I giudizi dei lettori

    Seconda puntata. Forse qualcuno ricorderà: ho iscritto la prima parte del romanzo “I Nomi Sacri” a un concorso in cui i concorrenti si giudicano l’un l’altro. Pessima formula, secondo me, ma riconosco che se si devono selezionare mille e più romanzi questo è l’unico modo. Qualche tempo fa ho postato i giudizi ottenuti nella prima fase, durante la quale si giudicava un testo in base all’incipit (più o meno, il primo capitolo). In questa fase “I Nomi Sacri”, pur con valutazioni contrastanti, era stato promosso alla fase successiva.

    Adesso vi sottopongo i giudizi della seconda fase, in cui il romanzo veniva letto per intero, ed è stato bocciato (nel senso che non è entrato nell’ultima rosa di venti titoli pubblicabili).

    Nove lettori hanno dato la sufficienza. Cinque hanno dato pollice verso. I voti sono andati dal 4 all’8, cosa che già di per sé mi sembra indicativa di un fatto: è impossibile scrivere qualcosa che piaccia a tutti. 

    Tralascio i giudizi favorevoli salvo per le critiche che contengono e mi concentro sui giudizi negativi, che dovrebbero essere i più interessanti.

    I giudizi sullo stile sono quasi divertenti. C’è chi lo definisce “atroce”, c’è chi lo apprezza esageratamente. Che indicazioni posso trarne? Sicuramente posso fare qualcosa per migliorare il mio stile, ma non avrebbe senso cambiarlo da cima a fondo. D’altra parte ho l’impressione che i lettori che non lo apprezzano perché lo trovano troppo ricercato continuerebbero a non apprezzarlo anche se lo rendessi più “nazionalpopolare”.

    Quanto al testo, la critica che ricorre in tutti i giudizi negativi, e anche in alcuni di quelli positivi, è che “non si capisce niente”. Faccio la tara a giudizi come il primo e il penultimo: ho l’impressione che boccino il romanzo perché non è il tipo di romanzo che scriverebbero loro. È ovvio che anch’io, nei giudizi che ho dato, non ho potuto estraniarmi del tutto dalle mie preferenze. Comunque, se cinque lettori su quattordici bocciano una trama che non dà spiegazioni (ma invita tacitamente il lettore a cercarle da sé), qualche considerazione si rende necessaria.          

    Avrei potuto fare qualcosa per rendere più comprensibile ciò che volevo dire?

    Forse sì. Ma in questo modo il romanzo sarebbe diventato una conferenza o un predicozzo, e sarebbe stato bocciato ugualmente, seppur per un’altra ragione. In conclusione, secondo questi lettori, “I Nomi Sacri” è un romanzo che non andava scritto proprio per niente.

    Che abbiano ragione o torto non posso certo dirlo io, ma mi colpisce il fatto che uno legga un romanzo aspettandosi di trovare tutto chiaro e semplice, e soprattutto che gli dia fastidio l’idea di considerarlo uno stimolo a usare il cervello. Ma questa gente cosa legge? Musil o Dan Brown? Kafka o Umberto Eco? Hanno mai letto Joyce o Faulkner? Sono mai stati colti dal dubbio che romanzi come “Il Capitan Fracassa” o “L’Isola del Tesoro” abbiano un significato che va al di là di quel che c’è scritto?

    Non crediate che le mie siano domande retoriche, da pseudointellettuale con la puzza sotto il naso. Leggete i giudizi e vedrete che questi lettori dicono chiaro e tondo di volere storie narrate in modo che nel testo tutto sia spiegato, tutto sia risolto. Come in un giallo, il protagonista deve sciogliere il mistero, spiegare il movente, esibire le prove e spedire il colpevole a Sing Sing. Per questi lettori un romanzo non deve richiedere il benché minimo sforzo: va letto e gradito senza doversi domandare che cosa significa. Tutt’al più ci si chiederà se la lettura è stata piacevole, se ci ha fatto passare qualche ora riposante o eccitante.  

