I racconti di Martina / 3

Ed ecco a voi, sempre in prima assoluta, il terzo racconto di Martina Cossia Castiglioni, soffuso di un’aria vagamente inquietante, alla Henry James.

 

Le storie di Clelia

 

Qualche volta i miei morti mi vengono incontro. Li vedo passare sul lato opposto della strada, fermarsi un attimo e poi sparire dietro l’angolo. L’altro giorno la prozia Fausta, col suo naso aquilino e il profilo severo; più spesso mio padre, che cammina con le mani dietro alla schiena; qualche volta Isabella, la mia amica del cuore nell’infanzia e nell’adolescenza, morta a ventun’anni in un incidente.

Mio nipote Orlando, che ha solo dodici anni ma è già un ragazzino posato e razionale, dice che non sono veramente loro, ma soltanto persone che gli somigliano. Forse ha ragione lui, però l’ultima volta che una brezza leggera ha sfiorato il mio viso, anche Orlando ha sentito lo stesso tocco delicato su una guancia. Gli ho spiegato che è mia madre a manifestarsi in questo modo. Come nella vita ha preferito sempre non farsi notare, anche nella morte non ama mettersi in mostra.

Mio nipote ed io passiamo molto pomeriggi insieme, soprattutto adesso, che sua madre è costretta a letto da una gravidanza inattesa. Così lo accompagno io a lezione di scherma il martedì, e al coro il sabato, oppure andiamo a mangiare un gelato.

La prima volta che ero andata a riprenderlo a scherma il suo insegnante si era presentato stringendomi la mano e con cordialità mi aveva chiesto:

«Lei è la nonna di Orlando, vero?»

«Non è mia nonna, è mia zia!» era intervenuto mio nipote, piccato.

Accade di rado che gli sconosciuti mi pongano la stessa domanda ma so che molti, vedendoci insieme, sono convinti che io sia la nonna di Orlando. E poiché è da tempo che il bambino mi chiede di mettere su carta la mia storia e quella della nostra famiglia, ho deciso di cominciare ora.

Mi chiamo Clelia e ho sessantasei anni. Ho scritto undici romanzi d’amore con uno pseudonimo che non desidero rivelare, e abito in una villetta con giardino in compagnia di Felice, il mio gatto nero. Sono una zia in ritardo perché sono stata una sorella tardiva. Quando è nato mio fratello, infatti, avevo già diciannove anni. Amedeo è figlio di Greta, la seconda moglie di mio padre, più giovane di lui di ventidue anni. Ricordo bene quando Amedeo è venuto al mondo. Era una notte d’inverno, mio padre e la moglie erano in ospedale, e io ero sola in casa. Faceva freddo e non riuscivo a dormire. Stavo nel letto, le lenzuola tirate su fino al naso, quando avevo sentito per la prima volta quel vento leggero e caldo accarezzarmi il viso. Erano le due e mezza. In seguito papà mi disse che Amedeo era nato proprio a quell’ora. Capii in quell’istante che era stata mia madre a passarmi accanto, per dirmi di amare mio fratello e di perdonarla per essere morta giovane, senza preavviso.

E io volevo bene ad Amedeo. La sua nascita era stata il primo raggio di sole da quando la mamma non c’era più. Poi incontrai Marius.

 

