Un altro brano di romanzo

     Il vento ha spazzato le nubi. Il cielo è limpido, ma l’aria è fredda. Giorgio ha trovato un coltello, l’ha conficcato al centro della coperta, ha fatto un taglio della misura sufficiente per infilarci la testa e ne ha ricavato un poncho che dà un certo riparo, anche se puzza di fumo e di muffa. Ha infilato il coltello nella cintura dei pantaloni e si è messo in cammino. Marcia di buon passo, ma non sa dove va: il sentiero si è interrotto quasi subito. Prosegue verso valle e spera di incontrare prima o poi qualche segno di civiltà. Non si è mai trovato in una situazione simile, non ha mai fatto neanche il boy scout: sa soltanto che deve approfittare della luce del giorno per raggiungere un paese, uno qualunque.

    Il paesaggio non mette di buonumore: un pendio con dossi e valloni che si accavallano su un terreno brullo, scavato da fiumare in secca. La vegetazione è così bassa che sembra muschio. Tutto è stranamente immobile. L’unica cosa in movimento è un falco che sale in cielo avvitandosi in una stretta spirale. Quanto agli esseri umani, non c’è indizio del loro passaggio in tempi più o meno remoti.

    Giorgio cammina e non sente la stanchezza. A volte, nel fondo di una conca, riappare il sentiero che però si interrompe quando c’è da risalire un dosso. Giorgio va avanti come un operaio impegnato in un lavoro da eseguire il più meccanicamente posibile, senza pensarci su. Si arrampica su argini e colline, attraversa brughiere e terreni incolti. È mezzo morto di sete quando arriva in cima a una montagnola pelata dove la sterpaglia ha il colore della ruggine.

    Vede un recinto di vecchie assi, poi un ricovero di montagna, più per le bestie che per gli uomini, con i muri a secco, una parete addossata al pendio e un tetto basso di lastre di ardesia coperte di muschio. Un uomo in groppa a un mulo sbuca dal lato opposto e se ne va su, verso la montagna. Giorgio gli urla dietro:  

    “Dov’è il paese?”

    Senza parlare l’uomo stende un braccio. Ma in quella direzione c’è soltanto il letto di un torrente asciutto, pieno di sassi sbiancati dal sole, incassato fra due rive rocciose dove non cresce un filo d’erba. Giorgio si volta: l’uomo e il mulo sono già spariti. 

    L’abituro è soltanto un riparo per il mulo, ed è vuoto. Non resta che proseguire lungo la gola rocciosa, immersa nell’ombra. Dopo un quarto d’ora di cammino, seguendo il tracciato del ruscello Giorgio entra in un banco di nebbia spessa come bambagia. Procede quasi a tentoni, con la vista offuscata e il rumore dei suoi passi che gli arriva smorzato, come se provenisse da molto lontano. A un certo punto la valle si restringe in un passaggio scavato fra due rocce: il letto del torrente fa una curva e sprofonda in una serie di ripidi scalini. Poi le pareti si allargano in una conca e il terreno torna in piano. Ma la nebbia è sempre fitta. Giorgio perde i punti di riferimento: ha l’impressione di camminare e di non spostarsi. Si impone di guardare a terra e non pensare a niente. Un passo, e un altro passo, e un altro ancora. E poi daccapo.

    Quando la nebbia si dirada, Giorgio ha l’impressione di aver camminato per un giorno intero. Ma almeno si trova davanti a un segno di vita civile: sulla riva del torrente qualcuno ha allineato cinque pietre levigate. Un lavatoio. Adesso Giorgio sa che troverà un paese, una strada, un servizio di autobus, forse una ferrovia. Si rannicchia su una delle pietre per lavare il viso, sente il gelo liquido sulle labbra, cerca di bere. E proprio mentre sta per succhiare gli arriva un calcio nelle costole. L’acqua rigurgita nel naso e gli va di traverso. Giorgio rotola a terra, tossisce, starnutisce, e riceve altri calci. Sente meno dolore di quanto si aspetterebbe, ma la testa gli gira e la nausea sale dallo stomaco. Nelle orecchie ha un ronzio che si sovrappone alle grida degli assalitori, negli occhi ha un velo dietro il quale intravede ombre grottesche agitarsi come scimmie spaventate. Vorrebbe gridare, vorrebbe rialzarsi. Ma riceve un’altra botta nel ventre, ruzzola di nuovo a terra e picchia la testa contro un sasso. Ed è come se un interruttore togliesse il contatto.

