I cento giorni

   

 È risaputo che la Storia esordisce in forma di tragedia e si ripete in forma di farsa.

    Napoleone fuggì dall’Elba, sbarcò in Francia, obbligò il re a far fagotto, ma in Europa se li trovò tutti contro, dovette combattere e finì come tutti sanno a Waterloo. Questa è la Storia.

    E questa è la farsa: Silvio torna in campo spirando fuoco dalle orecchie e dalle narici, accusa di ogni nequizia il porfirogenito Monti, gli imputa di essere asservito ai diktat teutonici, e fa cadere il governo (come se cambiasse qualcosa sciogliere le Camere adesso o fra due mesi). Dopodiché, con la coerenza che gli è valsa la stima dei potenti di tutta la terra, dichiara di esser disposto a non ricandidarsi se Monti (proprio lui) volesse mettersi a capo del centrodestra.

    Per una volta, capita perfino a Casini di azzeccare un commento: il Cav è in stato confusionale.

    Intendiamoci: non è che la strategia sia poi incomprensibile, ma la tattica è così confusa, dilatoria, contraddittoria, che anche il più fedele dei suoi scherani finisce per perderci la testa. Eppure Silvio non si fa capace, o si rifiuta di credere, che la gente non lo segua nelle sue giravolte. Povero Silvio! La gente si stufa, non lo ascolta più, lo manda a quel paese.

    Oddìo, mettiamoci nei suoi panni: Mediaset non va benissimo, ha dovuto sganciare una tonnellata di milioni a De Benedetti (altro bel tomo: fanno il paio quei due lì), ha cinque figli ognuno dei quali avrà le sue pretese (senza contare le madri), ha processi a strafottere (mai verbo giunse più ad hoc), e il carattere dell’uomo non lo porta a fuggire a Malindi o ad Hammamet. Eh no: lui rilancia. Per di più, circondato da cervelli come Brunetta, Santanché e Briatore, non c’è da stupirsi se la sua proverbiale percezione dell’umore del Paese si è un pochino appannata.

    Dunque, siccome Alfano non sembra abbastanza ligio e gli adorati sondaggi danno il PDL ormai alle soglie del 10%, tanto vale metterci la faccia e salvare il salvabile: Silvio è disposto anche a impersonare il generale dell’esercito di Franceschiello. Dirà di voler vincere, sapendo che perderà. Si attrezza per fare l’opposizione e contrattare tutto il contrattabile pur di salvare il suo impero e star fuori di galera.  

    Naturalmente, alla faccia di chi l’avrà votato.

    Ciononostante, Silvio sa di poter contare su una briscola: l’elettore che passa in rivista le alternative offerte dal mercato politico, scoppia a piangere. E questo dovrebbe far piangere anche noi.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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3 risposte a I cento giorni

  1. Pingback: I cento giorni | Merlin Cocai

  2. invecedistelle ha detto:

    Tanto non vince. Me lo dico. Come dice chi combatte contro la più rivoltante delle piaghe da decubito.
    Sono Sandra, caro Riccardo 😉

  3. riccardo ferrazzi ha detto:

    Ciao Sandra! Piacere di ritrovarti e, già che ci siamo, buone feste! Però la mia preoccupazione non è tanto vince o non vince: quello è uno specchietto per le allodole, come se la politica fosse il campionato di calcio o il festival di Sanremo. Il problema è: se vince quello che ci piace, sarà capace di governare sul serio? cambierà le cose in meglio? o farà soltanto un sacco di chiacchiere come hanno fatto tutti negli ultimi trent’anni? Come diceva Quelo (te lo ricordi?): la terza che ho detto.

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