Ma cos’è questa crisi?

    Gente, siamo in crisi. Scendiamo in piazza a “difendere le conquiste del passato”!

    Già. Ma di soldi non ce n’è più.

    Ma no! Ma davvero? Ma come? I ristoranti non erano sempre pieni?

    Sì, fino all’anno scorso. Adesso i ristoranti chiudono, insieme ai concessionari di auto e ai negozi di abbigliamento.

    Ma come mai? Cos’è successo?

    A dir la verità, niente di speciale: ci siamo avvitati in un circolo vizioso. Negli USA è scoppiata una bolla (nel 1929 capitò con le azioni, stavolta è capitato con i mutui-casa), la banca Lehman ci ha lasciato le penne e tutti hanno detto: oh cazzo! se salta la Lehman chissà quanti altri possono fare il botto da un momento all’altro. Meglio tirare i remi in barca.

    E così per cambiare auto hanno aspettato l’anno dopo. È bastato questo perché General Motors e Chrysler andassero a un pelo dal fallimento. Gli stipendi di tre o quattrocentomila capifamiglia sono diventati improbabili e altrettante famiglie, per stare ai primi danni, hanno dato un’altra stretta ai cordoni della borsa.

    Risultato? I commercianti di beni dei quali la gente non aveva un bisogno immediato hanno dovuto tirar giù la saracinesca. I loro dipendenti, rimasti senza stipendio, non hanno potuto mantenere il solito livello di acquisti. La domanda globale è calata. Le aziende hanno bloccato gli investimenti (a che serve investire se la domanda latita?) innescando un’altra spirale al ribasso. E via di seguito. Il circolo vizioso funziona così.

    Come si esce da questa maledetta situazione? Bisogna fare in modo che riprendano prima i consumi e poi gli investimenti. 

    In tempi normali, lo Stato si fa prestare dai cittadini i soldi che l’insicurezza ha fatto risparmiare e li rimette in circolo finanziando opere pubbliche (strade, ponti, ferrovie, porti, aeroporti). Fa ripartire gli ordini alle aziende che producono i macchinari necessari, dà lavoro a gente che così può tornare a spendere, ma soprattutto ripristina la fiducia: chi sa di poter contare sullo stipendio è invogliato a fare acquisti, a indebitarsi per comperare casa o per cambiare l’auto. Tutto si rimette in moto. L’economia riparte e nel giro di qualche anno lo Stato ricupera dal gettito fiscale l’importo del debito.

    Ma questi non sono tempi normali. Gli Stati (non solo l’Italia) sono già troppo indebitati e non possono fare di più. Anche Francia e Germania hanno aumentato di parecchio i loro debiti negli ultimi anni, ma senza stimolare la crescita. Invece di usare il denaro preso a prestito per fare investimenti produttivi, l’hanno speso per mantenere i privilegi di questa o quella categoria. Secondo certe teorie pseudokeynesiane, la redistribuzione pura e semplice delle risorse avrebbe dovuto essere sufficiente a stimolare la domanda globale. E invece no. La Francia viaggia con deficit annuali sopra il 5% del PIL, eppure non riparte. Come mai? La Germania invece di accelerare rallenta. Perché?

    Perché il “cavallo non beve”, ovvero la gente non spende. Certo, non si può chiedere di spendere a chi sta in cassa integrazione e meno ancora a chi ha perso il posto; ma anche chi non ha problemi (e sono più dell’80%) non vede chiaro nel suo futuro e, a ogni buon conto, preferisce risparmiare. Succede anche in Germania, dove il PIL comincia a frenare.

    Rimane un solo modo per tornare a crescere: migliorare significativamente la produttività (e cioè abbassare i prezzi) per aumentare le esportazioni. Ma per abbassare i prezzi bisogna scegliere fra una o più di queste cose: svalutazione dell’euro, riduzione dei salari, aumento degli orari di lavoro, sblocco delle rigidità (flessibilità di orari, straordinari, ferie, licenziamenti, orari di negozi e uffici, burocrazia, ecc. ecc.). Quindi, se non possiamo svalutare l’euro e non vogliamo ridurre i salari, non resta che abbandonare la retorica della “difesa delle conquiste del passato”.

    Ma dobbiamo darci una mossa perché l’alternativa è la Grecia e, se la scelta fra i vari “rimedi” non la facciamo noi, la farà il mercato.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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