                                                           ***

    Buio. La prima cosa è il buio. E la paura di essere rinchiuso, sigillato, sepolto. La schiena è indolenzita, nel petto c’è qualche fitta, ma Giorgio è paralizzato dal terrore e ha quasi paura a respirare. Quando capisce di essere disteso su un letto, respira forte. Alza le braccia e non trova il soffitto. Allora non sono sepolto vivo? Dio, ti ringrazio. Ma certo: questa non può essere una tomba. E neanche una prigione: in una bara non si mette il materasso, in prigione non ci sono lenzuola. E non è buio del tutto: un filo di luce filtra sotto la soglia di una porta. Forse basterà alzarsi, andare fin laggiù, impugnare la maniglia, e la porta si aprirà. Ma la tensione cala di colpo: le gambe sono intorpidite, la testa è pesante. Giorgio torna ad assopirsi.

                                                               ***  

    “Sveglia!”

    La porta è aperta. La stanza è tagliata in due da un fascio di luce diagonale che spiove sul letto e lascia nel buio il resto della stanza. La figura sulla soglia ha l’aspetto di una donna di casa di cent’anni fa: grembiule, maniche arrotolate, capelli annodati sulla nuca, modi spicci. 

    “Fra un’ora si cena. Intanto si lavi. I suoi vestiti li ho messi là, sulla sedia. Ho dovuto lavarli due volte: puzzavano come il sottopancia di un mulo.”   

    “Dove sono? Come si chiama questo posto?”

    Uno sguardo fra il sorpreso e il circospetto. La donna si volta e se ne va.

    Giorgio si alza dal letto e scopre che il bagno ha una strana aria antiquata. Tanto per cominciare, non c’è neanche una lampadina, solo una candela spenta vicino al lavandino. Ma non c’è bisogno di accenderla: anche se il sole è quasi al tramonto, la luce è sufficiente. Giorgio si spoglia e si guarda allo specchio. Altra stranezza: dovrebbe avere lividi sul torace e sulla schiena, e un bozzo sulla nuca. Invece la pelle sembra intatta.

    L’acqua nel catino è tiepida, il sapone ha l’odore dei bucati di una volta, l’asciugamano non è di spugna. Il rasoio è di quelli a serramanico, da affilare su una striscia di cuoio e da passare con cura sulle guance dopo averle massaggiate con pennello e sapone. Vicino allo specchio c’è l’allume di rocca per stagnare i graffi e le piccole ferite. C’è anche un piccolo specchio convesso per esaminare la pelle millimetro per millimetro. Giorgio non ha mai maneggiato un rasoio a mano libera e ha paura di tagliarsi. Decide di non radersi. Si lava, o crede di lavarsi: sente l’acqua sulle guance, ma la vede cadere nel lavello come se le sue mani non l’avessero raccolta.

    Giorgio torna in camera e apre un armadio. I pantaloni che pendono dalle grucce non hanno zip né passanti per la cintura. Per chiudere la patta e per agganciare le bretelle ci sono dei bottoni. Le camicie nel cassetto sono tutte bianche e senza collo. In un altro cassetto ci sono dei colletti inamidati. Giorgio prova a immaginarsi con quegli abiti, bombetta in testa e un paio di baffi a manubrio. Gli torna in mente la fotografia del bisnonno, quella con la data sbagliata: 29 febbraio 1900. Alza le spalle, cerca i suoi abiti. Sono lavati e stirati e profumano di pulito.