Dopo le superiori avevo frequentato un corso di dattilografia e stenografia e trovato lavoro come segretaria nello studio di un avvocato. Marius era il nipote. Si stava laureando in legge, veniva dallo zio di tanto in tanto per fare un po’ di pratica e le mie due colleghe se n’erano invaghite. Era alto, con una voce profonda, e vestiva con sobria eleganza. Ci raccontava di tediose giornate all’università, di serate a teatro e di pomeriggi passati all’ippodromo, la domenica. All’inizio lo trovavo superficiale e anche un po’ presuntuoso. Scelse me, credo, proprio perché lo ignoravo. Ma sapeva essere galante e io all’epoca ero giovane e molto romantica. Si presentava in studio con dei fiori, andavamo al cinema, mi portava fuori a cena e facevamo lunghe passeggiate a piedi, io stretta al suo braccio, lui che fumava la pipa. Non parlava solo di cavalli e di esami. Leggeva molto, come me, e adorava la musica lirica. A papà e a Greta Marius piaceva, soprattutto a lei, che dava tanta importanza ai titoli: dottori, avvocati, professori (come mio padre, che insegnava greco e latino in un liceo) appartenevano per lei a una categoria superiore. L’unica a non nascondere la propria antipatia per Marius era Isabella. Le poche volte che si incontravano lei finiva col dire sempre qualcosa di sgradevole. Lui era gelido, eppure cortese, e questo rendeva l’atmosfera ancor più tesa. Quando mi decisi a parlarne a Isabella lei mi disse che di uomini come Marius ne aveva incontrati tanti: dei buoni a nulla che spendevano i soldi dei padri nel gioco d’azzardo o scommettendo sui cavalli, e si ritrovavano poi con un impiego già pronto, senza aver mai faticato un giorno in vita loro. E che io meritavo di meglio.

Non provai neppure a ribattere e nei mesi seguenti non parlammo più di Marius e di me. L’avremmo fatto, forse, se solo avessimo saputo che di lì a poco non ne avremmo più avuto il tempo.

La sera dell’incidente guidava Marius. Isabella era seduta accanto a lui. Le avevo lasciato il mio posto perché sapevo che soffriva la macchina. Un ubriaco ci prese in pieno. Non tentò neppure di frenare.

 

Al funerale di Isabella c’erano poche persone. La coppia di zii che l’aveva adottata da piccina, mio padre e Greta, alcuni amici ed io. Quando era viva, gli zii non si erano mai mostrati affettuosi verso Isabella. L’avevano presa con loro per dovere e allevata con severità. Eppure durante la cerimonia in chiesa parevano invecchiati di vent’anni, curvi sotto il peso di quella pena.

Il primo mese che seguì l’incidente mi salvarono dalla disperazione le visite a Marius, in ospedale. Aveva riportato diverse fratture, era stato sottoposto a un intervento e io gli ero sempre stata vicina. Ormai lavoravo solo part time e dedicavo il resto della giornata a lui. Marius non sembrava essermene molto grato, ma attribuivo i suoi silenzi e il suo nervosismo alle sofferenze della lunga degenza e al trauma che avevamo vissuto.

Mi raccontò la verità il giorno in cui lo dimisero dall’ospedale. Nelle ultime cinque settimane prima dell’incidente lui e Isabella avevano avuto una relazione. Si erano incontrati per caso una sera, a teatro. Marius era con un compagno di università che aveva fretta di tornare a casa, Isabella con un tizio che da qualche tempo le stava facendo una corte insistente. Ma era così noioso che con una scusa Isabella si era accodata a Marius. Avevano parlato molto, quella sera, finalmente senza ostilità. La loro storia era cominciata allora. Il giorno dell’incidente avevano deciso di rompere, mi disse Marius, perché si sentivano in colpa nei miei confronti, soprattutto Isabella, che non riusciva a darsi pace.

Mentre il mio fidanzato mi raccontava di come lui e la mia migliore amica mi avessero tradita per settimane, mi domandavo come avevo potuto non accorgermi della nuova tensione che si era creata tra loro. Rammentavo solo ora che Isabella aveva smesso di punzecchiarlo, e che quando si incontravano in mia presenza evitavano di guardarsi negli occhi.  

A differenza di me, Isabella aveva avuto più di un ragazzo, e non perché fosse leggera, come diceva a volte Greta con una punta di malignità: era molto carina, lo sapeva e le piaceva farsi corteggiare, ma era come se fosse sempre alla ricerca ansiosa di qualcosa. Forse di una persona che le desse affetto e una famiglia vera. Ero rimasta sola. Non avrei più potuto chiederle spiegazioni, arrabbiarmi con lei, perdonarla. E mi era impossibile ormai restare con Marius.

