La restauratrice

Da “I Nomi Sacri” – parte seconda

 

    Chi poteva mai aspettarsi un incontro con la Leggiadria in un posto come quello, un antro seicentesco immerso nell’oscurità, con rare chiazze di penombra che sembravano apparizioni di fantasmi? Luciana aveva il profilo di una madonna, i capelli di una ninfa, gli occhi di un cherubino. Come se non bastasse, il tocco fatato dell’imponderabile aveva attivato un’estemporanea corrente di simpatia. Avvistata Luciana in camice bianco con un pennello in mano, Zweifel si era avvicinato con l’aria di chiedere aiuto: quel San Carlo con il borromeico nasone affilato dal digiuno non era un celebre dipinto di Daniele Crespi?

    Ma certo!

    Allora la legenda all’entrata della chiesa era sbagliata: indicava il quadro sulla parete dirimpetto.

    Luciana era andata a controllare, aveva constatato l’errore e, quasi per fare ammenda, aveva iscritto l’antiquario nella corporazione degli intenditori, cioè di coloro “che non considerano i restauratori come parassiti dei bilanci pubblici”.

    Un sorriso aveva illuminato il suo volto botticelliano. Zweifel, colpito e affondato da due occhi color lapislazzuli, non aveva potuto fare a meno di provare un improvviso interesse per la storia della dominazione spagnola nel ducato di Milano. Luciana non chiedeva di meglio che guidarlo ad ammirare la cappella in corso di restauro, dedicata alla memoria di Attilio Santiago Contreras y Quirós, duca di Quinta Estrella. Il quale, oltre che conte di Azor e marchese di Gomera, nonché gentiluomo di camera di Sua Maestà Cristianissima e cavaliere dell’Ordine di Calatrava, era commendatore alla riscossione delle gabelle in tutti i porti delle isole atlantiche, possedeva feudi in Sicilia, poderi nel Brabante, cascine nel Milanese e latifondi in Estremadura. Insomma: Attilio Contreras era praticamente zio Paperone ma, da perfetto nobile spagnolo, si disinteressava del vile denaro e non pensava che a servire il suo re sul campo dell’onore. Tanto lo servì che un brutto giorno, mentre combatteva contro i francesi lassù nelle nebbiose Fiandre, la sua corazza forgiata dai migliori armorari milanesi fu trapassata da una pallottola e l’anima del gentiluomo se ne volò in cielo confidando nelle occulte verità che aveva coltivato da vivo.

    “Perché, sa, il duca era templare, rosacroce e membro dell’Accademia del Theatro. A proposito, il teatro non c’entra: è una confraternita di alchimisti, maghi, negromanti e compagnia bella, che pare esista ancora al giorno d’oggi. Ma venga: voglio farle vedere una cosa interessante al piano superiore del ponteggio. Occhio! Fatto male? No? Bene, eccoci qua. Quello è il duca Attilio, ritratto a cavallo in tutta armatura. Ha snudato la spada contro un cavaliere nemico, il quale non fa neanche una piega e gli spara una pistolettata in stile Indiana Jones. Pam! Pace all’anima. Ma lei guardi lassù, dove punta la spada del duca. Vede? Una rosa e una croce. Piuttosto esplicito, no? E adesso prenda in considerazione l’affresco, tutto quanto: è un pentagono e ogni vertice è illustrato da una figura mitica: Ulisse, Icaro, don Giovanni, don Chisciotte e Edipo. Ora. mi dica lei: cosa ci fanno cinque miti pagani in una cappella mortuaria, al posto di santi e beati? E non solo. Nella seconda metà del Seicento, quando la cappella fu affrescata, don Giovanni e don Chisciotte erano miti appena nati. Sta pensando ad aggiunte posteriori, magari ottocentesche? No, no. Escluso! La pennellata è del Gherardini, sono pronta a metterlo per iscritto davanti a un notaio. L’affresco è stato concepito così, quindi deve avere un significato.”        

    “E quale sarebbe?” 

    Luciana finse di schermirsi. Zweifel insistette.

    “È un’allegoria della ricerca della verità. Ulisse la cerca in mare, Icaro in cielo, don Giovanni nell’eros, don Chisciotte nel sogno. Edipo per conoscere la verità arriva a strapparsi gli occhi.”

    “Ma nessuno di loro l’ha trovata.”

    “E infatti Edipo quando arriva a Colono si siede su un masso e dice: basta, non voglio più combattere contro il Destino. Alla lunga, questi esoterici sono tutti fatalisti, non crede?”

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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