    Be’: pur con tutta la buona volontà, non ho intenzione di mettermi a scrivere fiabe consolatorie. Le scrivono già gli altri (e sono tanti!). A me piace parlare dei problemi che finora nessuno ha risolto e per i quali ciascuno deve trovare una sua risposta personale. Non mi pubblicherà mai nessuno? Pazienza.                                        

    Se avete voglia di divertirvi, leggete i giudizi dei lettori (e non dimenticate che erano tutti autori di altri romanzi in concorrenza). Eccoli qua:

 

 

Voto Giudizio
4.67 Noiosissimo e pretenzioso. Si gira attorno a un indefinito oggetto misterioso, ma non viene svelato assolutamente nulla. Lo stile è soporifero, zeppo di considerazioni inutili e riflessioni pompose, capita spesso di dover rileggere più volte una frase per capirla. Davvero, credo che metà del testo sia costituito da sequenze riflessive, di solito di una banalità disarmante, inclusi luoghi comuni su italiani e tedeschi. La maggior parte dei personaggi sono banali E inverosimili (restaurare l’impero Bizantino? Ma chi cavolo può pensarlo seriamente?), potrebbero essere adatti a un racconto surreale ma questo sembra prendersi fin troppo seriamente. I misteri potenzialmente in grado di interessare il lettore semplicemente non hanno risposta – non capiamo davvero cosa sia l’oggetto né chi siano le misteriose donne – e alla fine il lettore rimane con l’impressione di avere sopportato la lentissima trama per niente. Il protagonista in un certo senso è ben riuscito: un uomo noioso e depresso, risulta noioso e deprimente per il lettore. Saran gusti, ma seguire le sue avventure è stata una sofferenza. Per la maggior parte del racconto, ho avuto l’impressione di seguire eventi sconnessi e azioni insensate, il tutto raccontato da un narratore saccente, un po’ confuso e con una forte tendenza a divagare. Trama e personaggi: I personaggi sono irritanti cliché, la trama è un’interminabile e improbabile ricerca per un oggetto che non ci è dato sapere a che serva. 4. Originalità: multinazionali che vogliono mettere le mani su qualche artefatto\mistico segreto le vendono un tanto al chilo. Altri libri sul genere, almeno, si degnano di dare qualche risposta. 4. Grammatica e ortografia: Stile atroce, con frasi confuse, divagazioni continue, e periodi interminabili, ma grammaticalmente corretto, per cui 6.
7.00 L’autore ha grandi capacità nell’utilizzo della lingua italiana: il romanzo è scritto con un linguaggio forbito e ricercato. Le immagini metaforiche sono ovunque e, a volte, anche difficili da cogliere e da interpretare. Il dubbio è se questo stile un po’ macchinoso e confuso non aiuta e, in parte, ostacola la concentrazione e il pieno coinvolgimento nella lettura oppure se quest’opera è decisamente destinata ad un “pubblico colto”?
4.00 Questo scritto, nonostante la sua lunghezza, la complessità dei suoi intrecci e il numero dei suoi personaggi, non riesce – a mio parere – a diventare romanzo. Il magico vi è profuso a piene mani ma senza molta maestria e i personaggi appaiono gratuitamente pazzi e totalmente scoordinati tra di loro e con la stessa storia che l’autore vorrebbe raccontare. Persino i numerosi voli pindarici di tipo letterario, quando sono attentamente analizzati, appaiono non tanto pezzi di poesia quanto frullati di parole totalmente gratuiti nel senso anche solo fonetico della loro lettura. Non mancano alcuni errori di ortografia che spero siano soltanto sviste (es. centrare invece di c’entrare).
6.67 Il testo è scritto bene, è scorrevole e si legge con piacere. I personaggi sono sufficientemente definiti. Però è un testo di maniera, nel senso classico del termine: rispetta fedelmente i canoni di un genere (quello iniziato dal Codice da Vinci), e quindi piacerà sicuramente a coloro cui il genere piace. Non ha particolari pregi, né particolari difetti. E’ come un bicchiere di acqua fresca: niente di più, ma neanche niente di meno.
