Chi sono i provinciali?

    Mercoledì 12 settembre 2012 la Corte Costituzionale tedesca ha spiegato a tutti gli euroscettici di Germania che non c’è trippa per gatti: l’euro c’è e devono tenerselo. Nel giro di una settimana la pancia della Baviera ha smesso di agitarsi e i suoi borborigmi si sono ritirati all’interno dell’antico regno dei Wittelsbach. Solo il capo della Bundesbank ha insistito per un po’ a sputare controvento, poi ha dovuto accorgersi di essere rimasto solo e, sempre borbottando, l’ha piantata lì in attesa di migliori occasioni. Ma naturalmente le cose non sono mai semplici e qualcuno dalle parti di Monaco sta già manovrando per organizzare azioni legali contro la Banca Centrale per impedirle di acquistare titoli del debito pubblico dei paesi in difficoltà allo scopo di ridurre lo spread. Cosa pensare? Che finché uno se ne sta chiuso nel piccolo recinto del suo day-by-day sarà sempre convinto di essere l’unico ad aver ragione.

    Come andrà a finire con l’euro non lo so. Ci vorrebbe la palla di vetro. È vero che fare una moneta senza una banca centrale prestatrice di ultima istanza è un rischio insensato. Ed è probabilmente vero che il cambio fissato per la conversione da lire a euro fu irrealistico. Ma la moneta comune era una necessità storica, economica e politica. Insomma: l’euro non è stato fatto in modo perfetto? Rimediamo: mettiamo in cantiere le modifiche. Ci vorranno anni? Vabbe’, ci metteremo gli anni necessari. Ma tornare indietro è da pazzi.

    Ciò che mi consola in tutta questa sceneggiata è vedere che noi italiani, sempre pronti a fustigarci, sempre pronti a considerarci provinciali e ignoranti, siamo in realtà i più cosmopoliti d’Europa, quelli con la vista più lunga. Non so come mai proviamo tanto gusto ad autoflagellarci. Forse perché, dopo aver perso malamente una guerra in cui non avremmo mai dovuto infilarci, ci siamo tirati su piangendo miseria e il piagnisteo è durato tanto che abbiamo finito per crederci. O forse perché abbiamo un complesso di inferiorità nei confronti dei grattacieli di Manhattan (come quel puerile Bin Laden che ha ucciso un sacco di gente pur di buttarne giù un paio).

    Per uno strano caso, dai venticinque ai quarant’anni ho girato l’Europa, ma non da turista. Ho lavorato a lungo a Parigi e a Madrid. Ho avuto a che fare con parecchi tedeschi. Ho avuto a che fare anche con parecchi americani (e non sono sicuro di esserne contento).

    Chiunque abbia lavorato a Parigi, se prescinde dagli Champs Elisées, dal Crazy Horse e dai ristorantini di Montmartre, ricorderà quanto era meschina (o chauvine, come dicono loro) la mentalità di colleghi, clienti, fornitori. Per un parigino il mondo si divide in due: Paname e banlieue. Il resto del mondo, bontà sua, è banlieue. E naturalmente per ogni francese Parigi è il non plus ultra a livello planetario.

    D’altra parte chiunque abbia lavorato a Madrid sa che per un castigliano il mondo si riduce alla penisola iberica più il Sudamerica (quello in cui si parla spagnolo, perché il Brasile, pfui, è come se non ci fosse).

    Dell’isolazionismo inglese è inutile discorrere, tanto è noto e stranoto. Ci scrivono le barzellette, ma è proprio così.

    Di quanto i tedeschi siano convinti di essere Übermenschen abbiamo avuto prove e controprove. E il vizio non gli è passato. 

    Provate a essere straniero in casa loro e aver bisogno di concludere un affare. Vi domanderete subito: ma noi, a casa nostra, gli stranieri li trattiamo così? Chi si indigna per come “accogliamo” i profughi vada a vedere in Spagna e in Francia come sono trattati gli emigranti arabi. E qualcuno ricorda com’erano trattati i Gastarbeiter italiani e spagnoli in Germania? Chi non ha vissuto queste esperienze sulla propria pelle è portato a derubricarle: pensa che gli altri europei ci guardino dall’alto in basso perché effettivamente sono meglio di noi.

    Be’, non è vero. Non sono affatto meglio di noi. Hanno ciascuno qualcosa di buono e tanto di cattivo. Esattamente come noi. Di diverso hanno soltanto l’atteggiamento mentale: noi ci piangiamo addosso, loro fanno i gradassi. E perché lo fanno? La risposta, l’unica vera risposta è che noi siamo autolesionisti, ma loro non vedono più in là del loro naso. E questo, in soldoni, si chiama essere provinciali.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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