I casi della vita

Un altro brano di romanzo (sempre lo stesso: I Nomi Sacri, seconda parte). Spero che vi diverta. 

 

   L’agente Rosario Caliandro allargò le braccia in un gesto da uomo vissuto.  

    “Ma era un falso allarme.”

    “Cioè?”

    “Zaifello non era morto. Stava in viaggio, in ferie.”

    “Ah! E voi gliel’avete detto, all’avvocato?”

    La missitalia in tailleur blu gessato si era presentata come avvocato Scordatella, Scarfoglio, Scarpetta, o qualcosa del genere. Aveva un accento che sapeva di olive e pomodoro (oltre a uno stacco di cosce che solo a pensarci dava dolcezza al cuore), ma anche un piglio manageriale che smorzava sul nascere ogni sentimentalismo. Per innata galanteria, Rosario non avrebbe mai rifiutato assistenza a una signora-che-tiene-un-guaio, ma era seccato con se stesso per la sua goffaggine: ne era dolorosamente consapevole e disperava di poterci mettere rimedio. La disinvoltura di Clay lo faceva sentire dannatamente fuori posto.

    “Non saprei. Forse gliel’ha detto Lovino.”

    “Possiamo sentire questo Lovino?”

    Rosario scrollò la testa con aria rassegnata.

    “L’hanno trasferito!”

    “Dove?”

    “In Toscana, a quattrocento chilometri da qui.”

    “E non ce l’ha il telefono?”

    Una punta di impazienza sotto il sorriso nervoso. Ecco, tutte così sono: esigenti, egoiste, interessate. Tutte Mata Hari: perfide maliarde. Rosario, non ti scordare il voto che facesti a Santa Rosalia: mai più femmine del continente.

    “Le scrivo il numero dei colleghi di Pevera.”

    “Grazie, agente. Molto gentile.”

    Caliandro consegnò il biglietto e salutò a testa bassa guardando ostentatamente a terra. Ma qualcosa gli aveva scombussolato la percezione del tempo e dello spazio, e tornò a sollevare gli occhi proprio mentre Clay scendeva i gradini dell’ingresso. Una soda tenerezza in forma di liuto dondolò cinque volte al sommo delle cosce.

                                                            ***

    Rattrappito, anchilosato, indolenzito, Dumm scese dallo scompartimento di seconda classe e andò a studiare il tabellone delle partenze. Nel suo passato prossimo c’erano sballottamenti assortiti e attese condite dal classico odore di wurst alla piastra in un giorno di pioggia. Poi sei ore di noia sul treno che rotolava da Zurigo a Milano. Infine, sotto la volta della stazione Centrale, un frenetico domandare a gente che non dava retta, brevi risposte in un italiano incomprensibile, corse insensate da un binario all’altro. Dopodiché altre sette ore di cabotaggio con soste a singhiozzo in un’infinità di stazioncine.

    Fra Zurigo e le Alpi, Dumm aveva sonnecchiato. Sotto il tunnel del Gottardo aveva sgranocchiato una tavoletta di Suchard. A Milano, girando per la Centrale, aveva avuto il primo assaggio di meridione: ahimé, niente chioschi di hamburger. Negli espositori dei bar c’erano solo paste, merendine preconfezionate, panini al tonno-maionese-pomodoro-insalata. Quanto a bere, sembrava che gli indigeni tracannassero solo caffè, ma di corsa, in piedi e in quantità infinitesimali. E, per colmo di stranezza, gli italiani non erano come li aveva sempre immaginati, indolenti peones rannicchiati a far la siesta sotto il sole. Sembrava che avessero tutti un diavolo per capello.

    A Livorno, con i glutei doloranti e la colonna vertebrale acciaccata, Dumm trovò solo gente scorbutica che parlava una strana lingua aspirata e martellante. Nessuno si degnò di dirgli da quale binario partiva il treno per Pevera. Finalmente un tizio vestito da mattacchione, con pantaloni rossi e neri e una strana tracolla bianca, finì per interessarsi a lui. Parlava un’altra lingua ancora – pure questa non aveva niente a che fare con l’italiano – e accompagnava le parole con una smodata gestualità. In qualche modo Dumm riuscì a capire che per Pevera c’erano degli autobus. Come Dio volle, trovò quello giusto e salì.

    Il carabiniere, giovanissimo, al suo primo servizio, ne parlò a un brigadiere della centrale operativa. Il brigadiere, non avendo altro da fare, avvertì i colleghi di Plutonia i quali, oppressi dalla noia di un pomeriggio afoso, girarono la segnalazione alla stazione di P.S. di Pevera. Fu così che Nicola Lovino, uscito a fare quattro passi sulla piazza del paese, individuò lo straniero dalla chioma policroma che scendeva dall’autobus e lo accolse con cordialità.

    “Tu! Vieni con me.”

    “Ma io…”

    “Niente paura: adesso mettiamo in chiaro tutto quanto.”

                                                            ***

    Clay arrivò a Pevera verso le cinque del pomeriggio, dopo un colloquio con una Nicchia che sembrava avere la testa da tutt’altra parte, una telefonata surreale con Lovino e alcune ore di auto. Per tutto il viaggio non fece che domandarsi in che razza di equivoco era caduto Lovino: non solo l’aveva presa per tedesca, ma aveva dato per scontato che si sarebbero visti dal notaio Trictrac e su questa unilaterale certezza aveva riagganciato.

    Alla stazione di P.S. la porta era aperta. Clay, che si aspettava controlli di identità e passaggi nel metal detector, rimase sconcertata. Con una certa preoccupazione entrò, percorse un corridoio disabitato, si fermò sulla porta dell’ufficio in cui un poliziotto in maniche di camicia osservava con espressione scettica un giovanotto dai capelli tinti in modo inverosimile che cercava di aprire una bottiglia di birra usando la punta di una penna a sfera.

    “Il vicebrigadiere Lovino?”

    Il poliziotto si voltò a guardarla, sbarrò gli occhi e deglutì.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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