Rivoluzione e ingenuità

    Più ci penso e meno mi convinco che la Storia nasca con l’invenzione della scrittura. Secondo me, se proprio si vuol dividere la Storia in periodi, bisogna scegliere come spartiacque gli avvenimenti che hanno cambiato il modo di essere dell’umanità nei secoli successivi.

    Personalmente, metterei nella Preistoria tutto ciò che avvenne prima dell’abolizione dei sacrifici umani (o, se preferite, prima dell’instaurazione del tabù dell’omicidio). Quanto alla Storia propriamente detta, la dividerei in un periodo antico e uno moderno: prima e dopo la rivoluzione francese del 1789.

    Volendo, uno potrebbe anche periodizzare la Storia in funzione di altri tabù, per esempio, quello dell’incesto o della poligamia/poliandria. Ma il tabù dell’omicidio mi sembra più significativo: rifiutando di sgozzare Isacco l’umanità uscì da una condizione animalesca; tagliando la testa a Luigi XVI uscì da una condizione servile. (Vale la pena di osservare, en passant, che la Storia non avanza compatta come un plotone di soldatini: mentre fa un passo in avanti in un senso, può capitare che ne faccia uno indietro in un altro senso).

    La Storia deve indicare le pietre miliari del cammino percorso dall’umanità. Dunque, deve isolare l’epoca nella quale i comportamenti umani furono più istintivi che razionali, quella in cui i popoli si sottomisero a un capo al quale delegavano il rapporto con il soprannaturale, e infine quella in cui ciascun individuo reclamò la responsabilità di se stesso.

    Questa dovrebbe essere una asettica constatazione, invece ha generato un curioso equivoco: dal 1789 in poi ci siamo abituati a credere che l’umanità sia in costante progresso. Al punto che, proiettandosi nel futuro, Nietzsche ha profetizzato l’avvento del superuomo e Marx una palingenesi sociale. L’uno e l’altro sono stati smentiti dalla Storia, ma nella cultura diffusa, nello spirito dei tempi, è rimasta l’attesa messianica di una rivoluzione che, manco a dirlo, metterà finalmente tutto a posto. 

    A questo punto sarebbe il caso di studiare un po’ meglio la rivoluzione. Che cos’è? È la lacerazione di un sistema di rapporti, è un ammutinamento contro i Padri. Ma è davvero un cambiamento radicale?

                                                            ***

    Le rivoluzioni hanno inizio con una fase distruttiva e raccolgono consenso finché possono indicare idoli da abbattere, re da deporre, padri da uccidere. In questa fase prevale l’assemblearismo e le assemblee sono dominate dall’estremismo in nome della purezza ideologica. Non può essere altrimenti: per commettere un parricidio bisogna essere complici, legati in un patto per sostenersi l’un l’altro.

    Ma la rivoluzione si fa per costruire l’ordine nuovo e quando si passa all’edificazione serve il carisma del capo: il nuovo ordine deve essere più imposto che proposto. Il problema è che nessuno ha una legittimità paragonabile a quella del padre che la rivoluzione ha decapitato e le istituzioni rivoluzionarie devono essere imposte con il terrore. In questo modo il passato suscita nostalgie, diventa leggenda e alimenta rigurgiti controrivoluzionari. Il rimpianto di una fantomatica età dell’oro si unisce al rimorso del parricidio e genera il senso di colpa.

    Responsabile di questo contraccolpo è il rivoluzionario stesso, che vuole capovolgere il mondo ma lasciandolo così com’è. In realtà, nessuno è più conservatore di chi dichiara di voler cambiare tutto. Il rivoluzionario pretende di rovesciare i rapporti, non di abolirli. Ciò che vuole è sostituirsi al padre, non abolire la patria potestà. Ma deve farlo con la violenza e per giustificare un parricidio deve sbandierare l’ideale di una giustizia più alta. Ecco perché i rivoluzionari sono tutti moralisti: la morale copre il lato reazionario della rivoluzione. Rovesciare i rapporti mantenendone la sostanza significa conservare, mantenere il sistema cambiando soltanto le persone .

    Ribellarsi al padre significa riconoscersi uguale e contrario a lui. Ma tagliando i ponti con lui si perde il contatto con tutto ciò che aveva valore. Una volta detronizzato, il padre appare come il depositario di una perduta conoscenza, l’archivio di un mondo dal quale il rivoluzionario si è autoesiliato. Il prezzo dell’indipendenza è la perdita di una presunta sapienza primordiale e il conseguente senso di colpa. Il rivoluzionario va alla deriva verso un futuro pieno di incognite e denigra i padri per dare un senso al suo ammutinamento, per esorcizzare la paura della morte. Non si sentirà sicuro finché non potrà farsi padre e dare origine a un’altra dinastia.

    Le rivoluzioni dichiarano di voler cambiare tutto, ma finiscono per rifondare qualcosa di simile a ciò che hanno soppiantato. Non hanno la bacchetta magica. Spesso non hanno neanche l’idea di dove vogliono andare a parare.

 

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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