Ripensare la vita

Stavolta posto un brano di romanzo. Il protagonista, Giorgio, si ritrova inspiegabilmente a Madrid e ripercorre pagine della sua vita.

 

    Le grandi vasche si susseguono, incassate una nell’altra con una pendenza impercettibile. Il letto piatto e le sponde verticali sono piastrellati con pietra chiara e hanno un’aria di igiene imposta per legge, come i muri di un bordello, di un cesso o di un mattatoio. Lungo le sponde, a intervalli regolari, blocchi di metallo verde scuro emergono dai parapetti: sono basamenti metallici per steli di fanali ancora da posare, ma sembrano bitte d’ormeggio, come se le enormi vasche sottostanti fossero pensate per un traffico di chiatte. Solo che le vasche sono in secca: sul fondo non c’è nemmeno un rigagnolo. Questo è il Manzanares.

    Nell’auto ferma al semaforo un uomo si guarda attorno con l’espressione preoccupata di chi avverte un presagio. Senza uno straccio di motivo gli è tornata in mente una scena che ha visto al circo quando era bambino: un clown cercava di attirarne un altro a cadere in una trappola; l’altro se ne accorgeva e indietreggiava spaventato, ma subito dopo si distraeva e cascava nel tranello fra le risate del pubblico. Lui non aveva riso. La scenetta gli era sembrata malvagia, inutilmente malvagia.

    Chissà perché, di tutti i ricordi di una vita, gli è venuto in mente proprio quello. Chissà come funzionano le analogie, da dove nascono, che cosa le innesca. Forse sono presagi. Sensazioni che hanno l’odore e il sapore di una corrida in un giorno di vento, quando la paura sale su per gli spalti come un’onda di burrasca e mozza il respiro, mentre giù nell’arena le corna penetrano nella carne e il sangue fiotta tra i muscoli divelti e i tendini strappati. Tutto si ferma con un grido, poi riparte e procede a scatti: il clown vestito di lustrini ha le cosce inzuppate di rosso, gli altri pagliacci lo portano via correndo e quindicimila spettatori sono diventati statue silenziose. Il gentiluomo in prima fila con un garofano all’occhiello e un sigaro avana fra le dita ha le guance levigate come il cuoio di una sella usata; la signora elegante che gli sta a fianco ha sulle labbra una smorfia di incoerente fierezza. E tutti tacciono, perché davanti alla morte l’unica reazione civile è il silenzio.

    La morte fa paura, è vero. Un presagio di morte incute rispetto. Però la maggior parte dei presagi resta senza seguito. L’uomo al volante lo sa, anche se non può fare a meno di essere turbato. Il semaforo è ancora rosso. Lui solleva lo sguardo dal Manzanares alla sponda opposta, dove Madrid diventa squallida come un solaio pieno di carabattole: le case malandate sembrano dipinte su un sipario scostato al centro e nell’apertura si insinua una strada curva, sporca, in salita. Il cielo ha il colore del piombo e della polvere. Pioverà.

    Il semaforo diventa verde. L’auto gira a sinistra e inizia per la terza volta il giro dell’isolato. Trova uno spazio libero in Calle Linneo. Parcheggia. L’uomo scende, cammina fino a un’edicola, compera un quotidiano e un pacchetto di Coronas, torna verso l’auto. L’edicolante gli dedica un’occhiata perplessa: che razza di accento! E che ci fa uno straniero in un quartiere di impiegati ministeriali e piccoli negozianti? La Madrid internazionale sta da un’altra parte.

    L’uomo è risalito in auto e sfoglia il giornale. Lì dove si è piazzato potrebbe notarlo solo uno sfaccendato che passeggi su e giù per il marciapiede oppure la commessa del negozio dirimpetto. Ma dietro la vetrina non c’è nessuno e i pochi passanti non lo degnano di uno sguardo. È lui che spia l’ingresso del numero 35. Spera di veder comparire una donna in bilico sui tacchi alti, con un viso dall’ovale cinquecentesco e i capelli raccolti sulla nuca, gli occhi immensi e il collo dolce come neve accumulata su un pendio. I ricordi sono più coerenti della realtà: non hanno spigoli, macchie, imperfezioni. E il ricordo è tutto ciò che gli rimane di Beatriz.

