del tutto d’accordo. Gli editori devono pagare stipendi, affitti e bollette. Devono pensare al conto profitti e perdite. Ma gli scrittori sono lettori anche loro. Sta a loro snidare il lettore. Sta a loro non adagiarsi sul comodo schema della fiaba.

    • m0ra ha detto:

      Snidare il lettore è bellissimo! Un romanzo come risveglio. Bisognerebbe una presa di coscienza più allargata, anche l’editore dovrebbe convincersi, ma credo sia difficile rompere la catena.
      Per ora i lettori vogliono fare ‘oh!’, come … “Quando i bambini fanno oh! che meraviglia!”.

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