6.00 Più che apprezzabile la padronanza della lingua, anche se alcune improvvise virate verso il gergo o il dialetto non sono del tutto comprensibili al lettore (es: “dint’a capa”, messo lì nel bel mezzo di un passo in italiano perfetto). Personalmente la storia non mi ha preso. Il ritmo è piuttosto piatto, senza impennate. Il lettore è trascinato in una trama che sembra debba riservare da un momento all’altro un qualche colpo di scena che però non arriva. Anche lo stile narrativo non aiuta il lettore ad essere catturato: il racconto si svolge in un susseguirsi di quadri brevi e cambi di ambientazione che spesso disorientano. Mi è anche risultato difficile “affezionarmi” ai personaggi. A parte Giorgio, gli altri personaggi sfilano via senza volto. Una migliore caratterizzazione sarebbe stata utile. Mi dispiace, ma in questo genere risulta fondamentale essere catturati dalla storia e “divorare” il racconto per andare a vedere come va a finire. Si tratta ovviamente di un giudizio personalissimo, ma a me non è successo di appassionarmi.
7.33 Incisivo il linguaggio, agile la struttura narrativa, abilmente mantenuta su un filo di suspense esoterico-esistenziale e portata avanti senza sbavature, nonostante la vicenda oscilli continuamente al di qua e al dilà del realismo. Si va alla ricerca di una risposta che non c’è o che forse viene rifiutata, falsificando alla fine il meccanismo del giallo che si è fino ad allora mantenuto in piedi; forse per questo nel lettore sorge il dubbio di essersi fatto coinvolgere in un gioco intellettuale più o meno futile. Il dubbio consegue anche al fatto che i personaggi non hanno grande spessore, oppure deriva anche dalla scarsa originalità di alcuni spunti del racconto, primo fra tutti la donna misteriosa (ahimè!) che simboleggia la sfuggente verità.
5.33 L’avventura, che si svolge a cavallo di una eclissi di Sole, tenta di mettere in connessione mondi diversi e distanti tra loro. L’intrigo thriller ha potenziali elementi di interesse che non essendo, tuttavia, ben sviluppati, rendono lo la trama assolutamente poco originale. Inoltre il tentativo di mescolare scene, avvenimenti e sensazioni di varie persone riesce soltanto in parte, anzi in piccola parte. In questo senso occorre una revisione dello stile mirata a: – migliorare i particolari specifici delle diverse ambientazioni; – rendere più dinamici e coinvolgenti in atmosfera e suspence i diversi passaggi di scena; – approfondire la caratterizzazione dei personaggi. E soprattutto, rendere più potenti le emozioni che purtroppo rimangono immobili incrostate tra le parole scritte. Per quanto riguarda i personaggi, essi sono definiti ma poco curati nelle singole sfumature di carattere. L’uso della lingua è impostato e curato, ma il genere della storia (che si snodo su paesi e continenti diversi) richiederebbe maggiori sfumature e gradazioni di stili e di linguaggi.
6.33 Non è quella che si può considerare una lettura d’evasione..e questo non è per forza un difetto, ma deve essere chiaro al lettore.Verboso in alcuni punti, ripetitivo, noioso e molto faticoso, l’ho abbandonato a pagina 50, lasciato per ultimo e poi ricominciato. Non era possibile che fosse volutamente così e richiedeva molta concentrazione. Troppi personaggi, la metà dei quali inutili e dannosi perchè confondono il lettore. Ti sembrerò spietata, ma lo sono perchè in alcune parti mi è piaciuto, e vorrei levare tutta quella cenere sotto la quale lo hai sepolto. La confusione del protagonista ha contagiato tutta la storia, e la voglia che spunta è di chiudere e abbandonare la lettura, non credo fosse questo il tuo scopo.. Butta alle ortiche tutti i poliziotti, non servono, decidi che tipo di storia vuoi che sia, ci