    Un corso estivo di tanto tempo fa, quando era ancora studente. Un pretesto per passare due settimane in una città di mare dove il sole ha una luce liquida scintillante. Le serate al caffè, le notti in discoteca, le albe sulla spiaggia. Gli occhi di Beatriz che lo soppesano. Lui che si comporta con l’euforia di chi sta a cavallo di un’onda e si illude di rimanerci all’infinito. È troppo giovane per sapere che nella vita non si ottiene mai tutto e non si dimentica mai niente. Un mese dopo, una lettera. Lui risponde: questo è il mio numero di telefono, chiamami, dammi il tuo. E lei, più saggia: potremmo telefonare e non trovarci mai, oppure capitare al momento sbagliato, quando non siamo dell’umore giusto, e sarebbe un peccato; meglio scrivere: non c’è l’assillo del dialogo, ci sono i tempi giusti per raccontarsi. Ma lui a ogni lettera aspetta una settimana di più per rispondere. Comincia a pesare le parole: una corrispondenza scritta è più impegnativa di quanto sembri. Finché arriva il momento di accorgersi che dall’ultima lettera è passato troppo tempo, non può rispondere senza giustificarsi, e non ne ha voglia. Ma non vuole neanche scrivere bugie. Non scrive più. 

    Forse è cominciato qui il tuo progressivo distacco dai contatti umani, Giorgio. Da allora sei stato sempre più solo, e non te ne sei accorto. Ci sono periodi della vita in cui sembra che il tempo non passi mai; poi ci ripensi e pare che sia successo tutto dannatamente in fretta. L’università. Nicchia e quell’unica volta che siete finiti a letto. La laurea, il servizio militare, l’impiego, la Revolution. E poi ancora Nicchia, la carriera, Alberico, lo studio associato. Nicchia che sposa Alberico e dieci anni sull’orlo di un adulterio rato e non consumato. Donne che vanno e vengono senza farsi ricordare, altre che avrebbero potuto essere importanti ma non lo sono diventate, chissà perché. Viaggi per il mondo a negoziare contratti. Trovarsi a Houston o a Caracas e cambiare i biglietti per tornare in Europa facendo scalo a Madrid. Otto, dieci ore di volo sull’Atlantico pensando: appena arrivo in albergo le telefono. E poi l’aereo atterra, il taxi taglia l’aria umida, l’autista è silenzioso (i tassisti madrileni sono i meno chiacchieroni dell’universo, e qualche volta uno vorrebbe tanto che non fosse così). Poi la città, le luci dappertutto, la gente che affolla i marciapiedi: sembra che non riesca a muoversi e invece non sta mai ferma. L’albergo, l’ascensore, e proprio lì, sulla porta della camera, con la valigia ancora in mano: oddìo, come faccio? Sono passati anni. Sarà sposata, avrà dei figli. Ci si sposa per questo.  

    E non ti ho più rivista, Beatriz, mai più. Ormai tra noi ci sono troppe camere d’albergo, aerei, oceani atlantici. Ed eccomi qui a spiare l’ingresso di una casa dove probabilmente non abiti più da chissà quanto tempo. Questo è l’indirizzo al quale spedivo le mie lettere. Ho avuto paura di cercare sull’elenco del telefono e non trovarti. Più penso a te e più divento indeciso. Posso accettare mille penitenze ma non una delusione. In tutti questi anni ho percorso una strada a spirale che non porta da nessuna parte, un vicolo cieco in fondo al quale c’è uno specchio che riflette la mia vita, tutta intera: ci guardo dentro e vedo quanto sono cretino. Eccomi qua, davanti al numero 35 di Calle Linneo. Sono venuto a espiare una colpa, e non so qual è. Devo essere impazzito.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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