Decisi di non vederlo mai più. Non ne ho saputo più nulla fino a due anni fa.

Camminavo in una via del centro. D’un tratto sentii l’odore del tabacco della sua pipa. Mi voltai, cercando con gli occhi qualcuno che stesse fumando tra la folla che riempiva i marciapiedi del centro, il sabato pomeriggio. Non vidi nessuno. Proseguii per alcuni metri col profumo dolce del tabacco nelle narici, sempre guardandomi intorno, sperando quasi di riconoscere Marius nei tratti di un volto ormai invecchiato.

Soltanto arrivata a casa l’odore smise di perseguitarmi. Presi un quotidiano e ne sfogliai le pagine, cercando quella dei necrologi. Trovai subito il suo nome. L’avvocato Marius Costantino Guerrieri era stato strappato prematuramente alla sua famiglia all’età di sessantacinque anni. Ne annunciavano la scomparsa la moglie Gigliola, le figlie Caterina e Viola e il figlio Giacomo.  

Ancora oggi, quando scrivo, è sempre a lui che somigliano i protagonisti maschili dei miei romanzi d’amore.

 

Orlando è un appassionato della Seconda Guerra Mondiale. Ha mille libri sull’argomento, guarda documentari su History Channel con suo padre e sottopone a un serrato interrogatorio chiunque abbia ricordi diretti dell’epoca. Io sono nata nel 1946 e non gli sono di molto aiuto. Uno dei più grandi rimpianti di Orlando è di non aver potuto conoscere suo nonno, mio padre. Era un uomo colto, che sapeva raccontare storie. Sarebbe stata la persona ideale per soddisfare la sua curiosità.

Anch’io amavo mio padre. Era un uomo intelligente e buono. Lo ricordo alla scrivania, mentre correggeva i compiti dei suoi allievi, o con Amedeo bambino in braccio. Ma, anche se era in buona fede, quando fu il momento non fece nulla per impedire che mi facessero del male.

 

Con la confessione di Marius tutto il dolore per la morte di Isabella mi precipitò addosso, come le macerie di un edificio crollato dopo un terremoto. Smisi quasi di mangiare, di dormire. Lasciai anche il lavoro. Passavo lunghe ore nella mia stanza, guardando nel vuoto. Un giorno misi insieme tutte le foto di Isabella che riuscii a trovare e ne tappezzai il pavimento, in un bizzarro tappeto in bianco e nero.

Mio padre era molto preoccupato. Né lui né il nostro medico di famiglia, il vecchio e caro dottor Giorgi, riuscivano a riscuotermi da quel torpore. A volte sentivo la porta chiusa della mia stanza vibrare, come se qualcuno cercasse timidamente di bussare. Era mia madre, lo sapevo, ma il mio dolore era così forte che le impediva di entrare.

La notte sentivo mio padre e Greta discutere. Non distinguevo con esattezza le loro parole, ma il tono di lei era concitato, indispettito. Sospettavo che avesse letto il mio diario. Era un’abitudine che avevo preso da ragazzina, quella di mettere i miei pensieri su carta, i primi abbozzi della mia vocazione di scrittrice. Dall’incidente non avevo più scritto, ma negli anni passati nei miei quaderni avevo accennato spesso alla mamma e a come si manifestava a me da quando era morta.

Forse Greta pensava che fossi pazza, o forse aveva solo paura che potessi fare del male ad Amedeo. Disse a mio padre che c’era un posto nel quale ricoveravano le persone con i miei problemi, e poco a poco lo convinse che mandarmi lì sarebbe stata la cosa migliore.

 

La facciata dell’edificio che ospitava i malati come me aveva una scalinata che conduceva a un’ampia entrata, incorniciata da due colonne. Venimmo accolti, papà, Greta ed io, da un medico dall’aria rispettabile che ci portò nel suo ufficio. Mio padre firmò alcune carte, con la mano che tremava leggermente. Mi abbracciò forte prima di lasciarmi a un’infermiera. Non mi voltai a salutare.     