sono due o tre stili che non si fondono e fanno a gomitate. Questo tuo protagonista è così invadente da vanificare tutta la storia, che peraltro si chiude in maniera del tutto esigua ma questa potrebbe essere un’idea. Non so, mi lascia confusa e perplessa. Perplessa perchè leggendo quello che ho scritto finora sembrerebbe una stroncatura senza appello, in realtà non è così. Trovo sia talentuoso, ma devi decidere, o diventa una storia estrema, o così non funziona. Ora hai tirato giù tutto, ed è stata una notevole operazione, lascia respirare il tutto per un pò, e poi agisci. Estremo da subito e uscirà fuori qualcosa di molto particolare.
8.00 Un’opera decisamente di ottimo livello narrativo, dal linguaggio ricchissimo e abbondante di metafore e similitudini poetiche, anche misticheggianti, al punto da sentirsi girare la testa. Non altrettanto forte, a mio avviso, la vicenda, che talvolta soccombe proprio sotto il peso delle volute descrittive e perde un pò di vigore. Un maggiore apporto di dialogo avrebbe secondo me regalato il giusto contrappeso.
7.00 Buon Romanzo con passi veramente belli: “riemergendo da una frangia di foschia, le cime delle alpi galleggiavano sospese sul nulla.” C’è una buona capacità descrittiva, un vocabolario ricco e ottime atmosfere. Infastidisce la metafora dell’imbuto che si ripete in più punti, anche se verso la fine, quando parla del ghebel, se ne comprende la ragione. Cercherei quindi di creare un’immagine simile ma alternativa. Interessanti spunti filosofici. Consiglierei di rivedere anche pag.23 e 24, è un passo che risulta ostico per ciò che riguarda la dinamica dell’inseguimento. Qualche difficoltà dovuta a cambi di scena repentini che seppur divisi da asterischi confondono il lettore che si vede sbalzato da un personaggio all’altro senza una giusta introduzione. Es.: pag. 32, in fondo alla pagina, inizia un nuovo paragrafo con “L’uomo percepì” potrebbe invece iniziare con un “dall’altro lato della città …” (per dire!) introducendo così a chi legge la nuova scena. Buona la caratterizzazione dei personaggi e quasi sempre preciso l’uso dei dialetti( fateve= faciteve/ pommarola –pummarola). Eviterei di usare il Cià (pag.83) quando non è un personaggio a parlare ma la voce narrante. Buoni anche i dialoghi, solo a pag. 156 non si capisce Lavino con chi stia parlando. Molto apprezzata la scrittura, forse tema un po’ abusato ma complessivamente è una buona prova.
7.33 Lo è stile elegante, asciutto e variegato; in certi punti rasenta l’eccellenza. I personaggi emergono con vivacità dalla narrazione e anche dalle variazioni di linguaggio: i focalizzatori sono caratterizzati con efficacia da specifiche espressioni gergali e dialettali. La trama è ben delineata e contiene passaggi molto interessanti, ma a tratti rallenta e inciampa, limitando il coinvolgimento del lettore. L’opera, ben inserita nel genere, presenta alcuni aspetti originali: i personaggi femminili lontani da stereotipi; le vivaci descrizioni introspettive; l’elemento fantastico discreto e inserito magistralmente al termine della storia. In sintesi buon manoscritto, che potrebbe essere migliorato, inserendo vigore e ritmo alla narrazione e valorizzando la suspense.
5.33 Cerco di alzare un po’ il voto agendo sull’originalità perché non mi è semplice giudicare questo scritto e quindi non voglio penalizzarlo a causa del fatto che forse non l’ho compreso. Nonostante questa premessa tuttavia, il fatto che sia originale in se stesso non mi ha dato nessun valore aggiunto. L’utilizzo corretto della lingua italiana è sufficiente, sebbene nel tentativo di virtuosismi l’autore cada in trappole che andrebbero evitate, dal punto di vista non sempre rispettato ai verbi non sempre coerenti, oltre a creare un effetto “indigestione” perché con il voler trovare sempre la similitudine