Tirare a fregarsi

In attesa che il Porfirogenito si pronunci (probabilmente in modo sibillino), lasciamo perdere la politica per qualche giorno. Vi propongo un allusivo brano di romanzo.  

 

    Che paese stupendo, la Toscana! Dumm aveva dimenticato il sapore del wurst e l’odore dei crauti. Per non parlare della birra: il Chianti era una scoperta entusiasmante! Come se non bastasse, questo paese fortunato era pieno di piacevoli imprevisti. Tanto per cominciare, c’era stata Clay. E il notaio Tricotomo, fra un balbettio e l’altro, gli aveva sganciato una discreta cifra a titolo di opzione sui quindici quadri dell’allegato 2. E all’Accademia del Theatro (che non era un teatro, solo una biblioteca; ma un altro appunto di Candido – quello che era riuscito a nascondere a Clay – ipotizzava che la spiegazione del mistero fosse contenuta in un libro conservato all’Accademia, e tanto valeva seguire l’indicazione), persino lì aveva fatto un incontro di quelli voluti dal destino.

    Cosa ci fosse di affascinante nella tizia over 40 intenta a studiare un incunabolo, Dumm non sapeva dirlo. Ma Armida gli era entrata sotto la pelle. I loro sguardi si erano incontrati e Dumm si era sentito sprofondare in un bagno di libidine. Chi dei due aveva fatto il primo passo? Dumm non se lo ricordava. Avevano cominciato a chiacchierare e avevano perso la nozione del tempo.

    Solo la fame li aveva distolti dal reciproco incantesimo. Ma anche la trattoria in cui avevano condiviso una costata e una bottiglia di vino era magicamente diventata un luogo di iperrealistici portenti: il colore dell’olio, la forma del macinapepe, il profumo del pane appena sfornato, tutto era perfetto, stupefacente, voluttuoso. L’incanto era proseguito sul Lungarno, quando Dumm aveva accompagnato Armida all’albergo, convinto di salutarla sull’ingresso. Invece – non avrebbe saputo dire come – era salito, erano finiti a letto. E, si sa, a letto si parla. Ci si confidano dubbi, sogni e progetti.

    Nelle pause fra il primo e il secondo assalto, mentre rotolavano attorcigliando lenzuola e passando in rivista passato e futuro, Armida si era presentata come una scrittrice in cerca di documentazione per un romanzo storico-esoterico. Ma anche Dumm aveva avuto il tempo di farsi furbo: e se questa Armida fosse stata una concorrente sulle tracce della coppa? Aveva cominciato a nutrire qualche sospetto quando si era lasciato scappare qualche accenno all’eredità di Candido. Armida stava cercando di farlo cantare? Per non tradirsi ulteriormente, Dumm aveva dato inizio al secondo round. Mossa azzeccata perché Armida, disorientata da un finale travolgente, si era lasciata sfuggire tre nomi: Losanna, Chateau qualchecosa, e un brontolio che poteva voler dire Colonia o Colmar o magari anche Costanza. Poi aveva tentato di riparare i danni infilando un discorso sconclusionato ma, come sempre in questi casi, la toppa era stata peggio del buco. Era evidente che Armida aveva in programma di partire per una di queste tre città. Probabilmente Losanna.

    Ma che c’entravano quei tre nomi con le ricerche cabalistiche di Candido? Armida aveva ricuperato una certa padronanza di sé e non voleva dire altro. Forse c’era di mezzo l’oggetto d’avorio che Armida teneva in borsetta e controllava un po’ troppo spesso? Dumm non era un esperto di talismani e non poteva escludere che fosse un amuleto, un portafortuna, un feticcio qualsiasi. Quando aveva domandato cosa fosse, Armida aveva risposto: “Un portacipria”. E se invece fosse stato la famosa coppa? Era un po’ troppo grande per contenere solo cipria, ma sembrava piccola rispetto a come era descritta negli appunti di Candido. D’altra parte, Candido non l’aveva mai avuta fra le mani e si basava solo sulle istantanee, scatti ravvicinati nei quali il fotografo non si era preoccupato di inquadrare altri oggetti per dare un’idea delle dimensioni. 

    Non era quello il problema. Coppa, portacipria o talismano, Armida stava per andare a Losanna. E quante banche ci sono a Losanna? Tutte. Troppe. Appena superata la frontiera svizzera, Armida andava tenuta sotto stretta sorveglianza.

    La soluzione più logica era la tattica del ciclista: entrare nella fuga buona (e questo sembrava acquisito); non perdere la ruota (e questo stava a lui); poi, sotto lo striscione dell’ultimo chilometro, scattare e non voltarsi indietro.

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Informazioni su riccardo ferrazzi

Tutto quel che c'è da sapere sul mio conto è che ho scritto un paio di romanzi e qualche racconto. Comunque, per non sembrare scontroso, vi dirò che sono nato nella prima metà del secolo scorso (quindi, anche se mi piacciono le donne, sono ormai inoffensivo), che ho lavorato finché non mi è caduta addosso la depressione, e che adesso passo il tempo a leggere e scrivere (perché non ho niente di meglio da fare).
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