    In corridoio, la voce della donna risuona come quella di un sergente:

    “A tavola!”

                                                         ***

    Nella sala da pranzo quattro persone aspettano in silenzio: un ragazzino, una bambina distratta, una bella ragazza e, a capotavola, un uomo precocemente invecchiato che alza su Giorgio due occhi arcigni, con un cenno indica il posto di fronte al suo e fa le presentazioni.

    “Questi sono i miei figli. La bambina ha cinque anni. La ragazza diciotto. Questo è il mio unico figlio maschio. Di’ al signore quanti anni hai.”

    “Dieci.”

    “Non a me. Dillo a lui.”

    Il ragazzino si volta e sbuffa in tono maleducato:

    “Dieci.”

    L’uomo aggrotta i sopraccigli. È contrariato, ma non dice niente. Si rivolge alla figlia maggiore.

    “Cosa abbiamo per cena?”

    “Zuppa.”

    C’è insofferenza nella voce della ragazza.

    “E poi?”

    “Spezzatino.”

    La risposta suona troppo secca. Nel tono c’è astio; solo un accenno, ma chiaramente percepibile. L’uomo picchia il pugno sul tavolo. 

    “È questo il modo di rispondere?”

    La ragazza alza il viso con vivacità. Vorrebbe rispondere per le rime, ma qualcosa la trattiene e riabbassa subito gli occhi.

    “Scusa.”      

    Il figlio maschio china la testa senza nascondere un sorriso cattivo. Sulla tavola scende il silenzio. Giorgio cerca di controllarsi: immagina di avere sul viso un’espressione sbalordita. È stato ammesso alla tavola di una famiglia con figli adolescenti e relativi problemi, ma come mai nessuno dei presenti ha detto il suo nome, nessuno gli ha chiesto come si chiama? Forse il galateo di questi luoghi ordinati e quieti richiede che sia l’ospite a presentarsi per primo?

    Intanto, la bambina più piccola non riesce a star ferma. Pasticcia con le posate e la forchetta cade a terra tintinnando. Gelo. Sguardi inorriditi. Il silenzio diventa preoccupante. Lo sguardo dell’uomo a capotavola è sempre più collerico. La bambina scende dalla sedia, raccoglie la forchetta e la posa sul piatto provocando un altro tintinnio, più maldestro che maleducato.

    “Basta! A letto senza cena!”

    La bambina sta per scoppiare in lacrime: perché tutti le fanno gli occhiacci? Fortunatamente arriva la madre con la zuppiera in mano, con un’occhiata capisce tutto, versa mestoli di zuppa nei piatti, e intanto parla, parla, non smette di parlare finché tutti sono serviti e anche lei siede al posto che le spetta di diritto con l’aria di chi dice: “Se avete davanti dei piatti pieni è perché io ho lavorato per voi. Adesso ho fame e voglio mangiare in santa pace”. La bambina è ancora terrorizzata, il figlio maschio ha un’espressione maligna negli occhi, la figlia maggiore è indignata ma non direbbe una parola neanche sotto tortura. A capotavola Giove tonante fulmina lo sguardo di qua e di là; però impugna il cucchiaio e promulga implicitamente una tregua.    

    “Lei era proprio sfinito.”

    È la donna che parla. Sotto gli occhi dell’uomo che lo guardano in tralice, Giorgio pensa che finalmente potrà sapere dove è capitato. 

    “Davvero! Ho camminato per non so quante ore, e non avevo neanche un’idea precisa di dove fossi. Volevo appunto chiedere: come si chiama questo paese?” 

