La curva del tempo

     Ci avete fatto caso che a sedici anni il tempo non passa mai? No? Bene, se per caso foste così giovani da non saperlo, fidatevi di quel che vi dico: verso i cinquant’anni il tempo comincia ad accelerare, a sessanta corre, a ottanta (per chi ci arriva) fila come un jet.

    Si dirà: vabbe’, questo è il discorso dello zucchero che si scioglie nell’acqua più o meno in fretta, dipende da quanto è forte il tuo desiderio di bere acqua zuccherata. Un discorso da filosofo francese (o da fantino azteco, che è praticamente la stessa cosa).

    Ma avete mai pensato che il fenomeno potrebbe avere una base scientifica?

    Dopo tutto, la misura “oggettiva” del tempo consiste semplicemente nel prendere la rotazione della Terra sul suo asse e la sua rivoluzione intorno al Sole come parametro di ciò che vediamo succedere. Ma chi ci dice che questa sia una misura oggettiva? Non è scritto da nessuna parte che i movimenti della Terra siano la misura dell’universo. Anzi.

    Dunque, tanto per partire da un dato di esperienza, supponiamo che il tempo non si sviluppi in modo lineare, ma abbia un andamento più o meno simile a quello della forza di gravità. O meglio: supponiamo che il suo sviluppo segua una curva logaritmica, che ha incrementi quasi impercettibili per un lungo tratto e poi si impenna sempre più, fino a salire praticamente in verticale. E supponiamo che questo valga per tutti allo stesso modo, ma su scale differenti per ogni oggetto, per ogni “individuo”. La vita di un insetto è più breve di quella di un cavallo, la vita di un essere umano è più breve di quella di un sistema planetario, ma in tutte queste vite la velocità con cui il tempo passa è inizialmente lenta e accelera sempre più quando si avvicina al collasso finale.

    Se questo valesse tanto per l’uomo quanto per le stelle (che hanno anch’esse una vita e una morte), il fatto che i tempi di rotazione e rivoluzione della Terra ci sembrino costanti potrebbe essere semplicemente un effetto della relativa “giovinezza” del sistema solare. In un sistema solare più “vecchio” anche le velocità di rotazione e rivoluzione dei pianeti accelerano fino all’implosione.

     E allora supponiamo che ogni “individuo” (vegetale, animale, stella, galassia) abbia una curva del tempo sua propria, e che queste curve siano identiche nella struttura, anche se diverse nella scala. Non possiamo sapere quale sia la percezione del tempo da parte di una stella o di una zanzara, ma sappiamo che tutto, dalla zanzara alla galassia, ha un’origine, una durata e un collasso.

    Seguendo questa linea di pensiero, potremmo supporre che il tempo non abbia un significato in sé e per sé (come sospettavano Kant e, prima di lui, sant’Agostino) e nemmeno consista nel rapporto fra un “individuo” e un altro, ma abbia un significato interno a ciascun “individuo”. Insomma: l’elemento costitutivo del tempo non sarebbe tanto la durata quanto la struttura. Guardando le cose da questo punto di vista, misurare la durata di una vita sul metro della Terra o del Sole è come mischiare pere e mele. 

    Eppure di tutti gli “individui” si studiano origini e durata misurandole in anni, giorni o frazioni. Sembra l’unico modo logico. Ma forse inconsciamente abbiamo introdotto un elemento di distorsione. Misurare una vita in “numero di rivoluzioni compiute dalla Terra intorno al Sole” ha senso solo per via del fatto che abitiamo nel sistema solare. Eppure il sistema solare (e quindi anche noi) si trova all’interno di una galassia che si chiama Via Lattea e che ruota su se stessa. Potremmo misurare le nostre vite in “frazioni della rivoluzione della galassia intorno al suo centro”. Ma forse avrebbe più senso non commisurare affatto le nostre vite al moto di un pianeta. Ogni individuo vive una vita, la cui durata è pari a uno e la cui struttura ha un andamento caratteristico. Un filosofo (anche non francese) ragionerebbe così.

    E se questa ipotesi avesse una qualche validità, se cioè la velocità con cui il tempo passa non fosse costante ma accelerasse secondo una logica esponenziale, che significato avrebbe la morte? Probabilmente sarebbe qualcosa di simile al bang sonico. Quando un aereo supera la velocità del suono, il rumore che produce si somma a quello prodotto negli istanti precedenti. Se il tempo alla fine di una vita continua a incrementare la sua velocità, potrebbe arrivare a raggiungere e superare i fatidici 300.000 Km al secondo. E se così fosse, la morte non sarebbe altro che il superamento della velocità della luce: in quell’istante gli eventi che l’individuo produce si sovrapporrebbero a quelli che lui stesso ha prodotto negli istanti precedenti. Un bang fotonico.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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6 risposte a La curva del tempo

  1. m0ra ha detto:

    E’ impressionante. La morte come esplosione del tempo che somma gli istanti precedentemente vissuti. Considerando la struttura e non la durata, si potrebbe anche giustificare la simultaneità con cui, specie da adulti, si vivono alcune esperienza, quasi scindendosi, o comunque ripercorrendo la memoria? Percorrere la memoria non avrebbe neppure senso, diciamo che sopraggiungerebbero e si intersecherebbero molti piani dovuti a un cambiamento strutturale.

  2. riccardo ferrazzi ha detto:

    Non ero arrivato a spingere il discorso fin qui, ma la tua ipotesi mi sembra corretta (anche se richiede l’aggiunta di qualche altra ipotesi): l’accelerazione insita nella struttura del tempo, unita a una qualche ipotesi di “rifrazione”, potrebbe spiegare, per esempio, certi fenomeni di dejà vu.

    • m0ra ha detto:

      Non mi riferivo esattamente al dejà vu, che mi sembra un fenomeno più giovanile che dell’età matura. Intendevo la maggiore facilità con cui si percorre a ritroso la memoria, si va avanti e indietro, e anche come si riesca a vivere il presente su piani diversi, in modo simultaneo: come in certi sdoppiamenti esistenziali, sentimentali e non, in cui si sovrappongono diverse dimensioni di essere, perfino di percepire. Mi sembra che questo modalità caotica sia più facilmente attuabile per un adulto che per un giovane il quale tende a proiettarsi in avanti sulla linea del tempo, verso un futuro astratto che gli sembra lento, lontano, come un’aspettativa.

  3. riccardo ferrazzi ha detto:

    Un giovane ha, probabilmente, meno cose da ricordare (o meno cose tra cui scegliere di ricordare: mi ha sempre incuriosito il fatto di ricordare cose insignificanti, fatti e situazioni che non portavano da nessuna parte: che vorrà dire?). Certo, anche il fatto di proiettarsi nel futuro oppure ritrarsi davanti alla prospettiva della morte ha il suo peso. Ma non sono sicuro che l’aspetto psicologico basti a spiegare in tutto e per tutto il fenomeno del tempo che accelera.

  4. gigio ha detto:

    morire durante un sorpasso.
    si dirà :è sorpassato a miglior vita….
    ma è sempre pensare alla morte che ti fa venire il fotone
    ciao
    gigio

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