perfetta, finisce per appesantire lo scritto tornando più volte e inutilmente sullo stesso concetto all’interno di ogni passaggio. Il mio consiglio sarebbe nell’ottica dello snellimento. Trama e personaggi io li ho trovati bidimensionali, forzati, incapaci di coinvolgermi. Come per le similitudini forzate, anche qui ho percepito il tentativo di forzare le caratterizzazioni fino all’estremo della perdita di concretezza, della macchietta. Queste sono le mie impressioni, mi spiace se non ho compreso il sentiment del testo. In effetti forse prestava il fianco a letture e interpretazioni diverse, questa però è stata la mia. Purtroppo la fine interlocutoria a me ha lasciato la bocca asciutta 😦
5.00 Giorgio va a Costanza per stipulare un accordo tra la società di cui è legale (Revolution) e un’altra (Alchemie). Casualmente visita un antiquario e compra un libro del 1807 e una coppa di origine incerta. Altrettanto casualmente, la coppa risulta essere il vero oggetto del contendere tra le due società e altri interlocutori. Quindi: attentati vari a carico di Giorgio, con la coppa che passa di mano in mano finendo a un certo Alessio Paleologo che coltiva l’aspirazione, nientedimeno, di restaurare l’Impero bizantino. Incontri con donne misteriose, partecipazione di Giorgio a: un concerto di musica classica, un comizio politico, una riunione di una chiesa chiamata dell’ultimo occidente, i cui membri si rivelano degli zombie, una sessione di sesso sadomaso… e chi più ne ha più ne metta, col perfido Alberico che non si sa quali loschi scopi stia perseguendo, il commissario e tutto il corpo di polizia (o carabinieri?) che indagano ma sono anche coinvolti nel complotto contro Giorgio… il professor Candido che a sua volta vuole decifrare il mistero del vaso misterioso ma muore, forse per un attacco cardiaco… e ancora non ho finito… Muoiono Alessio e padre Youssuf, Giorgio incontra altre donne misteriose, viene l’eclissi di sole e il romanzo non conclude: non si sa che fine abbia fatto il vaso, non s’è capito perché a quelli delle due multinazionali interessava tanto; il libro, che all’inizio del romanzo sembrava chissà che importanza dovesse avere, scompare senza che nessuno ne senta la mancanza; molti episodi sembrano del tutto avulsi, tenuti assieme malamente, mentre abbondano le riflessioni pesudofilosofiche; non si capisce cosa voglia dire il romanzo nel suo insieme… finale aperto, va bene, ma qui proprio è la storia che è inconcludente. L’autore scrive bene, ma questo non basta a tenere insieme un romanzo che per di più si autodefinisce “d’avventura”
7.00 difficile esprimere un giudizio su “i nomi sacri”. da un lato, infatti, la trama avvince, tiene sospeso il lettore e lo trascina verso il finale con una voglia crescente di sapere, dall’altro, però, alcuni passaggi non convincono, come il brusco cambiamento della voce narrante verso la conclusione dell’opera, o come la poca forza riconosciuta ad alcuni personaggi chiave del romanzo (alberico, nicchia, mittelmessig, la stessa alba/fedra/iside eec.). a volte ci si perde nel seguire le varie diramazioni della vicenda principale ma occorre riconoscere all’autore un’indubbia capacità di ricondurci sulla strada maestra.

 

    Su molte di queste critiche ci sarebbe parecchio da dire, ma farei la figura di quello che non sa accettare le opinioni altrui, quindi taccio. Però lasciatemi difendere almeno da una accusa: un lettore mi imputa di avere scritto “centra” senza apostrofo. Ho fatto una ricerca sul testo per scovarlo e non l’ho trovato. Mi risulta di aver usato solo una volta il verbo “centrare”, ovviamente nel senso di “colpire nel centro”.

    Se mai qualcuno trovasse il refuso, potrebbe segnalarmelo? Grazie.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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