    Nessuno risponde. Tutti guardano nel piatto. Giorgio riprende:

    “Tra l’altro, sono stato costretto ad abbandonare l’automobile. Devo avvisare la polizia… Spero che l’abbiano ricuperata… Devo telefonare…”

    Ancora silenzio. Giorgio si interrompe. Perché nessuno parla? Ha sbagliato? Ha detto qualche stupidaggine?

    “Chiedo scusa: devo essere ancora un po’ intontito. Vi prego di perdonarmi se non vi ho ancora ringraziato. Mi avete salvato la vita! Sono stato aggredito vicino al lavatoio. Proprio mentre pensavo di cercare un albergo.” 

    “Un… albergo?”

    La voce della donna è quasi scandalizzata.

    “Sì, insomma… un telefono pubblico.”

    L’uomo alza una mano a imporre silenzio.

    “Basta così! Quest’uomo verrà con me a chiarire la situazione.”

                                                            ***  

    Il crepuscolo sta sprofondando nell’oscurità. Giorgio cammina dietro all’uomo e guarda a terra per non inciampare. La strada è lastricata al centro per una striscia non più ampia di un paio di metri, fatta di pietre grezze che il traffico ha consumato in modo irregolare. Ai lati della striscia lastricata la via si allarga o si restringe seguendo i contorni delle case. Davanti ai portoni ci sono semicerchi di acciottolato. Dove manca la pavimentazione non c’è che terra battuta, erba che cresce contro i muri, pozzanghere fangose.

    “Questa è una strada romana?”

    L’uomo solleva un’occhiata piena di contegno.

    “È la strada principale.”

    Giorgio non si trattiene.

    “Ma abbia pazienza, qui è tutto anonimo? Non conosco i vostri nomi. Non mi avete detto neanche come si chiama il paese! Sono stato aggredito e mi avete aiutato: grazie, ma dov’è la polizia? Non c’è neanche un vigile, un sindaco, un’autorità? Non c’è neanche il telefono! E tutto ciò che dico sembra che vi urti. Perfino la strada! È di cattivo gusto dire che è romana?”

    L’uomo si volta e non si lascia guardare negli occhi.

    “Si calmi. L’Ufficio Etico non gradisce le domande.”

    Riprende a camminare con gli occhi a terra, scansando sassi e buche, rasentando muri senza intonaco. Giorgio, che da qualche minuto ha la sensazione di essere sorvegliato, si gira di scatto e scorge un’ombra che si rifugia in un angolo buio. È la gitana? Giorgio ne è quasi convinto e vorrebbe tornare indietro, cercarla, chiederle perché lo segue. Ma non c’è tempo per controllare: l’uomo si è fermato davanti a una porta e bussa.

    L’uscio si apre. Appare un vecchio un po’ curvo, con i capelli grigi e una barba a raggiera. Senza una parola fa strada in una stanza semibuia dove una decina di uomini stanno seduti dietro a un tavolo. Vestono tutti allo stesso modo, con pantaloni e panciotto neri, e camicia bianca aperta sul collo. Due o tre sono molto anziani, quasi decrepiti. Gli altri, più che vecchi, sono sciupati. Uno è orbo dell’occhio sinistro, un altro ha una cicatrice che dalla tempia scende lungo la guancia sinistra fino all’angolo delle labbra. Tutti hanno l’espressione torva e le spalle ingobbite.

    Non ci sono sedie libere e nessuno invita Giorgio a sedere. Nella stanza c’è odore di tabacco trinciato. Due lampade a petrolio spargono una luce fioca dai ripiani di una credenza. Improvvisamente Giorgio si rende conto di non aver visto neanche un lampione, neanche una finestra illuminata. In questo paese non c’è corrente elettrica?  

    “Nella mia vita” dice uno dei vecchi “ho visto degli stranieri, ma sono passati venticinque anni da quando l’ultimo è stato qui. I giovani credono che gli stranieri siano una invenzione degli anziani. Ma noi, che abbiamo tante stagioni alle spalle, sappiamo che un avvenimento in ritardo è un avvenimento imminente.”

