È la letteratura, bellezza!

    È la scrittura, bellezza!, edito da Clinamen, è un romanzo-saggio come non se ne scrivevano più dai tempi de “L’Uomo Senza Qualità” o di “Morte Nel Pomeriggio”. Un meta-romanzo il cui protagonista è la Letteratura che parla di se stessa attraverso l’interagire di tantissimi personaggi. Ci vuole una bella dose di coraggio, o forse di incoscienza, per concepire e portare avanti un progetto come questo.

    Eppure Fabrizio Centofanti ci riesce, reclamando i diritti della creatività folle e insofferente di qualunque regola, contro le pretese di chi vorrebbe imporle limiti e leggi. Ci riesce soprattutto con l’ironia. E basti un esempio: la scena in cui Giulio Mozzi, novello Mosé, scende dalla cima di un monte con le tavole della legge (della letteratura) e si scontra con Baricco-Vitello d’oro è semplicemente formidabile, un capolavoro di mise en abîme.

    È curioso (ma è anche un evidente segnale di maturità narrativa) che proprio Centofanti, poeta e sacerdote, arrivi a coltivare questo genere, a ritenerlo il modo migliore per esporre il suo punto di vista. La sua ironia, che non ha proprio niente di pretesco, svaria su tutta la gamma dal corrosivo al melanconico, e dà il tono alle disavventure dei personaggi fra i quali, ovviamente non ultimo, si annovera lui stesso, l’autore, presenza ineludibile in un romanzo che si occupa di creazione artistica. Un romanzo che potrebbe perfino essere tacciato di citazionismo, tante sono le allusioni che contiene (e come poteva essere diversamente?), financo nella impostazione complessiva ispirata a Bulgakov. 

    Ebbene: qual è il precetto che Centofanti predica con la voce di chi grida nel deserto? Evidentemente, la regola è che non esistono regole. Che la letteratura è (o dovrebbe essere) arte, e la creazione artistica non sopporta altra legge che la sua interna necessità.

    Ma sarà poi vero? Certo, niente vieta all’artista di esprimersi nel modo che ritiene adatto, anche contro la grammatica e la sintassi, persino contro l’ortografia. Ciò che è più difficile è indicare a quali condizioni gli è permesso farlo. A condizione che faccia arte? Grazie tante. Ma se cominciamo a discutere sui segni distintivi dell’arte in letteratura, finiremo per produrre i soliti inutili fiumi d’inchiostro, ci infogneremo nelle solite inutili diatribe con cui i quotidiani riempiono le terze pagine nei mesi estivi (quella di Joyce è arte o tecnica? fino a che punto Proust e Musil hanno il diritto di annoiarci? quella di Faulkner è arte perché sfiora l’incomprensibilità, o nonostante ciò? eccetera eccetera). 

    Forse, per mettere in pratica la lezione di Centofanti, potremmo limitarci a ridimensionare le promesse implicite delle tante (troppe!) “scuole di scrittura” sorte in Italia negli ultimi anni. Che cosa è lecito e ragionevole aspettarsi da una scuola di scrittura? Che ti ripulisca lo stile dalle ingenuità, che ti dia qualche buona indicazione di lettura, che faccia almeno un tentativo per farti pubblicare. Niente di più, ed è già molto.     

    Personalmente ho partecipato alla scuola di scrittura di un noto noirista, che ha l’onestà di non presentarsi come un Mosè o un deus ex machina, ma semplicemente come uno che pubblica e vende, e ti dice come ha fatto. L’ho trovata una cosa molto simile a ciò che doveva essere una “bottega” artigiana nel Quattrocento. Un posto dove ti insegnavano a mescolare i colori, a disegnare una prospettiva, a padroneggiare il chiaroscuro. Ma soprattutto un posto in cui ci si guardava, si discuteva, si imparava non soltanto dal Maestro ma anche, e forse soprattutto, dagli errori: i propri e quelli degli altri, sciorinati in bella vista. Da quelle botteghe sono usciti tutti gli artisti del Rinascimento, insieme a tanti onesti imbianchini.

    Ecco: tutto ciò che puoi aspettarti da una scuola di scrittura è che ti insegni l’ABC (occhio agli aggettivi, alla larga dagli avverbi, evita il linguaggio piatto, rileggiti ad alta voce, taglia senza pietà, ecc. ecc.), così come si insegna il solfeggio ai cantanti e il disegno ai pittori.

    Ma l’arte è un’altra cosa: se qualcuno promette di vendertela, fagli marameo e spendi i tuoi soldi in qualcosa di più divertente. Magari in una sbornia di birra Ceres.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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3 risposte a È la letteratura, bellezza!

  1. Pingback: È la letteratura, bellezza! | Merlin Cocai

  2. Grazie, Riccardo, una recensione da par tuo. E grazie per aver sostenuto un libro scomodo per molti.

  3. gelsobianco ha detto:

    questo romaanzo-saggio è da leggere.

    è la prima volta che entro in questo blog.
    ci ritornerò… con piacere vivo.
    un sorriso
    gelsobianco

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