Novecento addio !

    Anni fa, su un blog che si chiamava Uffenwanken, Franz Krauspenhaar scrisse delle memorabili “prerecensioni”. Franz recensiva i libri senza averli letti, cosa che fanno quasi tutti i recensori di quotidiani e periodici (ma lui lo dichiarava!). Cominciò a farlo, mi pare, dopo aver recensito “I canti del caos” e aver dichiarato che quel libro era stato “scritto per non essere letto”. Probabilmente fu questo il seme da cui germogliarono le prerecensioni: la constatazione che, oggi come oggi, basta sapere chi è l’autore per sapere pure che roba scriverà. Leggere è un optional.   

    L’osservazione di Franz mi fece abbozzare un ragionamento. Non il solito discorso sulla leggibilità, che pure non è cosa da disprezzare. Il fatto è che, secondo me ci sono cose da cui non si può prescindere se si vuole distinguere la letteratura dall’editoria, e cioè se non si vuole mettere sullo stesso piano Dante e Carolina Invernizio.

    A proposito di opinioni critiche elogiative che durano al massimo per una generazione, ho accumulato parecchie delusioni. Non conto più i libri che ho lasciato a metà e quelli che mi sono costretto a leggere fino in fondo per poi pentirmene amaramente. Non sto parlando soltanto di robaccia: parlo di libri scritti da autori considerati dei fuoriclasse. Ci sono fior di celebrati romanzi ottocenteschi che non hanno più niente da dire (provate a leggere Zola o certe cose di Hugo); ci sono romanzi di autori celebratissimi, veri e propri mostri sacri, nei quali il lettore deve continuamente operare una mediazione culturale per poter entrare nello spirito della narrazione (per esempio Emma o Effi Briest, ma anche Thomas Mann mica scherza). La realtà (dura da mandar giù, ma tant’è) è che quei romanzi non sono dei classici e chi li considerava tali si è sbagliato. Un classico è un libro che ogni volta che lo rileggi ti dice qualcosa di nuovo, a distanza di generazioni, a distanza di secoli.  

    Quando avevo diciott’anni era obbligatorio aver letto La nausea di J.P. Sartre. Ancora oggi mi domando cosa diavolo ci trovassero lì dentro. Anzi, non me lo domando più perché finalmente mi sono risposto: niente. Non c’era niente. Un sacco di giri viziosi intorno al nulla per arrivare a dire niente. Mi viene da piangere se penso al tempo che ho sprecato a leggere tante idiozie gabellate per capolavori. Di quanti libri, un tempo considerati “fondamentali”, si può dire la stessa cosa?

    Recentemente un autore di successo (Bret Easton Ellis) ha twittato veleno contro un (defunto) autore di culto (David Foster Wallace). Ho il sospetto che fra un po’, neanche tanto, saranno dimenticati tutti e due.

    In Italia un critico ha detto peste e corna di un giallista ex magistrato, e quello l’ha denunciato. Dacia Maraini quarant’anni fa diede dello stronzo a Giuseppe Berto (e di Berto pochi si ricordano, mentre la Maraini è ancora viva e scrive insulse noterelle su giornali e riviste).

    Ognuno la pensa come vuole, ci mancherebbe; ma proprio per questo anch’io la penso come pare a me, e lo dico: un libro è un classico se rimane attuale a distanza di secoli, e il sintomo della classicità è che quando lo rileggiamo in diverse età della vita ci sembra di scoprire cose che non sapevamo fossero lì e che credevamo di non aver mai letto. Quella, e solo quella, è letteratura. Invece un sacco di libri strombazzati come “fondamentali”, riletti a distanza di tempo non hanno più niente da dire.

    Ecco perché scrivere per non essere letti, più che una provocazione, è una contraddizione in termini. Anche il più ermetico degli scrittori, in fondo al suo compiacimento elusivo, coltiva la speranza di essere compreso. Altrimenti, invece di scrivere liriche o romanzi, si iscriverebbe a un corso serale per sibille cumane, delfiche, o affini.

    Il fatto è che di certe esagerazioni programmatiche non se ne può più.

    C’è chi scrive poesie in forma di filastrocca per deridere la vacuità del mondo contemporaneo. Però chi non conosce il programma (e non si vede perché dovrebbe conoscerlo) legge e conclude: “Ma questa è una filastrocca per bambini!”. Non sarebbe meglio fare poesia sul serio, oppure tacere?

    Una volta ho conosciuto un pittore che organizzava mostre nelle quali non si esponeva niente. Concettualmente, doveva essere una provocazione al quadrato, una metaprovocazione. Praticamente, era un’idiozia.

    Qualche anno fa Nanni Balestrini ha pubblicato (o ha detto di aver pubblicato) un libro in duemila copie, una diversa dall’altra, con frasi e periodi mescolati a caso. L’idea (diceva lui) era di svolgere una indagine sulle possibilità combinatorie della narrazione. Ma quale indagine? Naturalmente, l’idea era cretina e ha avuto il risultato che meritava: il silenzio. 

    Altra cosa sono i narratori come Ken Follett o Umberto Eco, che non aspirano al premio Nobel e si dedicano onestamente a scrivere pagine di roba che tenga desta l’attenzione. Sono gli epigoni di Salgari e di Arthur Conan Doyle. Meritano diritti d’autore e riconoscenza dei lettori che leggendoli si sono divertiti o, almeno, hanno passato il tempo. Ma la letteratura, per favore, lasciamola stare.       

    Insomma: una volta entrati nel terzo millennio, sarebbe ora di farsi qualche domanda. Che cosa ha prodotto in materia artistica un secolo di ribellione programmatica? Si è tentato di rivoluzionare la tecnica narrativa, la tecnica della pittura, della scultura, dell’architettura, della musica. Ma a che serve variare la tecnica se ciò che hai da raccontarmi è una noiosissima domenica a Dublino? Puoi pure cercare di vendermela per un’Odissea, ma sai cosa ti dico? Non ci casco.

    In conclusione, il Novecento ha prodotto qualcosa di valido, che resista al passare del tempo e a distanza di cent’anni abbia sempre qualcosa da dirci? Poco, direi. Molto poco.

    Può darsi che mi sbagli, ma sono convinto che la maggior parte della produzione artistica novecentesca sia costituita da fredde costruzioni col meccano o con i mattoncini del Lego. L’arte concettuale, l’esplorazione delle possibilità combinatorie del reale, è un cane che si morde la coda. Si può anche giocare con un concetto come con un gioco di enigmistica; ma l’arte è un’altra faccenda.

    E allora prendiamo in mano la matita rossa e blu: leviamo dal nostro catalogo un sacco di boiate che ci siamo sforzati di mandar giù perché “l’hanno letto tutti”. Se il re è nudo diciamolo chiaro e tondo. Quantomeno diciamolo a noi stessi, confidiamolo agli amici più sicuri, facciamo samizdat.

    Il riflusso dalle seghe mentali del Novecento ha portato gli editori a pubblicare soltanto la grana grossa. Mettiamoci nei loro panni: come si fa a dargli torto?

    Ma ci si stufa di tutto, a questo mondo. Prima o poi tornerà la voglia di leggere cose sensate. (Speriamo!).

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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