    Giorgio non crede alle proprie orecchie.

    “Come sarebbe a dire? I teppisti mi avrebbero aggredito perché non sono preparati ad accogliere uno straniero?”

    Gli uomini seduti intorno al tavolo raddrizzano il busto e mormorano scandalizzati. Il vecchio scrolla la testa, ignora la domanda di Giorgio e si rivolge agli altri con il tono di un professore di fisica che commenta un esperimento.

    “Gli stranieri sono bambini che rifiutano di crescere. Allungano la mano verso il fuoco, si scottano, restano intimoriti per un po’. Poi ci riprovano.” Accenna a Giorgio. “Non credono all’evidenza. Non capiscono che la costruzione di una società perfetta richiede l’impegno dell’intera collettività. Non ci pensano: vanno ciascuno per la sua strada e lasciano che ognuno si perda dietro le sue fantasie. Chiamano artisti i parassiti, imprenditori i ladri, politici i profittatori. Predicano un’etica che non sanno rispettare. Accumulano biblioteche piene di libri in cui si spiega l’universo ipotizzando altri universi che nessuno ha mai visto. Rifiutano di accettare che fra tutte le possibilità teoriche una sola è vera, ed è il mondo che hanno sotto gli occhi. Invece di vivere, preferiscono sognare.”

    Un uomo dagli occhi freddi appoggia le mani sul tavolo e sporge la testa.

    “Gli stranieri non attendono nessuno. Non hanno ideali.”

    “Hanno paura del futuro” interviene un altro. “Passano gli anni a sperare di vivere ancora un po’, ma non sanno cosa fare della vita.”

    La luce nella stanza è sempre più fioca. Gli uomini seduti proiettano sul tavolo ombre che si sovrappongono e si confondono una nell’altra. Giorgio comincia a pensare di essere capitato in una gabbia di matti. Conta i vecchi: sono undici.

    “Sono amorali” dice il guercio. “Non hanno avuto un esempio eroico.”

    “Proprio così” annuisce il primo vecchio. “Noi, che abbiamo ricevuto dagli antenati la società perfetta, sappiamo che non avrebbero potuto farla da soli. Prima che l’Atteso venisse a dissolvere la nebbia delle menti, anche gli antenati tremavano davanti alla prospettiva della morte. L’Atteso mostrò che la paura nasceva dall’individualismo: incapaci di vivere per uno scopo comune, gli antenati si sentivano schiacciati sotto il senso di colpa. L’Atteso pronunciò la parola di saggezza: chi abbandona l’individualismo non teme la morte. Lui scelse questa valle. Lui assegnò il compito di edificare la società perfetta. E nello spazio di cinque generazioni il compito fu assolto. Altre cinque generazioni sono trascorse e la nostra società si è mantenuta intatta e inalterabile come l’Atteso la indicò agli antenati. Noi difendiamo le conquiste del passato. Gli stranieri non ci corromperanno con le loro puerilità. Sprofondino pure nella loro pazzia! L’Atteso ha promesso che sarebbe tornato e noi vogliamo che trovi attuata la società perfetta perché se ne compiaccia.”

    “In un giorno di nebbia” farfuglia l’uomo dal volto segnato “la terra tremerà sotto gli zoccoli del suo cavallo. Il sole scalderà la terra…” 

    “…e il cancello della Vega si aprirà” mormora un altro dall’angolo più buio.

    Il vecchio comanda silenzio e per la prima volta si rivolge a Giorgio.     

    “Perché sei venuto qui?”

    Giorgio si sente pesare addosso undici paia di occhi. Finora nessuno ha fatto esplicite minacce, ma è evidente che l’Ufficio Etico è un tribunale e i tribunali emettono sentenze.

