I racconti di Martina / 2

Ecco a voi, in prima mondiale, un altro racconto di Martina Cossia Castiglioni!

 

Oltre la ferrovia

 

Anche quella mattina l’avevano svegliata il caldo e il fischio del treno. Oltre il ponte, dietro le palazzine, c’era la ferrovia. D’inverno, con le finestre chiuse e la stanchezza dopo una giornata di scuola, e poi i compiti, Cecilia non li sentiva mai, i treni. Adesso però era estate e la notte, anche con la tapparella completamente abbassata e i vetri aperti, il caldo era soffocante ed era difficile dormire. Cecilia prendeva sonno molto tardi, quando finalmente il bar all’angolo chiudeva e la gente che aveva parlato a voce alta fino a quel momento se ne tornava a casa. E al mattino alle sette era già sveglia, con le lenzuola tutte attorcigliate intorno alle caviglie.

D’istinto stese il braccio fuori dal letto, cercando Laila. E come ogni mattina da sei mesi a questa parte si ricordò che Laila non c’era più.

Ora le cose andavano meglio, ma i primi tempi senza di lei in casa c’era un vuoto orribile. Qualche volta Cecilia aveva l’impressione di vederla ancora, sul balcone della cucina, dove restava a lungo a guardare i bambini che giocavano in cortile, col muso che sporgeva tra due colonnine. Se Cecilia si univa agli altri ragazzini, Laila la teneva d’occhio dall’alto, abbaiando quando le sembrava che i loro giochi diventassero troppo turbolenti.

In famiglia tutti ne avevano sentito la mancanza, all’inizio. Ma Laila era sempre stata il cane di Cecilia, da quando il papà l’aveva trovata ancora cucciola nel cantiere in cui lavorava, abbandonata da chissà chi, e l’aveva portata a casa.

Laila seguiva la bambina come un’ombra, e dormiva ai piedi del suo letto.

Adesso era luglio, e dopo quattro anni questa era la prima estate di Cecilia senza la sua cagnolina. Decise di alzarsi e scacciare il pensiero di Laila.

La mamma e la nonna erano già in piedi e la colazione era pronta sul tavolo della cucina. La mamma doveva uscire presto. Bevve in fretta il suo caffè, senza neppure sedersi, salutò la figlia e la nonna e uscì. Cecilia non aveva molta fame ed era anche di cattivo umore. Tutte le sue amiche erano partite per le vacanze, mentre lei doveva restare in città ancora tre settimane. Fino a pochi giorni prima passava le giornate con Catia e Aurora, che abitavano nel suo palazzo. Da quando erano partite anche loro, usciva da sola la mattina e girava un po’ per il quartiere. Tornava a casa dopo mezzogiorno e restava con la nonna. Non c’erano molte cose da fare: i compiti, la televisione, una partita a rubamazzetto. Da un po’ di tempo, però, la nonna si comportava in modo strano. Qualche volta, quando Cecilia rientrava per il pranzo dopo le sue scorribande mattutine, la trovava in cucina che fissava pensierosa i fornelli senza aver ancora preparato nulla da mangiare. Quando giocavano a carte ogni tanto scordava anche le regole più semplici. Oppure capitava che si sedesse in poltrona, con la sua borsetta, e cominciasse a tirare fuori tutto quello che conteneva: il portafogli, la carta d’identità, fazzolettini di carta, l’accendino e il pacchetto di sigarette, il rossetto. Altre volte diceva che le mancavano dei soldi dal portafoglio. La maggior parte del tempo, però, la nonna si comportava come aveva sempre fatto, e Cecilia dimenticava di parlare ai genitori delle giornate strane.

Quel giorno la ragazzina decise di andare in direzione della ferrovia. Uscendo sul retro della palazzina prese la stradina che portava al vecchio luna park. Nel quartiere chiamavano così un ampio spiazzo circondato da prati che in passato, intorno a Ferragosto, veniva occupato da persone dall’accento straniero e dalle loro bancarelle di dolci, caramelle, zucchero filato, giocattoli. C’erano anche una giostra e l’autoscontro. Per tre giorni il posto si riempiva di gente vestita a festa, di bambini e di musica. Il 15 di agosto si pranzava su lunghi tavoli di legno mangiando salsicce, carne e verdure grigliate nei piatti di carta.  