Non posso descrivere ciò che vidi in quell’ospedale. Ancora oggi mi mancano le parole e non voglio ricordare. Gente disperata, donne che vagavano per i corridoi parlando da sole, altre rannicchiate in un angolo, scalze sul pavimento freddo. Le più aggressive venivano legate ai letti e imbottite di pastiglie. Le infermiere e i medici erano insensibili alla loro miseria.

Un giorno fui aggredita da una paziente che voleva strapparmi il quaderno sul quale ormai non scrivevo più, ma che tenevo stretto al petto come fa una bimba con la bambola preferita. La donna mi prese a pugni e io mi difesi.

Mi legarono al letto per un giorno intero. Poi cominciarono a dare anche a me delle pillole per un periodo che mi sembrò durare settimane – e forse fu così – e del quale ho ricordi frammentari.

Mia madre lì non venne mai. Nessun tocco tiepido e lieve in quel luogo, soltanto gelo e indifferenza. Era Isabella ad apparirmi di frequente. La prima volta stava passando nel corridoio. Aveva un camice bianco, come le infermiere, ma era lei, la figura slanciata, i capelli biondi che le arrivavano alle spalle. Una volta entrò nella mia stanza ma non si avvicinò al letto. Mi guardò per un lungo istante, ferma sulla soglia, e il suo sguardo era così triste che dovetti chiudere io gli occhi. Una notte, invece, me la ritrovai di colpo accanto.

«Tornerai presto a casa – mi disse toccandomi appena il braccio. Mi sorrise, e anche il suo sorriso era triste come i suoi occhi.

 

Fu la zia Cristina, la sorella minore di mia madre, a riportarmi a casa.

Quando aveva compiuto diciotto anni i genitori l’avevano mandata in Argentina presso alcuni lontani parenti. Cristina si era costruita una vita là, si era sposata con un piccolo proprietario terriero e non aveva avuto figli. Era tornata in Italia una sola volta, per il funerale di mia madre. Più o meno all’epoca del mio ricovero era rimasta vedova, aveva deciso di vendere le terre lasciatele dal marito e di tornare in patria.

Quando scoprì dove mi trovavo andò su tutte le furie. Rimproverò aspramente mio padre e fu un miracolo, mi dissero poi, se non mise le mani al collo di Greta. Venne subito a riprendermi. Disse a papà che per un po’ sarei rimasta con lei. Un suo buon amico era uno psicologo molto bravo e mi avrebbe aiutata.

Il periodo passato in casa della zia fu uno dei più sereni della mia vita. L’appartamento che si era comprata era molto grande, e c’era una stanza tutta per me che dava su un giardinetto interno. Mi svegliavo la mattina al cinguettio degli uccelli e una cameriera gentile mi portava la colazione a letto. Ricominciai a mangiare. La zia era dolcissima: in fondo era un po’ come avere di nuovo la mamma con me. Papà veniva a trovarmi tutti i giorni. I primi tempi restavamo in silenzio, mentre lui mi teneva la mano e io guardavo il suo viso segnato dalla preoccupazione. Poi ricominciammo a parlare e le cose andarono meglio. Un pomeriggio si presentò anche Greta con Amedeo. Mi chiese di perdonarla e io lo feci, per il bene di tutti. Poco a poco l’affetto dei miei familiari e le sedute con lo psicologo mi giovarono, e tornai a essere più o meno quella di un tempo.

Cominciai a scrivere il mio primo romanzo. Poi il secondo, poi il terzo, poi vennero gli altri, e con loro, negli anni, un discreto successo.

Ecco, in breve, un pezzo della mia storia. Un giorno la leggerò a Orlando e in futuro anche alla sua sorellina, mia nipote, che a momenti – mi hanno appena chiamata dall’ospedale per dirmelo  – dovrebbe nascere.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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