    “Mi sono perso sulle montagne. Cercavo di tornare a… be’, se volete, vi racconterò tutte le mie peripezie. Ma prima stavo dicendo che all’entrata del paese sono stato aggredito da un gruppo di teppisti. Vorrei proprio sapere chi erano. Comunque, sono grato alla famiglia che mi ha soccorso. ”

    Intorno al tavolo c’è un moto di sconcerto. Il vecchio interviene in tono severo.

    “Questo modo di fare è sgradevole e preferiremmo che ci fosse risparmiato.”     

    Giorgio rimane interdetto.

    “Ho detto qualcosa di offensivo? Chiedo scusa, ma non capisco…”     

    Il vecchio sospira come uno che porta pazienza.

    “Ringraziare singole persone equivale a offendere la collettività. In una società perfetta non esistono meriti individuali. Noi siamo tutti buoni per legge.”

    Giorgio sbarra gli occhi. Per un attimo sospetta di essere preso in giro. Ma gli sguardi dei vecchi sono inequivocabili.

    “In questo caso dichiaro la mia gratitudine all’intera comunità. Ma se qui siete tutti buoni, chi è stato ad aggredirmi?”

    Gli undici si guardano indignati, prima di esplodere.

    “Sporco straniero!”

    “Spia!”  

    Il guercio scaglia insulti in un dialetto gutturale. Gli altri strepitano in tono ostile. La faccenda comincia a prendere una brutta piega. Giorgio alza la voce:

    “Non ho intenzione di offendere nessuno. Torno a chiedere scusa, ma chi vi capisce è bravo e io ne ho abbastanza delle vostre stramberie.”

    Si volta e va alla porta. L’uomo che l’ha accompagnato lì è sulla soglia e vorrebbe trattenerlo, ma Giorgio lo scosta. Il guercio lo rincorre e lo strattona per un braccio. Giorgio si divincola, apre la porta e si lancia nel buio.

                                                           ***  

    Ormai è notte. Giorgio corre nel buio senza voltarsi, senza ascoltare lo scalpiccio di chi lo insegue. I muri non incombono più sui lati della strada e sotto le suole delle scarpe non c’è più il lastricato ma la terra battuta. Deve scegliere: scappare senza provviste in un territorio sconosciuto, oppure procurarsi qualcosa da mangiare. Non ha fame, ma non ci si mette in viaggio senza provviste.

    Frattanto il vento sposta le nuvole. In cielo compare una falce di luna. Giorgio ha l’impressione di essere seduto nella platea di un teatro e di vedere se stesso sul palcoscenico, costretto a improvvisare. Quando Alberico e Mittelmessig si sono scontrati a duello sulla piazza della cattedrale di Costanza, Giorgio era là, spettatore afono e immobile, ma non sa dire cosa sia successo. Mittelmessig è morto? Che fine ha fatto Alberico? E Sofia, dov’è Sofia? E tu, Giorgio, dove sei? Forse l’eclissi ti ha risucchiato in un buco nero.

    Gli edifici lungo il sentiero sono più distanziati fra loro e non sono case d’abitazione: sembrano stalle o scuderie. Sempre correndo, Giorgio lascia la strada e gira intorno a una baracca di legno. Il portone è sbarrato, ma c’è una finestra con le imposte socchiuse. Giorgio le apre e si affaccia.

    Buio. Silenzio.

    Giorgio si issa fino ad appoggiare il ventre al davanzale e si lascia cadere all’interno su un mucchio di paglia che sembra messa lì apposta per accoglierlo.  

                                                            ***

    “Ancora tu! Cosa vieni a fare, proprio qui?”

    È la figlia maggiore della famiglia che prima ha salvato Giorgio e poi l’ha consegnato all’Ufficio Etico. Sta in un angolo in penombra e parla sussurrando, in tono allarmato: aspettava qualcun altro. 

    “Cerco provviste. Mi metto in viaggio.”

    “E dove credi di andare?”

    “Fino al primo paese civile. Da lì troverò il modo di tornare a Madrid e…”

    La ragazza lo interrompe come se l’avesse colto in fallo.

