Lohengrin… di Wagner?

Di politica parleremo fra qualche giorno. Per ora parliamo di cose più serie (ma non meno tristi).

 

     Grazie, una volta tanto, alla Rai per aver preso la buona abitudine di trasmettere la “prima“ della Scala su Rai5. E pazienza se negli intervalli abbiamo dovuto sorbirci tonnellate di melassa su quanto è brava la Scala, quanto è straordinaria, quanto dobbiamo esserle grati di rappresentare l’eccellenza italiana nel mondo, ecc. ecc. Vabbe’, grazie lo stesso.

    Magari, se non è chiedere troppo, i registi televisivi potrebbero imparare a conoscere le cose che trasmettono e, per esempio, durante l’ouverture, nel momento in cui risuonano “i colpi di piatti meglio assestati in tutta la storia della musica”, potrebbero inquadrare i piatti, invece dei timpani. Vabbe’, pazienza.

    Quanto alla rappresentazione, niente da dire sulla compagnia di canto, salvo il baritono Tomas Tomasson che evidentemente non era in serata. La soprano Annette Dasch, convocata all’ultimissimo momento, ha fatto del suo meglio. Evelyn Herlitzius ha interpretato Ortrud con intelligenza ed espressività. Ma non si può fare a meno di anticipare che il tenore Jonas Kaufmann, dalla voce stupenda, è stato costretto a cantare in modo assurdo da Barenboim e in condizioni demenziali dal regista Claus Guth.   

    Eh già, perché anche stavolta Barenboim non si è smentito. Solo per dirne una: ha rallentato i tempi del brano In fernem Land al punto che Jonas Kaufmann, più che cantare, ha declamato. Addirittura, con sovrano disprezzo di quel che Wagner ha scritto sullo spartito, Kaufmann ha tenuto per un tempo spropositato il Taube del verso alljärlich naht von Himmel eine Taube. Risultato? Il centro emotivo del discorso che avrebbe dovuto cadere sulla parola Gral, due versi dopo, è stato spostato e il senso è andato a farsi benedire. Chi conosce il Lohengrin sa che questo non è un sacrilegio: è un’assurdità.

    Insomma, che dire di Barenboim? Non lo reggo più. Se ne vada. Ha già fatto troppi danni. 

    Ma quanto a danni, chi batte il regista Claus Guth?

    Forse è il caso di chiarire: non ho niente in contrario se un regista azzarda una messa in scena nuova, geniale, provocatoria. Purché non faccia a pugni con quanto vanno dicendo i cantanti (per non parlare delle didascalie di pugno dell’autore).

    Macché. Ormai i registi prendono, strippano e strappano nella più totale indifferenza per ciò che sta scritto sul libretto. L’imperatore Enrico annuncia: “È mezzogiorno.” E la scena è buia come a mezzanotte. Il primo atto si svolge in un prato sulle rive della Schelda nel 933 d.C.? E l’eccelso Claus Guth ambienta tutti e tre gli atti nel cortile di una casa di ringhiera nel 1850. Vuol dare un’interpretazione sociale del dramma? E chi lo sa? Nel primo atto il coro appare vestito poveramente, ma nel secondo è in frac e cilindro, e nel terzo vai a capire. Da cosa si dovrebbe dedurre la protesta sociale, lo spettro che si aggira per l’Europa, ecc. ecc.? Altri indizi non ce n’è. Fra l’altro, i cori dovrebbero essere due, sassoni e brabanti, ma in scena ce n’è uno solo. E lo si vede pure a malapena, perché è quasi sempre tenuto sullo sfondo a confondersi nell’oscurità.  

    Gli zelatori, che non mancano mai, si affannano a parlare di un Lohengrin “psicanalitico”. Ma che psicanalisi è, se le domande che non trovano risposta sono infinite? Per esempio: perché i cantanti sono sempre stesi a terra, costretti a cantare nelle posizioni più improbabili? Addirittura Ortrud e Telramund devono cantare mentre scopano (altra cosa che nel libretto non c’è e di cui, diciamola tutta, non si vede la necessità).

    E poi, perché Lohengrin deve stare sempre a piedi nudi? Guth gli fa mettere le scarpe (senza calze) solo quando va a sposarsi! Perché trema, si gratta, traballa di qua e di là, lui che dovrebbe essere un eroe invincibile? Perché Elsa strabuzza gli occhi e sviene ogni due per tre? Sembra quasi che cada in trance e sia lei a produrre Lohengrin come un ectoplasma. Ma, se è così, che c’entra il Graal?

    Insomma, il libretto (e quindi i cantanti) dice una cosa e l’azione scenica ne fa una diversa. Il coro descrive l’arrivo di un eroe con una scintillante armatura su una barca trainata da un cigno, ma Lohengrin si materializza dal nulla, in gilet e piedi scalzi. Non solo: sulla scena si aggirano i due “doppi” di Elsa e Gottfried da bambini. Che significano? A che servono? Mistero. E poi: niente cigno, ma tante piume che compaiono quando proprio non ce n’è motivo. Ancora: un pianoforte messo lì non si sa bene a che scopo. Basta così? Neanche per sogno: Ortrud appare in veste di istitutrice per una Elsa bambina (che però dovrebbe essere più o meno sua coetanea). Gottfried va e viene con una spalla coperta da un’ala di cigno e ha l’aria di essere come minimo spaesato. Una (sua?) scarpa piena d’acqua appare e scompare. Simboli disparati e disorganici che non si legano e non fanno significato.

    E infine, la domanda che le riassume tutte: ma questo è il Lohengrin di Wagner?  

Annunci

Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
Questa voce è stata pubblicata in Letteratura, Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...