Negli ultimi anni lo spiazzo era rimasto desolatamente vuoto ma poco lontano c’era una collinetta verde dove ogni tanto i bambini del quartiere andavano ancora, perché da lì si potevano vedere i treni, anche se da lontano. L’estate precedente Cecilia c’era andata qualche volta con Laila.

Faceva caldo e la ragazzina ci mise un po’ ad arrivare in cima. Da dove si trovava guardando a destra poteva vedere il ponte e più in là i binari della ferrovia, mentre in basso c’era lo spiazzo. Cecilia era lì da una decina di minuti quando il silenzio venne spezzato dal rombo di una moto che si avvicinava. Dopo un po’ la vide, una grossa moto nera che si fermò proprio nel mezzo dello spiazzo. Il motociclista spense il motore, scese, si tolse il casco con movimenti lenti e fece qualche passo in direzione del prato. L’uomo era di spalle, Cecilia sentì distintamente il rumore di una cerniera, poi vide un lungo getto di pipì perdersi nell’erba.

La ragazzina avrebbe riconosciuto quel tizio e la sua moto anche a metri e metri di distanza. Era Marco, il figlio dei proprietari del bar. Era alto, biondo, e a detta di molti piuttosto carino. Piaceva tanto ad Aurora, anche se lei aveva solo tredici anni, come Cecilia, mentre Marco ne aveva ben diciannove. Cecilia, invece, quel ragazzo lo odiava. Era stato lui ad ammazzare Laila. Non l’aveva fatto apposta, non era cattivo. Però era uno stupido, uno sbruffone, sempre in giro per il quartiere con quella moto lanciata a tutta velocità per fare colpo sulle ragazze. Avrebbe potuto mettere sotto un bambino e invece un giorno aveva preso in pieno Laila, facendola volare dall’altra parte della strada. Cecilia ricordò di come il papà avesse sollevato delicatamente il cane per adagiarlo in macchina, sul sedile posteriore. La mamma teneva stretta Cecilia, che singhiozzava forte. Il papà non fece neanche in tempo ad arrivare dal veterinario che Laila era morta.

Tutto il dolore provato allora tornò a stringere lo stomaco di Cecilia insieme a una rabbia che non aveva mai provato prima. Raccolse una pietra da terra: era bella grossa e appuntita. Senza pensare la lanciò contro Marco. Non credeva neanche che l’avrebbe preso e invece lo colpì, alla nuca. Cecilia lo vide sussultare, spostare il corpo in avanti e portare una mano alla testa, poi non seppe più nulla perché cominciò a correre, a correre a perdifiato giù per la collina, più veloce che poteva, oltre lo spiazzo, sulla stradina, fino ad arrivare a casa.

La nonna la vide entrare come una furia, col fiatone.

«Cosa è successo? Cecilia? Cosa è successo?» le chiese preoccupata.

«Niente nonna, non è successo niente»

Cecilia passò il resto della giornata rannicchiata sulla poltrona, pensando alle conseguenze di ciò che aveva fatto. Doveva averlo ucciso, sì, di sicuro. E non era neppure certa che la cosa le dispiacesse. Ma non voleva finire in riformatorio, né mettere i suoi genitori nei guai.

La mamma tornò alle sette. Le chiese che cosa avesse, ma Cecilia fece finta di niente. Alle otto arrivò anche il papà e poco dopo si misero a tavola. Cecilia non diceva una parola.

«Sapete cosa è successo?» disse a un certo punto il papà «Marco, quello del bar, quel deficiente che aveva messo sotto Laila…»

Cecilia cominciò a tremare.

«Qualcuno l’ha colpito con un sasso. Gli hanno dovuto mettere quattro punti in testa. E volete saperlo? Non mi dispiace per niente!»

La moglie lo rimproverò. Cecilia non disse nulla ma ricominciò lentamente a respirare. Quella notte non si accorse del caldo, non sentì il rumore del treno né le voci dei clienti del bar. Dormì profondamente tutta la notte, fino alle nove del mattino dopo e non aveva mai dormito così bene in vita sua.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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