    “Voi stranieri non state in un solo paese. Quanti sono i vostri paesi?”

    Giorgio controlla il suo stupore e cerca di sfruttare la situazione.

    “Vieni a vederli. Così vedrai anche i telefoni, le automobili, i televisori…”

    “Ma cosa dici? Di cosa parli?”

    “Parlo di un mondo dove i padri non comandano a bacchetta. Dove le donne sono indipendenti e non hanno bisogno di sposarsi per sentirsi realizzate.”

    “Sì, e gli asini volano. Mi hai preso per una stupida?”

    Giorgio alza le spalle.

    “Fa’ come ti pare. Ma la vostra società perfetta è una gabbia di matti. Io taglio la corda. E tu non l’hai capito? Cosa resti a fare qui? Scappa anche tu.”

    “Per diventare la tua donna? Ho già un uomo. Pensa lui a difendermi.”

    “Difenderti? In una società perfetta non si pensa soltanto all’amore?”

    “L’amore? Che c’entra l’amore?”

    Da un angolo arriva un rumore secco. Una fiammella si accende e resta sospesa a mezz’aria nel buio. La ragazza si inquieta.

    “Spegni! Ci vedono…”

    Una voce profonda, da basso.

    “Voglio guardarlo in faccia. Non ti sono bastate le botte, straniero?”

    La fiamma si muove. Giorgio cerca di riprendere l’iniziativa.

    “Sei tu che mi hai preso a calci?”

    “Qualcosa in contrario?”

    La fiamma si muove un’altra volta.

    “A chi fai segnali?”

    “Sta’ zitto, idiota.” 

    Il portone si socchiude e una decina di persone entrano di soppiatto.

                                                           ***

    “Ce l’hai la roba? Ce l’hai?”

    Una vocina sottile, quasi un sussurro. La voce da basso diventa autoritaria:

    “Poca. Con questa umidità non asciuga.”

    Un altro, con un tono isterico da zitella.

    “Ma cazzo, è una settimana che ho portato i funghi! Sono io che li raccolgo!”

    Ancora la voce da basso, in tono seccato.

    “E io li faccio seccare, li macero, li asciugo e li polverizzo per farteli fiutare! Di roba ce n’è poca, punto e basta. Se ti sta bene è così. Se no è ancora così.”

    La vocina sottile bisbiglia:

    “Non importa, non importa. Poca o tanta, quella che c’è. Quella che c’è.”

    “Ma che fine hanno fatto i miei funghi? Cazzo, è una settimana che aspetto!”

    “Sta’ zitto! Sta’ zitto!”

    Uno scatto. Un annaspare nel buio. Un tonfo.

    “Qualcun altro ha da lamentarsi?”

    “Per piacere, per piacere, non incazzarti. Lui non dirà più niente. Ci penso io. Lui non dirà più niente, vero? Dài, spartisci la roba che c’è. Quella che c’è.”

    “Non c’è niente per nessuno se quello lì non la pianta.”

    Da terra, il rumore di uno sputo e la voce isterica, un po’ affannata.

    “Ma cazzo, adesso è colpa mia?”

    “Sta’ buono! Sta’ buono!”

    “Fategli chiudere il becco. Due tirate a testa. Chiaro? E adesso fuori! Andate a fiutare all’aperto.”

    “Ma cazzo…!”

    “Grazie, grazie. Non fargli caso. Grazie.”

                                                            ***  

    “Cosa gli hai dato?”

    “La polvere di un fungo. Si annusa.”

    “Alla faccia della società perfetta!”

    “Ma guarda! Arriva lui a dirci come funziona la società! Nessuno supera la pubertà senza fiutare. I maschi devono sfogare l’angoscia. Poi arrivano le crisi di astinenza, le depressioni. Ma la popolazione va adeguata alle risorse disponibili.”

    “Che cosa? Vuoi dire che induci al suicidio gli adolescenti? È per questo che la vostra società ha abolito l’individualismo?”

    “L’unico modo per gestire le masse è la paura. I genitori che cercano i figli in giro per i boschi e li trovano spiaccicati in fondo ai burroni si domandano che cosa non ha funzionato. Si sentono in colpa. Ma l’Ufficio li assolve: è colpa del fungo. E stop.”

    Giorgio quasi non crede alle proprie orecchie.

    “E questa sarebbe la società perfetta! Il vostro Ufficio Etico ha sulla coscienza migliaia di suicidi programmati! E tu, come fai a dormire la notte?”

    “Non capisci niente: qui non c’è polizia, non ci sono carceri. Certo, il mondo è perfetto e la gente si aspetta che i figli maturino da soli, come i frutti sui rami. Certo, i figli fiutano e i padri si sentono colpevoli. Ma la popolazione resta in equilibrio, i deboli si eliminano da soli e gli altri diventano buoni cittadini.”

    “Come te.”

    “Io distribuisco dosi omeopatiche di trasgressione e dosi terapeutiche di disciplina. Se non ci fossi dovrebbero inventarmi.”

    “Sei un topo di fogna che spaccia droga ai ragazzi e soffiate all’Ufficio Etico.”

    “Soffiate? Per chi mi hai preso? Li hai contati, i membri dell’Ufficio? Erano undici, vero? Be’, ne mancava uno. Mancavo io.” 

                                                          ***

    Davanti alla scuderia i ragazzi aprono le bustine, le portano al naso e aspirano. Le scuotono e aspirano ancora. Poi stirano braccia e gambe, si rincorrono, accennano pugni e calci. La ragazza si addossa al muro nell’angolo più buio.

    “Il fungo eccita l’aggressività.”

    “Per questo se la prendono con gli stranieri?”

    “Di solito lottano fra loro e chi vince si sfoga con la donna di chi perde. Ma oggi ci sei tu, uno straniero. Ti linceranno. E là fra gli alberi ci sono gli anziani. Ormai conosci la strada e se scappi puoi insegnarla ad altri. Se resti qui racconterai a tutti le tue bugie. Sei spacciato.”

                                                             ***

    Ma cos’è questo baccano? Sono colpi ritmati, scoppi di una macchina infernale che si avvicina. Ma non è una macchina. Sono zoccoli di un cavallo al galoppo. Gli anziani escono allo scoperto, si raggruppano, bisbigliano perplessi. Scoprono le lanterne. Un grumo nero ingigantisce nella notte. I giovani indietreggiano e finiscono addosso agli anziani. Le lanterne cadono a terra. Giorgio esce allo scoperto e si arrampica sull’albero più vicino.

    Il rimbombo degli zoccoli è sempre più forte. Una voce che fa accapponare la pelle grida: “Oooh! Eeeh!”. Il cavallo piomba sullo spiazzo. Un’ombra, un impatto, una massa in movimento. Esplodono due colpi di fucile. Tutti si buttano a terra. Cavallo e cavaliere proseguono la corsa, il buio si richiude come un sipario, il frastuono si allontana. I giovani fuggono verso il paese. Gli anziani impiegano più tempo per riaversi, ma qualcuno strilla.

    “Lo straniero è saltato sul cavallo!”

    “Non era uno straniero. Quello era l’Atteso!”

    “Ma tu sei pazzo! Non è possibile!”

    “L’avete scacciato! E lui è andato a chiudere il cancello della Vega!”

    “Ma piantala! Ti dico che è impossibile!”

    Gli anziani si dividono, si insultano, strillano come lavandaie. Giorgio ne approfitta per scendere dall’albero. Senza far rumore aggira la scuderia, ritrova il sentiero, prende per i boschi e si allontana. Ha la spiacevole impressione di essere spiato, ma non si volta a guardare. Corre, sparisce nella notte.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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